Le storie di Scuolamagia, Stream of consciousness

Il giorno primo della felicità

Il mio primo giorno da prof non era un primo giorno di scuola. Era un giorno di gennaio, di sole basso che abbaglia senza scaldare. Quindi non vale.

Il mio secondo primo giorno di scuola da prof. non era neanche quello un primo giorno di scuola, ma ci andava vicino. Quel 29 settembre l’alunna dell’anno prima mi aveva stretto la mano e aveva detto “non ci speravo più”. Quattro parole più importanti della mia firma sul contratto a tempo determinato. Era determinato il contratto, ma anch’io non scherzavo in quanto a determinazione.

Poi c’è stato il primo giorno in cui un cucciolo di 1ª si è presentato e nel giro di pochi istanti si è fatto male. Incespicando sul pallone è caduto riuscendo nel simpatico gioco di conficcarsi l’apparecchio ai denti nel labbro superiore. Alla faccia del problem solving. Come si scioglie il nodo gordiano di un labbro sanguinante diventato un tutt’uno col lavoro di un dentista? Fortuna volle che la mamma del bimbo fosse nei paraggi, e soprattutto che fosse un’operatrice sanitaria. Serviva in fondo un gesto netto, quel nodo si scioglie con la spada, niente più di uno strappo, e la genialità di attuarlo guardando negli occhi intensamente il paziente e dicendo – a mo’ di anestesia, un secondo prima della drastica manovra: “amore…”.

Ci sono le volte che sono entrato dicendo eccovi un foglio, piegatelo in due, poi ancora in due, poi ancora in due. E se lo piegaste 32 volte? Secondo voi quanto sarebbe alla fine lo spessore del foglio? Un metro, due metri trenta metri cento metri. Sbagliato, e via a dimostrare agli alunni con la calcolatrice che lo spessore del foglio risulterebbe pari a due volte e mezza la distanza tra la terra e la luna. Il tutto per alludere al fatto che anche l’anno in partenza avrebbe mantenuto più di quello che prometteva. Che avrebbe sorpreso, spiazzato, e chissà se a giugno qualcuno ha mai pensato di essere andato un paio di volte sulla luna.

C’è la volta che ci siamo divertiti con un gioco fatto apposta per imparare i nomi, ma visto che i nostri nomi li sapevamo già abbiamo deciso di cambiarli. E Ilaria era diventata Gioia, e Camilla era diventata Giada, e Riccardo era diventato Alberigo… Gli altri Bernardo, alias io, proprio non se li ricorda, ma le risate e quel clima sì.

C’è stata la volta che ho detto prendete un foglio e scrivete a matita con uno stampatello anonimo e neutrale alcune righe che vi descrivano: gusti, passioni, cose che sapete fare, sogni, ecc. Poi mettiamo tutto in una scatola, io pesco a sorte, leggo e vediamo se riconoscete l’autore. Non funzionò, quell’attività. Poco entusiasmo, poca suspense. Salvo trasformarsi, ripescati quei fogli casualmente dopo 3 anni e riletti ad alta voce davanti alle stesse persone munite di protobaffetti, formosità e licenza media, in un’esperienza da lacrimuccia, roba da psicanalisti. Io ero quella? Io ero quello lì? Maddai!

Ci sono state le volte con il teatro, quelle con il computer, quelle brillanti e quelle fiappette.

Si avvicina il 14 settembre, non ci speravo più.

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