Res cogitans, Soletta

Sottolineando il libro dell’estate

La caccia al libro dell’estate. Quasi uno sport olimpico. Vincenti e perdenti, sorprese e vecchie glorie. In gara: l’alto profilo contro il basso profilo, la scrittura veloce contro la scrittura lenta. Discipline: dal noir individuale al porno-soft a squadre. Eroi: osannati dalla critica, plurimedagliati nei concorsi letterari e primatisti nelle classifiche di vendita. Sulle pagine culturali gli oculati consigli degli scrittori, in quelle pubblicitarie le offerte speciali degli editori.

Poi però a chinque – da sempre, anche al di fuori di quel circo – capita davvero di pensare: questo è il libro più bello che ho letto, quest’estate.

A me è capitato stamattina alle 10.00. Appena richiuso il volumetto iniziato ieri sera tardi. Una sessantina di paginette di quello che non è un romanzo e non è un saggio. Perché è semplicemente una lettera. Una lettera d’amore, più precisamente. L’ha scritta un uomo alla donna della sua vita, per raccogliere un’ultima volta il senso di un amore e per dirle semplicemente “io se non ci sei tu, da solo non ce la faccio”. Non è però una questione di solitudine, di assistenza nella malattia (è Dorine, il destinatario, ad essere ammalata), di sostegno reciproco. È qualcosa che ha a che fare con il SENSO, con il FINE di due vite quando si ingarbugliano così strettamente. E con la FINE, mannaggia alle parole quando sembra che ti prendano in giro.

Basta chiacchiere, spazio alle piccole prede della mia matita, mai così messa alla prova da quando sono diventato un sottolineatore compulsivo.

 

«Stai per compiere ottantadue anni. Sei rimpicciolita di sei centimetri, non pesi che quarantacique chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie».

 

«Ho bisogno di ricostruire la storia del nostro amore per coglierne tutto il senso».

 

«Avevo l’impressione di costruire con te un mondo protetto e protettore».

 

«Non avevi un posto tuo nel mondo degli adulti. Eri condannata a essere forte perché tutto il tuo universo era precario. Ho sempre sentito la tua forza e insieme la tua latente fragilità. Amavo la tua fragilità dominata, la tua fragile forza. Noi eravamo entrambi figli della precarietà e del conflitto. Eravamo fatti per proteggerci reciprocamente dall’una e dall’altro».

 

«Semplicemente mi avevi dato la possibilità di evadere da me stesso e di installarmi in un altrove di cui eri la messaggera».

 

«”La tua vita, è scrivere. Allora scrivi”, ripetevi. Come se la tua vocazione fosse di confortarmi nella mia».

 

«Ho fatto a tua insaputa una tua foto, di schiena: cammini con i piedi nell’acqua sulla grande spiaggia di La Jolla. Hai cinquantadue anni. Sei meravigliosa. È una delle immagini di te che preferisco».

 

«Tu eri ed eri sempre stata più ricca di me. Ti sei schiusa in tutte le tue dimensioni. Eri a tuo agio nella tua vita; mentre io avevo sempre avuto fretta di passare al compito seguente, come se la nostra vita non dovesse cominciare veramente che più tardi».

 

«La notte vedo talvolta la figura di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un carro funebre. Quest’uomo sono io. Sei tu che il carro  funebre trasporta. Non voglio assistere alla tua cremazione; non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri.

[…]

Spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora. Ciascuno di noi vorrebbe non dover sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme».

 

André e Dorine Gorz si sono tolti la vita, insieme, nel 2007. Dal 2006 una lettera d’amore spiegava a tutti il perché.

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