Cineserie, Imago, Le storie di Scuolamagia, Stream of consciousness

Daniele

Forse i Maya non avevano previsto catastrofi spettacolari, hollywoodiane. Probabilmente sapevano che il 2012 ci avrebbe portati via uno alla volta, con metodo, così come si sfoglia un calendario. Un giorno un cantautore, il giorno dopo un poeta. Oggi è toccato al mio amico Daniele.

Era stato il mio capo, al tempo in cui ero un obiettore di coscienza in un sindacato. All’inizio il mio compito era quello di fotocopiare i suoi interventi pubblici sulle più scottanti questioni economiche e sociali di questa terra, col tempo ho avuto l’onore di leggerli in anteprima e discuterli con lui. Un giorno gli dissi che la sua prosa mi ricordava quella di Cossiga, che all’epoca imperversava sul “Corriere” con certi caustici editoriali. Sapeva che a me Cossiga faceva piuttosto schifo, ma era contento ugualmente. Alla fine di quella parentesi nel sindacato, ero diventato il suo vignettista satirico di riferimento, e più cattiveria ci mettevo nel rappresentarlo e più lui si divertiva.

Poi l’ho ritrovato su Facebook, e insieme abbiamo chattato di questo mondo tutto da leggere e capire. Ogni tanto sembrava volesse rimproverarmi: gli sembravo rassegnato e mi ricordava che quel ruolo doveva essere il suo, non il mio. Io avevo ali che lui non aveva più, e avevo già perso l’entusiasmo che in lui bruciava ancora.

Daniele amava Scuolamagia ed era un attento lettore della Pozzanghera: una volta gli avevo chiesto di tradurre in lingua friulana alcuni passi dell’Eneide. Le sue perplessità si erano presto sciolte e i miei cuccioli avevano declamato i suoi versi nello spettacolo di fine anno. Aveva fatto dire a Didone, disperata: «Ah parcè m’illudio, ce chi mi spieti? / Si esal forsit ingropât a jodimi vaì? / No l’a batut cej, nencja un sospir, / nencja una lagrima par me che i vuei ben…». Si era messo dalla parte di una donna, proprio come quando si batteva energicamente perché aumentassero i posti di lavoro femminili nell’Alto Friuli.

Una volta, prima di partire per la Cina, gli avevo promesso un souvenir. Girando per Pechino, però, non avevo trovato nulla che potesse resistere al vaglio di un suo ruvido e cinico commento, avevo così ripiegato su un oggetto che fosse un simbolo di quell’altrove di cui avevamo tanto parlato. Un quadernino grande un palmo di mano, lo strumento su cui i bimbi del Celeste Impero tracciano a sinistra i loro caratteri e a destra li traducono in inglese, esercitandosi a conquistare il mondo. Un reperto del presente, al modico prezzo di mezzo dei nostri centesimi. Più di quello che sento di valere io, che quel quadernino marrone non gliel’ho mai consegnato.

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