Res cogitans, Soletta, Stream of consciousness

Un poeta

 

Quando ho sentito nominare Andrea Pazienza per la prima volta, lui era già morto da qualche anno. Non è passato moltissimo tempo, ma abbastanza sì perché ancora non ci fosse internet, e nella mia cittadina non c’erano e non ci sono mai state le fumetterie, e di libri patinati all’epoca manco parlarne. Per dire che tutto è cominciato con un giornalino consumato, saranno state 15 pagine, sfogliato sotto il banco nell’ora di latino. Non era nemmeno proprietà di quell’amico vicino di banco: infatti, non poté neppure prestarmelo. Solo 5 minuti per innamorarmi senza capire, anche se, ma questa convinzione è venuta dopo, non c’era proprio niente da capire.

Non me n’è mai fregato del ’77 bolognese e di quegli anni. Massimo rispetto, ma io “non c’ero”. Io sono arrivato dopo e il mio dovere è soltanto quello di studiarlo, quel tempo saltato in padella. Mi hanno sempre infastidito le interpretazioni sociologiche attorno al mio mito coi pennarelli. Tutti pronti a fargli indossare una maglietta, a farlo entrare in un movimento, in una generazione, in una consorteria storica già ricca di gesta, personaggi e interpreti. C’ero io quella volta e con me c’era anche Andrea Pazienza. Ecco, così non vale. Perché quell’uomo non apparteneva a nessuno. Mentre a lui – è molto diverso – apparteneva tutto. E quindi anche i cortei, le battaglie, le radio libere. Ma esattamente come l’orma di un cane, il ramo spezzato di un albero, tua cugina che certe sere si fa prendere da una feroce nostalgia.

Sostiene Moreno, a cui Andrea mise le stelle sulla faccia, che è prima di tutto di un poeta che stiamo parlando. “Scrivere di Andrea Pazienza e la poesia, significa guardare con diffidenza a quell’e di mezzo”.

Un suo bellissimo ricordo di Paz continua così, e mi permetto di citarlo in questa domenica lontana 25 anni da un altro giorno di giugno.

 

«Alcuni anni fa, mia figlia Cora nel tema “Cosa vorresti da Babbo Natale?”, chiese che gli insetti potessero vivere anche d’inverno. Andrea avrebbe condiviso; non aveva bisogno di “capire” i bambini. Come loro lui viveva fuori da sé. Sapeva benissimo che extra-Io c’è un paese bellissimo. Andando a zonzo per le campagne era là, dove si posava lo sguardo. I bambini e gli animali fanno così.

Andrea Pazienza è stato tutta la sua vita e anche quella di chi incrociava.

Ne incrociò parecchi. Una volta capitò a un istrice che agonizzava in un fosso con zampe anteriori maciullate da una macchina. Andrea fu anche quell’istrice, quella macchina e la frenata.

È dispendioso essere tutto ciò che si incontra ma dentro di sé, lui, doveva ben sentire che, alla fine dei propri giorni, ognuno reca con sé solo ciò che ha donato» 

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