Soletta, Stream of consciousness

Nottetempo

In questo gennaio che porta via gli scrittori, non ho strumenti per ricordare Vincenzo Consolo. Semplice: non ho mai letto un suo libro. Una volta, però, avrò avuto sedici anni, Consolo mi ha insegnato una parola. Mai sentita prima, l’ho fatta mia senza esitazioni. Mi era sembrata raffinata e complessa, una piccola architettura da ammirare sospirando. Forse una volta, in un tema del liceo, l’ho pure giocata come si gioca un jolly, o come si cala un asso. A volte sono stato sul punto di pronunciarla, ma qualche strana forma di pudore mi ha fatto desistere. Una parola, più precisamente un avverbio. 

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