Cineserie, Res cogitans, Stream of consciousness

La piccola signora delle mosche

Si sa, su Facebook si fanno cose che hanno decisamente poco senso. Tipo: diventare amici della moglie di un dissidente cinese. La moglie di uno che è stato fatto sparire, imprigionato. Una ventisettenne che vive da anni agli arresti domiciliari. Uno legge la sua storia triste e coraggiosa di attivista dei diritti umani, di cyberdissidente, e della sua prigionia in un quartiere paradosso: “La Città della Libertà”. Poi, grazie a YouTube, ecco il suo documentario di lotta e di protesta: Prisoner in Freedom City, altro capolavoro di coraggio, con quel cartello mostrato in strada ai poliziotti in borghese sempre pronti a pedinarla. Quando si dice: protestare, far sentire la propria voce. Altro che fischi a Schifani.
Infine, ultimo passaggio, si digita il nome sul motore di ricerca di Facebook e si aggiunge Zeng Jinyan ai propri amici, tra gli alunni e gli ex compagni di classe. Ma perché?
No, un senso sembra proprio non esserci.
Poi una mattina leggi uno status, in quello spazio dove la gente scrive che è triste o che è felice, scrive “che palle!”, scrive “son finite le vacanze”, leggi uno status – o, meglio, te lo fai leggere da chi sa, ché Zeng Jinyan scrive in cinese – e te lo porti appresso per tutto il giorno e provi a renderlo in italiano come se tu fossi quello che traduce Shakespeare per la prima volta. Perché quella è la vita vera, ma è anche una poesia meravigliosa. E perché dai diamanti non nasce niente, da Facebook possono nascere fiori.

Zeng

«Si è rotta una finestra, l’ho riparata; la lampadina si è spenta, l’ho cambiata. Una mosca ronza per la casa da parecchi giorni e non io non sono riuscita a fare niente; Hu Jia fai presto, torna a casa e scacciala».

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