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In ricordo di Marta Lunghi, bibliotecaria

MARTA

Piccola postilla al Primo Maggio, i miei 25 lettori perdonino il ritardo. Volevo ricordarmi di Marta Lunghi, conosciuta mercoledì scorso cinque centimetri sotto la faccia accigliata di Augias, nella pagina delle lettere di “Repubblica”. Un lettore chiedeva che non venisse dimenticata. Quel lettore aveva ed ha perfettamente ragione. Marta viveva in provincia di Pavia, in un paese di mille abitanti o poco più, vicino ad un fiume che si chiama Arbogna, affluente di un altro fiume che si chiama Agogna. E chissà cosa agognava Marta, morta a 22 anni mentre stava inscatolando uova per 5 euro all’ora. Rigorosamente in nero. È rimasta impigliata in un nastro trasportatore, lei che sognava di fare l’interprete e di girare il mondo con le lingue che aveva studiato. Anche lei a modo suo un piccolo e fragile guscio d’uovo, l’unico infrantosi dentro questa storia dove il mondo è un rumorosissimo nastro che ci trasporta dove solo lui sa.

Marta Lunghi ed io avevamo anche una piccola cosa in comune. Anche lei aveva a cuore le sorti di una piccola biblioteca di provincia, quella del suo paese. Grazie a lei quel luogo rimaneva aperto, e ben due volte alla settimana. Grazie a lei era un luogo accogliente. Scopro navigando qua e là che sulle pareti della biblioteca c’erano i suoi disegni. Affreschi di bimba, freschi e colorati, firmati con un numero – Marta ’87 – che fa gridare. Millenovecentottantasette, ieri l’altro.
Il Presidente Napolitano, nel suo discorso per il Primo Maggio, si è ricordato di Marta, parlando della necessità di una “ribellione morale”.
Già. Da dove si comincia?
Oggi dagli occhi di Marta che non c’è più, che fan brillare di luce l’acqua della Pozzanghera.

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