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Nuove carceri

Salgono a bordo una mattina di neve. La corriera, al solito semideserta, si popola di qualche voce nuova mentre fuori i fiocchi cadono piuttosto ferocemente. Parlano del più e del meno, quelle voci, anzi, del pin e del puc di certi telefonini sgangherati ma nei secoli fedeli. Hanno sonno, tutti, e uno una disperata voglia di fumare. Al punto di approfittare dei 2 minuti di una fermata intermedia e scendere, come se il pullman fosse una cella opprimente e il marciapiede della breve fermata un’insperata ora d’aria. Questa similitudine la penso prima di scoprire che i 3 sono carcerati per davvero, e che quel loro viaggio li porterà in un piccolo paesino di montagna – semiliberi – per occuparsi di mille piccoli lavoretti che la popolazione autoctona, un po’ invecchiata e un po’ impigrita, ha smesso di fare da un pezzo. Tagliare rami pericolosi da vecchi alberi, sfalciare prati, sistemare i bordi di certe stradine. Sul loro operato vigila un uomo del paese, uno che non teme la responsabilità e li aspetta ogni mattina dove la corriera si ferma. Ciao ragazzi, andiamo. I paesani magari avranno storto un po’ il naso, sulle prime, oppure non avranno capito, ignari dell’iniziativa, perché quei ragazzoni dall’accento straniero così gentili non potessero entrare a bere un bicchiere di quello buono e tirassero sempre dritto, una volta ultimato il lavoro. Nell’Italia degli uomini che alle sbarre quotidianamente si appendono, è bello vedere un giovane prigioniero che può alitare sul vetro di una corriera e scarabocchiarci qualcosa. Salvo non fare in tempo a finire, ché la porta si è aperta e c’è un freddo cane cui andare incontro.  

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