Res cogitans, Soletta

La voglia di Wadjda

Ne sono convinto: si finisce di essere bambini quando si smette di volere, o quando si vuole a metà, o quando si vuole soltanto quello che vogliono altri.

Wadjda, dodicenne saudita, è viva e libera perché vuole, vuole tutto. Ha voluto le sue All Star che rompono la monotonia di quella sorta di tunica che è costretta a mettere a scuola. Quando la sgrideranno intimandole di indossare delle calzature nere come le altre ragazze, colorerà le sue scarpe da ginnastica col pennarello indelebile. E sarà fatta la sua volontà. Wadjda vuole essere amica di un maschio, e con lui vuole fare giochi da maschio. Quando il bambino si ripromette di sposarla, da grande, lei decide che vuole canzonarlo con uno sguardo e così fa. Wadjda vuole lo smalto blu elettrico sulle dita dei piedi e vuole partecipare a una “gara di Corano”. Vuole restare nel punto esatto dove non può restare soltanto perché sono arrivati degli uomini che potrebbero guardarla. Vuole essere guardata, Wadjda, e vuole ridere quando le fanno sapere che una donna con le mestruazioni non può sfogliare il libro sacro se non usa un fazzoletto per proteggerlo. Vuole che il suo nome sia scritto nell’albero genealogico del padre, rigorosamente declinato al maschile. Vuole e aggiorna quell’elenco di maschi con un foglietto e una forcina per capelli. Il genitore non vorrà e deciderà di estirpare il nome della figlia, ma quella sarà una volontà spuria da adulto, decisa da altri chissà dove e chissà quando.

Wadjda vuole soprattutto una bicicletta verde, e attorno a questo desiderio proibito ruota forse il più bel film che ho visto nel 2012, pochi istanti prima che il 2012 sgocciolasse via.   

 

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