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Dott.ssa Cicciuzza

Finché un giorno, vai tu a ricordare il perché, ho cominciato a chiamarla Cicciuzza.

Correvano gli anni scolastici 2000-2001 e 2001-2002 ed ero il suo insegnante – precario – di lettere, in seconda e in terza media. Anni mica da ridere: sono entrato in classe e dopo pochi giorni stavamo discutendo tra i banchi, anche con Cicciuzza, di cosa diavolo fossero Erica&Omar; sono rientrato in classe dopo l’estate e sul registro avrei potuto scrivere: “Undicisettembre: e adesso chi glielo spiega?”.

Devo a Cicciuzza, la Cizziuzza dell’epoca, preziosi insegnamenti. Una mattina, ad esempio, mi sente rimproverare una compagna che per la terza volta in un’ora mi ha chiesto di andare al bagno, mi sente dirle che “non è possibile che una persona debba andare alla toilette ogni venti minuti, ecchediamine…”, mi sente, si avvicina e mi spiega pacatamente ma con fermezza che a una donna – sono persone, le donne, no? – IN DETERMINATI GIORNI capita eccome di dover ricorrere così frequentemente ai servizi igienici. Sulla fiducia, Prof., davvero: capita. Da quel giorno nelle mie ore le ragazze escono dall’aula senza chiedere il permesso, suppergiù.

Devo a Cicciuzza e alla sua classe, inoltre, la sorpresa di un ragionamento diventato col tempo concreta realtà: NON AVREMMO DOVUTO PERDERCI DI VISTA, una volta percorso quel fugace ciclo scolastico. Ci eravamo incontrati e quell’incontro non doveva fermarsi davanti ad un tabellone con un foglio e la scritta “licenziato-licenziata”. Non ci credevo, ma avevano ragione.

Crescendo, Cicciuzza è diventata una liceale, ma soprattutto una meteorologa. La mia meteorologa. Dopo la sveglia per andare a scuola, alle 6.00 di mattina, controllava quale fosse il clima nel suo incantevole paese di montagna, per avvertirmi puntualmente in caso di nevicate. A volte bastava uno squillo, a volte un messaggino segnalava: “15 cm”, “35 cm”. Io, già alla guida, mi comportavo di conseguenza, rallentando o eventualmente ripiegando su un più sicuro mezzo pubblico. È capitato che fosse così solerte da allertarmi anche il giorno precedente, se la nevicata aveva avuto inizio col buio. Da qui il proverbio “Cicciuzza di sera…, prendo la corriera”.

Il suo trasferimento in città per proseguire gli studi dopo il liceo è stato per me un vero dramma. Tanti carissimi alunni hanno provato a sostituirla nel gravoso compito; di nessuno mi sono mai fidato completamente come di lei.

Oggi Cicciuzza è diventata la dottoressa Cicciuzza. Si è laureata, ha disquisito di “intelligenza dei sussidi didattici” davanti ad un agguerrito plotone di docenti universitari e mi ha fatto commuovere come non credevo. È stata la prima, tra i miei ex alunni. Meritava una menzione sulla Pozzanghera, concorderanno i 25 lettori.

Cicciuzza che da quel giorno, vai tu a ricordare il perché, ha cominciato a chiamarmi Cicciuzzo.

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