Cineserie, Stream of consciousness, Tutte queste cose passare

Figuraccia uruguagia

A Pechino ci sono 40°. Virgola sette. Quaranta uno li sopporta anche, è il virgola sette che spezza le reni. Cammino per strada aggrappato ad una coppetta gelato (mango e melone, n.d.r.) e vengo avvicinato da una giovane creatura dai biondi capelli. Prima che dal suo corpo vengo travolto dal suo accento americano, fatto di uanna e gonna. Un po’ capisco, un po’ mi perdo. La tipa parla troppo fast e poi devo gestire mango, melone e solleone, che sembra facile ma facile non è. Una cosa è evidente: questa mi sta riempiendo di complimenti. Si sta felicitando. Indossa un tailleur bianco, non sta sudando (!?!) e si rallegra con me, con me in quello stato (mango, melone ecc…). Un’altra cosa è evidente: questa pigliaperil. Sì, sì, dall’alto del suo essere una superpotenza planetaria, la biondina pigliaperil. Ricomincia: “Good luck!!! Good luck!!!” Così è troppo. Raccolgo il poco orgoglio non ancora disciolto, mi giro dall’altra parte e levo il disturbo. In direzione della direzione in cui non mi devo dirigere. Fa niente, quando ci vuole ci vuole. Faccio in tempo a vedere la faccia sorpresa e vagamente dispiaciuta. Addio, stronza di una yankee.
Giro l’angolo, faccio pochi passi. Mi specchio nella vetrina di una sorta di agenzia immobiliare. Vedo il sudore, vedo il mango, vedo il melone. Vedo soprattutto la maglietta che indosso: la bandiera bianco celeste sulla spalla, la grande scritta URUGUAY.

Uru

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