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Tacere parole

Ancora parole che non arrivano. Vorrei scrivere di tutto. Tutto quello che mi appassiona. Tutto quello che mi indigna. Tutto quello che mi emoziona. Scriverei di Messi e dei preti pedofili, scriverei del cinema che vedo e della musica che sento. Oggi avrei scritto della donna che ha abortito a Bari con la pillola RU486. Nei giorni scorsi avrei scritto dell’I-Pad e del Pd, di un cane che ho conosciuto e di un panorama che ho visto da un paesino di montagna. Però sto fermo, non pigio sui tastini grigi e mi chiedo perché.
La risposta la trovo in queste righe di Gian Luca Favetto, nell’angolo della rete in cui da qualche mese ha ripreso a tessere trame…

A proposito dei nostri tempi, del parlarsi addosso e l’un contro l’altro, degli schieramenti armati di verità. Tutti usano le parole. Loro sono lì, aspettano, e tu le scegli. Pronunciandole, le chiami in campo, le metti in azione. Dovresti farlo con cura, con attenzione, perché dirle e scriverle ha la sua importanza. A volte – non è così raro – le parole, dopo che tu le hai usate, usano te. Facendolo, ti snudano, ti sbugiardano, minano il piccolo piedistallo che ti sei costruito.
Pensavo a questo, considerando l’abuso, lo strabuso che delle parole si fa, e come esse si vendichino seppellendoti sotto una coltre di chiacchiere, girando a vuoto, perdendo senso e direzione, facendolo perdere a te. Chi con le parole, la memoria, la ragione e i sentimenti lavora, chi ne ha a cuore le sorti, deve essere preciso. Deve usare parole precise. Deve incarnare le parole che dice. La precisione appartiene all’onestà. Accade spesso, invece, che si usino parole per non dire ciò che esse dicono, ma per rinviare ad altro, sviare, evocare un pregiudizio, confermare comode opinioni consolidate. Luoghi comuni e slogan sono preferiti al dubbio e alla messa in discussione. Bisogna portare il dialogo là dove bivacca il monologo.
Il tuo primo compito non è risolvere all’impronta i problemi, ma abitarli e condividerli. Il primo compito è l’ascolto. Nell’ascolto cominciano la condivisione e le soluzioni. Il tuo compito non è la risposta, è ancora la domanda. Si arriva alla risposta insieme, stando nelle parole che si dicono, scegliendole con lealtà. Le parole sono leali. Le parole hanno le ali, volano. Sei tu che le zavorri, usandole come strilli di giornale, urli di propaganda, bavagli. Impedisci loro di raccontare. Di essere.

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