Stream of consciousness

Camminando Gemona, quarant’anni dopo

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Ho infilato Niccolò Fabi nelle orecchie per camminare la notte gemonese. Un paio di chilometri sono stati sufficienti per raggiungere il luogo dove mi trovavo esattamente quarant’anni fa, davanti alle macerie della mia casa. Avevo un anno e pochi mesi, in quello spiazzo di disperati. Doveva essermi sembrato una specie di festa, quello che mi accadeva attorno – il correre e il gridare, il soccorrere e il disperarsi – perché ebbene sì… ridevo. Rideva tutta la mia faccia paciocca. Ho sempre provato una strana vergogna, nell’ascoltare, all’interno dell’aneddotica su quel 6 maggio, la storia del mio riso inconsapevole. Nella notte più lunga ho presto voltato quell’allegria in un pianto disperato (ho vergogna pure di quello, c’era attorno a me chi distrutto tentava inutilmente di lasciarsi soffocare dal sonno), per la tragedia piccola di un ciuccio smarrito.

Sono tornato lì, come per un appuntamento. Ho spento la musica, il tempo di sentire rumore di stoviglie, telegiornali, chiacchiere. C’era un bassotto che gironzolava libero e inquieto. C’erano quarant’anni sul selciato, come i capelli dal barbiere, canterebbe un altro maestro di quelli che si infilano nelle orecchie.

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Nessuno tocchi Caino, e neanche Doina…

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Prendo un pugnetto di righe di Adriano Sofri a cui sono  molto affezionato, scritte pensando a Erich Priebke. Mi permetto di sostituire alcune parole, e al posto del vecchio nazista ci metto la trentenne Doina Matei. Il discorso fila lo stesso, limpido, con il surplus di pietà che una ex prostituta di trent’anni, madre a 14, carcerata da 9, merita rispetto a un vecchio camerata coerente fino all’ultimo con il suo passato di carnefice.

«Un minuto dopo la sentenza, sarei stato sollevato se Doina Matei fosse stata rimandata a casa sua. Non ha alcuna importanza, ai miei occhi, che donna sia oggi, quali pensieri esprima o taccia sul suo passato, quali selfie posti o non posti su Facebook, di quali sorrisi si renda protagonista.  Riguardano lei. Forse riguardano i parenti della vittime, ammesso che diano peso a ciò che lei dice o tace, o fotografi: non so. Per me non ha alcuna importanza. Non importa niente che donna sia, ma che sia una donna.»

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Un bicchiere di vino frizzante per Gianmaria Testa

Dentro la tasca di un qualunque mattino è stata la mia prima canzone sua. Un pezzo sorprendente, semplice e originalissimo. Ore a chiedersi chi fosse quel genio in ritardo, mostrosacro senza apparente passato. Ore spese a cercare la nota nascosta dalle parti di quel SOL maggiore, minuscola ma indispensabile. Per poi cantare, cantare, cantare ancora.

Mi piace ricordare un grande cantautore ricercando per i fatti miei quella nota maledetta – si è nascosta di nuovo, ma la scovo, sì che la scovo – e postando questo video.

Gianmaria sta sul trespolo, l’arpeggio già si muove come onda, la canzone è salpata. Arriva una ragazza, commessa di libreria. Gli versa in un calice un vinello frizzante, sussurra qualcosa di inutile, che niente a che fare con quella magia in corso. Il cantautore sorride gentile, fa sì con la testa, la bocca ancora al riparo sotto la coperta dei baffi. Dolce. Inizia a cantare. Dentro la tasca di un qualunque mattino, dentro la tasca ti porterei.

 

 

 

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La donna con il foulard giallo

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Vagavo smarrito nell’ala semideserta di centro commerciale semivuoto.

Attendevo il mio turno al bancone dei cellulari. La mia transazione sarebbe stata rapida, immediata, ma prima di me una signora logorroica chiedeva lumi su un nuovo modello di smartphone. Così, mi aggiravo tra gli scaffali consapevole che nessuno, almeno a quell’ora del pomeriggio, mi avrebbe scalzato nell’ordine gerarchico dei clienti.

All’improvviso mi sono ritrovato nell’angolo dedicato alle Tv, nonostante non mi servisse nessuna Tv. 50, 60 schermi accesi, grandi e piccoli, più o meno luminosi, più o meno costosi, più o meno in offerta, alcuni addirittura curvi, devono essere l’ultimo ritrovato di quel settore. Mi sono sempre chiesto cosa orienti la scelta dei titolari o dei commessi, in luoghi come quello. Ho spesso notato come oltre allo scontato calcio, vadano forte le partite di tennis proiettate in simultanea. I campi sono coloratissimi ed essenziali, geometrici; tennisti e tenniste capita siano ragazzi e ragazze avvenenti. Notevoli anche gli effetti di una moltiplicazione di surf a sfidare altissime onde, dei sorpassi al ralenty tra due moto, di una cucciolata di tigrotti.

Oggi pomeriggio, niente di tutto ciò

Mi ha sorpreso prima di tutto un colore. Quel giallo caldissimo moltiplicato su decine di schermi. Giallo Samsung, giallo Sony, giallo Philips, giallo… Era il colore di un velo, un foulard avvolto attorno al collo di una donna matura. Le Tv tacevano il suo nome, il destino l’ha proprio cancellato, il suo nome, sostituito a forza con quello di suo figlio. Ti chiami Paola ma non importa più a nessuno. Ora tutti ti chiamano mamma, la mamma, e il tuo cognome è diventato un nome proprio di ragazzo. Lo urlano, i sottopancia delle Tv, in quel grande negozio e in tutte le case, sugli schermi dei computer connessi.

Non ti ho potuta ascoltare, però, Mamma di G., eri ovunque, stavi parlando ma in sottofondo la tua voce non c’era. In quegli istanti mandavano una Rihanna di qualche anno fa. La tua faccia bianca era segnata, stanca. Parlavi lentamente, facevi delle pause. Finalmente davanti ai telefonini è toccato a me. Voglio quello, grazie. Pago laggiù? No, non mi serve niente, più o meno so come si fa, davvero, grazie. Bancomat. No, tengo in mano. La garanzia, certo. Grazie.

Poi è stata una corsa, forsennata, verso la macchina. Le scale di casa da salire volando, come da ragazzo quand’ero in ritardo. Accendere la Tv, ‘stavolta la mia, cercare la rete allnews, vedere quella donna alzarsi, salutare, ringraziare, c’è un volo da prendere, scusarsi.

Ho quindi raggiunto il computer, atteso che i siti mettessero ordine alle homepage. Ascoltato, chiuso il cerchio.

#VeritaPerGiulioRegeni

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C’era uno al mio paese. Era Cruyff.

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C’era uno, al paese della mia infanzia.

Lo chiamavano Cruyff.

All’epoca ero un ragazzino delle elementari, molto per bene e pure un po’ secchioncello.

Tuttavia, pensavo sempre e soltanto al calcio. Oltre a quello che praticavo con scarsi risultati al campetto, c’erano quello da tifare in tv, quello da leggere (meglio, studiare) sul “Guerin Sportivo”, quello da contemplare in chiave ironica (ma sognante) nei cartoni di Holly e Benji, quello da disegnare su certi quadernini che ancora conservo, quello da giocare con qualsiasi giocattolo, da Big Jim calciatore (creato all’uopo) fino agli animali della savana orrendamente piegati a calciare biglie di vetro. Giraffa compresa, eccellente nel gioco aereo.

E ogni, tanto, per la strada, mi capitava di incontrare Cruyff.

Sì, perché nonostante fosse ovvia la ragione di quel nomignolo, io a quell’uomo che avrà avuto meno di trent’anni non ho mai visto segnare una rete, nemmeno fare un tiro o calzare un paio di pantaloncini da calciatore. Niente di tutto ciò, lo ricordo in jeans e maglietta, al negozio di alimentari, davanti al bar per un bicchiere con gli amici.

Però era Cruyff, qualcuno l’aveva chiamato così e tutti si erano adeguati. Non poteva essere soltanto per via di quel suo essere un lungagnone dinoccolato, con viso magro e appuntito, seppur coperto da una folta barba chiara.

Va detto anche che al mio paese, piccolissimo comune di montagna, tutti eravamo piuttosto fieri della locale squadra di calcio, infarcita di talentuosi giocatori invidiati da tutti i tifosi delle vallate limitrofe. Senza che Cruyff ne indossasse la maglia, però, a causa di un lavoro che lo teneva per lunghi periodi troppo lontano da allenamenti e partite. Mi sembravano dei mostri, e non avevo ancora visto niente. Non avevo visto Cruyff.

Un’altra cosa va aggiunta. A quei tempi, parlo della metà degli anni ’80, un ragazzino come me non aveva mai visto nemmeno Cruyff quello vero. Il Profeta del gol si è infatti ritirato nel 1984 e allora mica esistevano le compilation su YouTube e i Vine da pescare su Twitter. Insomma: guardavo con infinita ammirazione “uno” che somigliava a “uno” che non avevo mai visto, se non in qualche foto. Un doppio atto di fede carpiato. Di quelli che riescono bene ai bambini, probabilmente grazie alla magia di certi racconti ammalianti fatti dagli adulti.

Avevo una decina d’anni, camminavo per strada nel paesino dove tutti si conoscono e dicevo con gentilezza “ciao”. A tutti.

A volte mi rispondeva Cruyff.

P.S.: Per la cronaca, il Cruyff del mio paese non l’ho mai visto giocare, per quell’altro poi fortunatamente sono arrivate le compilation su YouTube e, per la cronaca, il goal più bello è questo qua.

 

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#ToBeContinued2016

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Peccato, davvero. Domani niente concerto in streaming a Scuolamagia, niente listening point di ToBeContinued come negli scorsi anni. Colpa di nessuno: sono soltanto iniziate le vacanze di Pasqua.

Le prime volte è stato complicato, le connessioni erano fragili, fragilissime, e si perdeva continuamente il filo.

Nel 2015 è stato bellissimo, con la Lim nuova fiammante e il lavoro giornalistico svolto dalla redazione di Radiomagia. Bellissime le porte aperte, con quelle musiche così particolari pronte a cercarti, a stanarti in ogni angolo del plesso, classi, corridoi e bagni. E la curiosità, soprattutto, la curiosità di domandarsi da dove, da dove quelle note, quei battiti, quei sibili, quei cigolii. E poi tuffarsi negli atlanti, nelle mappe digitali, nelle tabelle coi fusi orari per guardare, per toccare con mano luoghi lontani suggeriti appena dal suono.

Proprio un peccato, perdersi una giornata di scuola così.

La maratona sonora di ToBeContinued, comunque, per tutti, comincia a mezzanotte, qui.

 

P.S.: come ogni anno il manifesto dell’iniziativa, realizzato da Cosimo Miorelli, è un capolavoro.

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La volta che Umberto Eco ha scritto una cazzata

Eco

Sono stato in un’altra vita un grande ritagliatore di giornali. Ritagliatore e sottolineatore, come no. Ritagliatore, sottolineatore e catalogatore. Possiedo una serie di quaderni ad anelli pieni di micheleserra d’annata, zeppi di adrianosofri imperdibili di cui ricordo ancora i titoli (“Le braci del sesso in carcere”, “Il 25 aprile sulle magliette”, “Il dovere di amare lo stato di Israele”), traboccanti di claudiomagris, alessandrobaricco, antoniotabucchi.
Ovviamente ritagliavo anche Umberto Eco.
E proprio di un ritaglio di quelli sono andato a caccia, oggi. L’ho fatto sorridendo, e probabilmente ne avrebbe sorriso pure lui, perché quel lungo articolo ormai ingiallito metteva in fila un considerevole numero di cazzate. Era tutto sbagliato, sì, perché guardava al futuro senza prenderci mai. Da poco c’era stato l’11 settembre, davanti avevamo scenari di guerra. Eco da par suo guardava prima indietro, e segnalava le altre occasioni in cui il mondo si era polarizzato e si erano fronteggiati un Est ed un Ovest, un Nord ed un Sud. Il tempo delle Crociate, ad esempio, che tanto bene lo scrittore sapeva illuminare con le parole. Fino a giungere alla conclusione, il Maestro, che uno scontro così non sarebbe più stato possibile, essendo frattanto il nostro villaggio divenuto globale. Tutto troppo interconnesso ormai, scriveva, in un gomitolo di relazioni che ci costringe tutti a dipendere dagli altri. Ti odio ma mi servi, insomma. Giocava alla fantascienza, Eco, e involontariamente lanciava profezie al contrario. Gli islamici cattivi del Pakistan ci odiano? Come no, però ci sono anche quelli che studiano felici nelle nostre università europee, quelli che abitano tranquilli le nostre periferie. In un passaggio dell’articolo si parlava addirittura di un mondo islamico impazzito che decide di radere al suolo Parigi. Ma quando mai, c’è la globalizzazione.
So di aver letto quella riflessione in classe. Troppo dotta, infatti a matita ho cancellato alcuni passaggi da saltare per non inficiarne la comprensione da parte dei tredicenni. Volevo tranquillizzasse quegli alunni spaventati dagli aerei impazziti che continuavano, mille volte al giorno, a far crollare le due torri stipate di innocenti. So di aver creduto a quelle parole, e oggi le rileggo con gratitudine e simpatia. Erano parole che correvano rischi, erano parole che osavano, guardavano lontano. L’errore ci sta tutto, siamo umani, e gli uomini nella storia hanno creduto esistessero creature che si riparavano dal sole grazie ad un unico enorme piede. Me l’ha insegnato Eco, guarda un po’.
I giornali del 2016 sono pieni di tristi passati recenti. Smascherano tante piccole disonestà, squarciano piccolissimi veli davanti a minuscole e spesso inutili verità. Costruiscono i capri espiatori che le pance dei lettori bramano. Volano basso, se cadono al massimo si sporcano col fango.
Io nel frattempo continuo a comprare giornali che non ritaglio più, a volte non ho nemmeno il tempo di sfogliarli. La vita è tutta un tweet, e un tweet mi ha rivelato oggi al risveglio che Umberto Eco era morto.

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#ilmioPNSD a Scuolamagia

 

Cronaca di una giornata evento presso la Scuola Secondaria di 1° grado di Forni Avoltri (Scuolamagia), nell’ambito della Settimana internazionale dell’Ora del codice.

Martedì 15 dicembre 2015.

Un piccolo plesso ha riaperto le sue porte nel tardo pomeriggio (18.00 – 20.00) per permettere alle famiglie degli alunni, agli ex alunni e agli abitanti di un piccolo comune di montagna di testare e toccare con mano la scuola di domani.

Rigorosamente guidati dai 13 studenti di Scuolamagia, i numerosi partecipanti all’evento hanno potuto sperimentare:

–          una lezione attraverso Skype, in collegamento con la coordinatrice della rete di scuole Sbilf dell’Alto Friuli, con cui l’Istituto Comprensivo di Comeglians collabora assiduamente;

–          un’appassionante sfida di conoscenze, grazie a kahoot.it, utilizzando Lim e smartphone;

–          l’utilizzo di edmodo.com, risolvendo quiz e rompicapi ideati dai ragazzi;

–          l’utilizzo di alcuni tablet con svariate applicazioni didattiche, giochi di strategia e di pensiero, strumenti musicali;

–          l’utilizzo della Lim (Geogebra, disegno manuale, disegno tecnico, ecc.);

–          il web come inestimabile fonte di informazioni, ma anche come ricettacolo di pericolose bufale e mistificazioni della realtà;

Nel corso della serata gli ospiti hanno potuto consultare, con una postazione dedicata, il Piano Nazionale Scuola Digitale.

Un’aula ha accolto inoltre un discreto numero di pezzi d’antiquariato digitale (Pc, telefoni cellulari, stampanti, sistemi operativi, supporti di memoria, ecc.), forniti da un genitore appassionato collezionista, a testimonianza di un affascinante passato remoto.

#ilmioPNSD a Scuolamagia

è un evento organizzato da Alex C., Serena, Patrick, Alex R., Giorgia, Gaia, Eric, Matteo, Angelo, Pietro, Maia, Micael, Marco con i prof. Barbara Gonano e Andrea Disint. Con l’aiuto di Ines Caneva e Ivan Tamussin.

Scuolamagia (Scuola Secondaria di 1° grado di Forni Avoltri – I.C. di Comeglians – Ud)

http://www.unapozzanghera.it/category/scuolamagia/

Twitter: @Scuolamagia_FA

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Il Gioco del Rispetto

Ve lo ricordate il pornoasilo di Trieste?

Strillavano proprio così, i titoli sui giornali. Era l’inizio del 2015 e tutto ruotava attorno alle scuole dell’infanzia del capoluogo del Friuli Venezia Giulia, ad alcune maestre con i loro alunni, ad una scatolina rossa. E di che colore volevate che fosse, l’involucro di un gioco pornografico?

Immaginate ora dei marmocchi che corrono. Hanno poco più di 3 anni e tutto quel movimento fa parte del gioco. Si fermano e le maestre che li stanno guidando chiedono loro di appoggiarsi vicendevolmente una mano sul petto. Si tratta di rintracciare il battito del cuore, e non è difficile dopo quella corsa. Per riconoscersi uguali, vivi, energici, al di là delle forme e delle chiome, del colore dei vestiti, della forma degli occhiali. Un piccolo passo di consapevolezza, per chi conosce i bambini. Una sorta di precoce atto sessuale, per qualche sguardo esterno, lucidamente folle, pronto a denunciare.

Ma il gioco continua, perché la scatolina rossa è un vero serbatoio di idee e di attività. Adesso si gioca a carte: in una c’è un elefante col grembiule: è maschio o femmina? E quello con la valigetta ventiquattrore, pachiderma in affari? M o F? Scommetto che riuscite ad indovinare le risposte più frequentate, voi che vi dilettate di statistica. Sotto lo sguardo esterno, intanto, si storce il naso.

Sotto con altre carte: ci sono la casalinga e il casalingo, la maestra e il maestro, la muratrice e il muratore, la calciatrice e il calciatore. Si somigliano perché hanno gli stessi vestiti e gli stessi strumenti. Certo non per i tratti somatici, seppur stilizzati nel disegno. Non basta, lo sguardo esterno sente lontano un miglio la puzza di gender.

Non di gender gap, quella che uno dovrebbe sentire davvero, la puzza di teoria del gender. Il resto viene da sé, come in un triste cliché: gli articoli su “Libero”, i tweet di Salvini, le interrogazioni dei politici. Il tutto mentre le famiglie dei bambini che hanno giocato il Gioco del Rispetto esprimono unanimi consensi all’iniziativa didattica.

La bufala è facilmente smontabile, ma le leggende metropolitane sono difficili da estirpare, e il clima si fa più pesante. Quelli (che poi sarebbero Quelle) del Gioco del Rispetto hanno le spalle larghe e vanno avanti, non si fermano. Tant’è che oggi chiedono aiuto affinché la scatolina rossa della discordia possa essere prodotta e distribuita in un’edizione scolastica e in una domestica, da giocare direttamente in famiglia. Lo fanno con un crowdfunding, chiedendo quindi il contributo di tutti.

Pensateci, può dipendere da tutti noi il destino di un’elefante carina e ammodo, con il sogno proibito di cavalcare il suo skateboard.

Alla faccia degli sguardi esterni.

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Noi siamo quelli con le scarpe e… le caramelle

Radunarsi, accendere fiaccole, contarsi, cantare, mostrare cartelli, urlare slogan, scriverseli sulla fronte. Tutto bello, tutto giusto, tutto “più si è meglio è”. Camminare scalzi anche no. Quello noi non possiamo. Non ne abbiamo il  diritto. Le dobbiamo mettere noi a loro, le scarpe. In questo momento ci sono piedi nudi o seminudi che salgono su un gommone in una spiaggia libica o turca, calpestano un deserto, si stringono negli anfratti di tir e furgoni. Per davvero, per davvero, per davvero.

Non ci chiudiamo a chiave in uno sgabuzzino per protestare contro l’indecente condizione di chi vive nelle carceri. Perché è una stupidaggine, e perché noi siamo quelli che devono aprire le porte delle celle-sgabuzzino, mica scimmiottarle.

Non è un gesto coraggioso, marciare scalzi. Serve al massimo a marcare una distanza: da quelli che tra noi non lo farebbero. In Germania hanno un problema con un numero, fortunatamente ridotto, di neonazisti: gli altri tedeschi a occhio e croce, viste le reazioni alle recenti scelte dei loro governanti, sono d’accordo e dicono sì all’accoglienza, senza il bisogno di dividersi tra crucchi abbastanza buoni, buoni e buonissimi.

Io lavorerei affinché tutti, o il maggior numero possibile, si preparassero qui da noi con in mano una caramella gommosa da porgere al primo bambino rifugiato che incontrano. Con ai piedi le Nike, le Adidas, le Tod’s, le Converse, le…

Noi siamo quelli con le scarpe e le caramelle in mano.

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Expo 2015, perché ci porterei i miei alunni

Tornando da Expo mi chiedevo se ne avrei scritto qui. No, mi ero risposto: le cose che mi erano piaciute e quelle che non mi avevano convinto per niente, entrambe, erano abbondantemente già state dette, e meglio di come avrei saputo fare io.

Poi ieri ho letto questo post del maestro Alex Corlazzoli e non c’ho visto più. Non per le legittime critiche all’evento – anch’esse in realtà tutt’altro che inedite – ma perché il collega, fin dal titolo, afferma che negherebbe l’esperienza di Expo ai suoi alunni.

E perché mai?

Mancherebbe da Expo, secondo Corlazzoli, semplicemente la verità. Si tace su tragedie e sfruttamento, sperequazioni e drammi vari. Che nel mondo ci sono e vanno raccontati.

Dimentica il maestro, o finge di dimenticare, la natura stessa dell’evento. Da sempre l’esposizione universale guarda in avanti, parla di progresso, di domani. Non si tratta di nascondere la polvere sotto il tappeto, ogni nazione porta da sempre ad Expo una sua chiave di interpretazione del futuro. Sbaglia Corlazzoli a considerare l’Expo un funerale, perché si tratta di un battesimo. Invitato alla festa, tra bicchieri tintinnanti e fette di torta, il collega vorrebbe che i genitori del bambino battezzato parlassero a tutti dei loro problemi di coppia, di quando lui tradiva lei con la giovane collega, dei casini con il mutuo, delle liti furibonde tra le suocere.

“Non ho imparato niente nel Padiglione del Rwanda”.

Dice Corlazzoli. E cosa voleva imparare, il genocidio? Voleva vedere i machete insanguinati del ’94 in una teca? Anch’io, sconvolto dalla tardiva scoperta dei tragici fatti di quel paese, ho alle spalle qualche annetto di lezioni pulp sugli Hutu che ammazzano gli scarafaggi Tutsi. Oggi però ho capito che non basta. E a quelle lezioni ne ho aggiunte altre in cui parlo della riconciliazione tentata in quel luogo, a pochissimi anni da quel sangue versato, di amnistie e di progresso da compiere necessariamente insieme, guidati – male non fa – da uno dei parlamenti al mondo con più donne sugli scranni (almeno il doppio rispetto al nostro). Nello spazio espositivo tutto questo, magari scavando un po’, si trova.

“Sono partito dalla Palestina: non un’immagine, una riga, una fotografia dell’occupazione”.

Senza voler negare alcuna tragedia, ma proprio lì, ad Expo? Sicuro sicuro? Al battesimo? Con magari qualcun altro, in un padiglione nemmeno troppo lontano, ad esporre le foto di qualche autobus sventrato da un attentato suicida? Ok, ma per andare dove, tutta questa verità?

Appurato che il visitatore non troverà ad Expo nessun riferimento alla guerra d’Algeria, alle torture nelle carceri iraniane e alla corruzione degli oligarchi russi, mi piacerebbe ora indicare alcuni luoghi notevoli del grande luna park di Rho, e segnalarli agli alunni di Corlazzoli.

Il padiglione dell’Angola. Gigante, sorprendente, ricchissimo di informazioni. Si sviluppa attorno ad un baobab ipertecnologico e racconta un paese africano che cresce (tanto) e si emancipa. È pieno di donne angolane, in carne d’ossa e nelle immagini proiettate. Contadine e avvocate. In Angola le donne contano abbastanza, sapete bimbi? Il capo della spedizione milanese è una donna, e prima faceva il ministro del petrolio (che da quelle parti è un po’ come dire ministro dell’economia).

Il padiglione della Cina. Cinese all’ennesima potenza, nel bene e nel male. Qui però mi concentrerei solo sul messaggio video del premier del celeste impero. Ascoltate Xi Jinping, bambini: vero che mette un po’ paura? Pensate, è una specie di dittatore. Sì, uno di quelli che comandan solo loro. Una roba brutta brutta, davvero. Però ascoltate quello che dice della scienza e del progresso. Sono parole un po’ aride, vanno diritte al sodo. Tuttavia, se un miliardo e mezzo di cinesi oggi hanno di che nutrirsi lo devono anche a quei pensieri spigolosi ma chiarissimi. Pensateci, a quelle parole sulla scienza, soprattutto quando qualche italiano vi indicherà nel cielo le scie chimiche.

(E sapete che quel signore cinese brutto e cattivo sta contribuendo a costruire le ferrovie dell’Angola? Non lo fa gratis, ci mancherebbe. Ma i frutti del baobab, se li vuoi vendere a qualcuno, scopri che non scorrono fluidamente sulle nostre belle parole.)

Il padiglione del Principato di Monaco. Piccolo e brutto (riproduce una pila di container), ad ottobre verrà smontato e collocato in un villaggio del Burkina Faso. Diventerà una scuola e un centro medico, in un luogo senza scuole e centri medici. Goccia nel mare? Può darsi, ma dovete sapere che il tetto tecnologico permette di raccogliere la pioggia per riutilizzarla. A Milano, all’Expo, ci bagnano le piante ornamentali, in Burkina Faso magari imparano pure a replicarlo in altre strutture e ci fanno qualcosa di più essenziale. Purtroppo nel padiglione non si accenna agli evasori fiscali che sono accolti a braccia aperte nel Principato, ma il vostro maestro colmerà la lacuna con una scheda di approfondimento da leggere in classe.

I padiglioni dei paesi di cultura islamica. Sono tanti, forse troppi per dei bambini della vostra età. Facciamo soltanto un rapido giro, sorvoliamoli. Guardate i capelli delle donne che vi accolgono. Solo quelli. Vi chiedo di notare le differenze. Ragazze iraniane, ragazze del Qatar, dell’Oman, degli Emirati Arabi Uniti: sono tutte uguali? Sapete che il futuro del pianeta dipende anche da quei capelli? Ci credete se vi dico che se la cameriera del ristorantino iraniano ha una ciocca che esce libera dal velo, senza che nessuno la rimproveri, quello è un buon segnale, un piccolo barlume di speranza? Ci credete che dobbiamo fare il tifo per quella ribellione di chiome e riccioli?

Poi ci sono gli imprevisti, le cose che a Expo non puoi programmare.

È successo a me, camminavo lungo il decumano dopo un pomeriggio tra i padiglioni e le relative code, stremato e arrancante come un Dorando Pietri.

Sono stato travolto dalla festa del Senegal. Era, a mia insaputa, il giorno dedicato a quel paese. Immaginate una nostra banda di paese, ma metteteci i colori, l’energia, la potenza. Toglieteci le scarpe, alla banda di paese, e toglieteci il sudore. Aggiungeteci i salti, le capriole, la vitalità. Tutto è durato 4 minuti, ma mai come in quei 4 minuti avrei voluto vicino i mei alunni, tutti, quelli che ho mandato in vacanza e rivedrò a settembre, e anche quelli che studiano alle superiori o già lavorano e svezzano figli.

Conclude, Corlazzoli, notando l’assenza di librerie all’interno del sito.

Io ho visto anche i libri, a Expo, anche se in effetti non rappresentano l’articolo più diffuso. Dice che tra i padiglioni va di più il videoproiettore, e all’ingresso di quello giapponese le ragazze dell’organizzazione ti schifano se non ti sei scaricato l’apposita app.

Cari bambini, ringraziate il maestro per tutte le ingiustizie che vi ha insegnato a guardare, a distinguere e a combattere. Esistono tutte, stanno lì davanti a noi. Convincetelo a portarvi ad Expo, però. Fategli capire che Renzi non c’entra proprio niente, e rassicuratelo: non farete la spia col direttore del giornale per cui scrive. Non salverà né nutrirà il pianeta, l’Expo. Ma qualche fettina di mondo ve la mostra, e male non vi farà.

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Tutta la verità su Ilaria morta a 16 anni

Hai sedici anni e sei morta da poche ore. Sei lì, in prima pagina dei due principali quotidiani italiani. In uno la foto misura 10cm x 15cm: guardi verso destra, anche se gli occhi sono chiusi, all’orecchio sinistro si nota uno di quegli orecchini giganti che hanno fatto dilatare il lobo, anche se la giornalista usa la parola “sfondato”. Non dev’essere molto pratica di queste diavolerie, succede. Dalla tua bocca esce del fumo, e sale verso gli occhi chiusi che guardano senza guardare. Chissà di che fumo si tratta, chissà. Ognuno maturerà una sua personale convinzione, probabilmente avrà un peso, nel giudizio, il fatto che sei morta e ti hanno ritrovata su una spiaggia.

Chi ha dato le tue foto a “Repubblica” e “Corriere”? Le hanno prese dal tuo profilo Facebook. Scema tu a non rendere più sicura la tua pagina, approfittando delle apposite funzioni di tutela della privacy. Tu mi dirai che non c’è nemmeno troppa coerenza nel farsi 5 piercing e sfondarsi un orecchio per poi non mostrare a tutti il risultato di queste operazioni estetiche. E c’hai ragione pure tu, cara Ilaria che sei morta.

Che poi, diciamocelo, quando uno limita gli accessi possibili ad una cartella di foto, su Facebook, lo fa pensando agli artigli di un maniaco pedofilo, non all’Ok di Ezio Mauro prima di dare il via alle rotative (esistono ancora le rotative? Vabbè…).

Il lavoro accurato dei giornalisti, mentre tu stai prendendo confidenza con la tua nuova condizione di morta, è proseguito raccogliendo gli status sul tuo social network preferito, cucendoci attorno la tua storia (sì, proprio la tua) in un bell’italiano letterario. Mannaggia come ti buttavi giù: paure e ferite, lame nel cuore e sensi ultimi che non si trovano. So che le stesse parole uno le può trovare sulla bacheca di qualunque adolescente così come in una canzone di Little Tony, ma sai fare uno più uno. Ti sei dimenticata dell’orecchio sfondato, del fumo e – soprattutto – del fatto che sei morta?

Ora però voglio renderti giustizia. Capirai perfettamente che i giornali non potevano scrivere quello che scriverò io adesso. I pezzi sarebbero stati barcollanti, sarebbero mancati quel filo logico – rosso, bello insanguinato – e quel tocco di mistero che corre incontro ai lettori sulla spiaggia (pure tu, morire il 10 agosto…).

Renderti giustizia, dicevamo. Nella tua vita non c’erano solo le lame che ti trafiggevano il cuore di giovane emo. C’erano anche quelle con cui togliere il bordo marrone al pancarrè. Quelle con cui affettare una banana prima di frullarla e spalmarla mista a Nutella su quella morbida base bianca. Dopo aver arrotolato il tutto e dopo averlo fritto in una pentola con un po’ d’olio, ai panzerotti (involtini?) di Nutella e banana si tratta di aggiungere lo zucchero.

Questo ho visto, sul tuo profilo Facebook. Un tutorial per cucinare una schifezza.

Con il tuo commento, di cui conservo gli “a capo” e le maiuscole. Manco fosse una poesia.

No

Dobbiamo

Farli

Non c’è traccia, sui giornali, di questo tuo sogno di normalità (uno dei tanti). Ci sono soltanto segnali di morte e altri presupposti per il tuo tragico epilogo. Perfetti per un bel pezzo da giocarsi in edicola l’11 agosto.

Chissà se alla fine sei riuscita a farli, i panzerotti alla Nutella.

(La tua amica N., che invocavi come complice culinaria, nei commenti ti ammoniva: “Ma sono una bomba calorica!!!”. Tu, che eri pure un po’ sboccata, rispondevi: “Ma vaffanculo saranno solo buonissimi quando finiremo spiderman:)))))…”.

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Ci fosse ancora Alex Langer…

 

Si gioca così.

È facile.

Basta fare finta che non ci sia mai stato un lunedì di vent’anni fa, che non sia mai diventato famoso, suo malgrado, un albicocco di Pian de’ Giullari. Che certi pesi di cui non sappiamo si siano come per miracolo dissolti, evaporando nel caldo di quell’inizio di luglio, un attimo prima.

Alex Langer avrebbe oggi 69 anni.

Sarebbe ancora una figura importante per il nostro paese.

Sarebbe stato fatto anche il suo nome nei giorni dell’elezione del Presidente della Repubblica. Scettici avremmo commentato: “sì, magari…”. Infatti non lo avrebbero eletto.

Avrebbe un account su Twitter, risponderebbe a tutti e non si lamenterebbe per qualche troll. Più che per scriverci, lo userebbe per dare spazio agli altri e alle notizie dal mondo. E per promuovere le giuste cause.

Andrebbe poco in tv, dalla Gruber, forse da Floris, da Lerner ci fosse ancora Lerner.

Forse avrebbe con sé un iPad. Manderebbe milioni di mail, ma avrebbe conservato il vizio antico di scrivere una lettera.

Sarebbe a Lampedusa ogni 3 giorni, ma sarebbe di casa anche ad Erbil, tra i bambini siriani in fuga. Sarebbe tornato in Bosnia, va da sé.

Gioirebbe per i ponti in costruzione tra Washington e L’Avana.

Avrebbe simpatia per il Presidente Usa, nonostante quello stare sulla scena, sul pulpito (figaggine, la chiamano con termine tecnico), sarebbe la cosa più distante dal suo fare eternamente goffo, impacciato.

Amerebbe questo Pontefice, senza dubbio, e ne sarebbe ricambiato.

Si batterebbe per i diritti in pericolo, e per il raggiungimento di quelli che mancano. Camminerebbe sulla strada di un gay pride, incontrerebbe quotidianamente giovani e studenti. Non sarebbe “renziano”, ma nulla lo legherebbe alla sinistra radical-spocchiosa. Avrebbe in tasca la tessera dei Verdi, che probabilmente con lui non si sarebbero estinti. Sarebbe andato in Grecia spesso e da molto tempo, non ad urne aperte e a frittata fatta.

Avrebbe occhiali meno improbabili e lo sguardo dolcissimo.

(Continuate pure, il gioco è di tutti…)

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Res cogitans, Stream of consciousness

Quando il bagaglio a mano è un bagaglio umano

Il funzionamento di un bambino di 8 anni non è semplicissimo da capire. Un esemplare maschio mi si è avvicinato pochi giorni fa, durante una prova di evacuazione in comune tra la mia scuola e la dirimpettaia scuola primaria, casa sua. I volontari della protezione civile avevano acceso un piccolo fuoco nel prato vicino alla palestra, e si apprestavano a spegnerlo con gli appositi mezzi.

Il marmocchio mi tira per la felpa e mi fa scendere con la testa di qualche piano, dove mi aspettano la sua zazzera e la sua vocetta.

«Ma quello laggiù è un incendio vero o l’hanno fatto loro?».

Mi è ritornata in mente quella domanda mentre leggevo del suo coetaneo sbucato da un trolley, a Ceuta, alle porte della Fortezza Europa.

Ho pensato a cosa possano avergli detto, mentre lo aiutavano a farsi piccolo piccolo. Che tutto era un gioco, forse, di quelli con la quota di divertimento tutta sbilanciata verso il finale. Che era l’unico modo, più probabilmente, per rivedere la madre e rimanerci a fianco. Forse gli hanno suggerito un pensiero da pensare forte in quel tempo infinito, una canzoncina da cantare mentalmente, una conta di quelle che se vuoi non finiscono, annoiano ma vanno avanti finché ti pare. Forse lo hanno minacciato, hanno usato le cattive. Oppure sta tutta lì la differenza, tra loro che partono e noi che bene o male li accogliamo: nel non riuscire nemmeno ad immaginare, noi, il contenuto di quel dialogo adulto-bambino. Non basta un interprete, non esiste mediazione possibile. Il contenuto di quella comunicazione rimane per noi oscuro come lo sguardo d’intesa tra due gatti, come l’ululato di un cane solitario, come il canto di una balena nell’oceano.

Poi il trolley si è chiuso.

«Ma tutto questo buio è dentro al trolley o c’è anche di fuori?».

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Ragazze davvero pronte alla vita

 

Non era male, l’idea di esser “pronti alla vita”. Ci si poteva quasi credere. Poi basta mezzo pomeriggio di strade milanesi in fiamme con il più prevedibile dibattito che ne potesse sorgere (infiltrazioni, manganelli, Alfano, figlidipapà, Genova, la Diaz, Bolzaneto, i cappucci, i servizidordine, Fedez, i tatuaggidiFedez, gli errori di grammatica di Fedez, arrestiamolitutti, arrestiamoFedez, il manifestante intervistato a TGcom24 che voleva fare “bordello”, la mamma di Baltimora, la mamma di Fedez, la mamma di quello che voleva fare bordello ma qualcuno ci pensa a quella povera mamma?, gli hashtag di Severgnini, le ragioni della protesta, la tipa in posa davanti alla macchina bruciata, quelli che “erano solo 500”, …) e tutto si ridimensiona, a cominciare proprio dai i sogni.

Non siam per niente pronti. Alla vita, s’intende.

Non è detto che non lo sia qualcun altro, però.

Come ad esempio le Skate Girls of Kabul fotografate da Jessica Fulford-Dobson, che con i loro colori sono riuscite a strapparmi dal nero dei cappucci e dal grigio delle parole, le nostre parole, in questo strambo primomaggio.

Nessun riassunto, ché si capisce tutto al volo. Quei visi sono più che sufficienti.

La prontezza alla vita, insomma, spiegata bene bene.

Per quando magari decidiamo di riprovarci.

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Une semence di tiere

E si murive d’estât, in montagne,
bella ciao, cuntun façolet ros tal cuel
magari propit sul plui biel
di une vite dute di suspirâ
o tra i bleons frescs di une biele matine
e si murive in invier
platâts ae vite intal fen
di cualchi casere
cuntune femine mai viodude
a fâ fente di jessi tô mari
o la tô femine
si murive in autun, intai fossâi
maraveâts di fueis 
come cialis inmagadis dal glaç
e si disparive frutats, in avrîl, in avost, 
fermâts e petenâts sul puest
o suntun vecjo vagon plombât
dopo si è muarts di bombis e di tramis
di stragjis che cumò
o clamin di stât 
imbroiantsi la viste
intal lengaç dolcit dal podê
cul cuâl strisciamo la notizia 
de pâs armade
e des bombis inteligjentis
che vuê, a sorprese, a copin cualchidun
e si domandìn ducj
tele-vuidâts tai salotti bene di RAI 1 
ce storie sedi mai deventade cheste
che no rivin plui a clamâ la nestre
siamo i ribelli della montagna
il vot di setembar, Ustica, 
un barcon in cuesture
di li che si cole e si mûr
revisions, procès
indagjins che no puartin mai a nuie
e dut il sanc tal sanc
tai voi stracs de int
che à invuluçât di lagrimis e lavôr
cheste so semence di tiere
di li cal è nassût un paîs che al repudie la vuere.

Maurizio Mattiuzza

 

Un seme di terra

E si moriva d’estate, in montagna,/bella ciao, con un fazzoletto rosso al collo/magari proprio sul più bello/d’una vita tutta da desiderare/o tra le lenzuola fresche di una bella mattina/e si moriva d’inverno/nascosti alla vita nel fieno /di qualche cascina/con una donna mai vista/a fingere d’esser tua madre/o tua moglie/si moriva d’autunno, nei fossi,/sorpresi di foglie/come cicale curiose del gelo/e si spariva ragazzi, in aprile, d’agosto,/fermati e freddati sul posto/o su un vecchio vagone piombato/poi si è morti di ordigni e di trame/di stragi che adesso/chiamiamo di stato /truffandoci la vista/nel linguaggio dolciastro del potere/con cui strisciamo la notizia della pace armata/e delle bombe intelligenti/che oggi, a sorpresa, uccidono qualcuno/e ci chiediamo tutti/teleguidati nei salotti bene di RAI 1/che storia sia davvero questa/che non riusciamo più a chiamare nostra/siamo i ribelli della montagna/l’Otto Settembre, Ustica,/una finestra in questura/da cui si cade e si muore/revisioni, processi/indagini che non portano mai a niente/e tutto il sangue nel sangue/negli occhi stanchi della gente/che ha stretto di lacrime e lavoro/questo suo seme di terra/da cui è nato un paese che ripudia la guerra.

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Fiori di Biblioteca, Le storie di Scuolamagia, Stream of consciousness

#ConsigliRichiesti

Come molti già sanno, una decina d’anni fa ho inventato con i miei alunni la biblioteca comunale del paesino in cui insegno e con loro mi occupo della sua apertura settimanale il venerdì pomeriggio. Io sono sempre lo stesso, gli alunni sono ovviamente cambiati nel tempo.

Quella della biblioteca era ed è soltanto una scusa. Io volevo farmi bello agli occhi del mondo e i ragazzi avevano bisogno di un luogo riscaldato dove suonare le loro chitarre, sgranocchiare i loro biscotti, raggiungere i loro profili su Facebook lontani dagli sguardi delle madri.

Quando periodicamente le istituzioni elargiscono un contributo economico per l’acquisto di nuovi libri andiamo in difficoltà. Gli spazi sugli scaffali sono quelli che sono e quei parallelepipedi di carta sono degli straordinari ricettacoli di polvere, ma soprattutto non abbiamo la più pallida idea di cosa scrivere in quel maledetto foglio excel che ci ordinano di compilare.

Per questo vi sto chiedendo aiuto.

Mi indicate – qui sul blog, su Facebook nei commenti, su Twitter chi vorrà – alcuni titoli che potremmo infilare in quel file affinché noi si eviti la figura degli zoticoni e la copertura “culturale” ai nostri venerdì pomeriggio possa reggere? Roba buona, eh, roba di qualità, e tenete presente che storie come quella di quei due che si volevan sposare dalle parti di Como (no, non c’entra George Clooney, altri due…), sì, insomma, quella ce l’abbiamo già.

Un titolo, due, massimo tre a testa, non mandatemi l’elenco delle vostre letture dalla scuola elementare in poi. So che leggete un sacco, voi altri, ma il contributo ammonta più o meno a quella che è una pensione minima in Italia. Siete liberi di girare questo appello a chiunque pensate possa regalare un consiglio originale.

Grazie mille, siete degli amici della mia biblioteca di montagna e sui libri che mi indicherete comparirà la dicitura “consigliato da…”. Promesso. (In fondo, lo fate per quello, no?).

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L’Ammiraglio Inverno e i suoi morti di freddo

Arrivano all’improvviso, mentre parlo di antichi imperi che crollano, di epidemie che decimano, di economie che ristagnano, di popoli che hanno fame e partono.

Arrivano nelle parole di uno che puoi chiamare solo bimbo, ragazzo è davvero un’esagerazione.

«Come quelli di Lampedusa, li ho visti ieri sera».

Anche altri hanno visto, e non era la prima volta.

Li colpisce, li taglia, li ferisce la novità di quello che controvoglia presto spiegherò loro essere un complemento di causa.

«Di freddo».

Sì, di freddo.

La ricreazione arriva in fretta, per fortuna.

Le ragazze fanno zumba sulla Lim, io e i maschi usciamo in felpa a tirare pallonate contro il muro.

-3°, dice il termometro, ma non li sentiamo: il Generale Inverno nel 2015 fa l’Ammiraglio.

(Foto di Massimo Sestini)

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Le storie di Scuolamagia, Res cogitans, Stream of consciousness

Io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista, …blu.

Una volta all’anno i compiti per casa consistono nell’esaudire le richieste di un foglio colorato, un A4 tagliato verticalmente, con la caratteristica forma di torre. Chi butteresti tra questo e quello? Segue elenco di cose in potenziale conflitto: Coca Cola/Fanta, vacanze al mare/vacanze in montagna, pomeriggio di sole/nevicata, Messi/Cristiano Ronaldo (è consentita l’obiezione di coscienza per femmine apallonare), ecc.

Una coppia proposta in questa versione 2015 era questa, decisamente classica:

 

PENNA NERA / PENNA BLU.

 

Ed è proprio qui, dinanzi a questo bivio d’inchiostro, che sono stato colto da un’illuminazione che Rimbaud se la sognava. La questione appare centrale, e per di più inesplorata, vergine d’indagine scientifica. Potrebbe vertere sui misteri di questa dicotomia il saggio che mi proietterà tra i grandi del pensiero.

Perché non ci sono dubbi: pur avendo utilizzato entrambi gli inchiostri, io sono e rimarrò una penna blu.

E così le persone che meglio conosco: o sono penne blu, o sono penne nere. Rarissime sono le eccezioni, le calligrafie che non riesco a classificare – basta mezzo secondo – con questo banalissimo criterio.

Mezzo secondo davvero. Passo in rassegna, ad esempio, il catalogo dei miei ex alunni, risalendo fino al primo giorno in cui sono entrato terrorizzato in un’aula con in mano soltanto un’idea, per giunta rubata da un libro di Starnone.

Maddalena era blu.

Elisa era nera.

Credo lo sappiano, credo lo siano ancora.

Andrea era blu, Daniele nero. Procedo a caso: Mirco era assolutamente blu, come Eleonora e Federico. Arianna: nero; Donatella; blu. Mattia e Simone, blu pure loro. Greta e Alessandra, blu. Raffaele nero come Ilaria, sua sorella. Nero anche per Camilla e Francesca. Samu, Anna, Mattia e ora Pietro: fratelli, rigorosamente blu. Ho avuto in classe 3 Nicola: 2 blu e 1 nero, nessun tentennamento. Evelyn e Marcello, fratelli: neri. Nicole: blu. Cristiano: nero tutta la vita.

Ci sono anche gli altri, tutti gli altri. Me lo chiedano come fosse un quiz. Io la so perfettamente, la loro “penna madre” (c’è tutto un lessico specifico da inventare, a margine della teoria…).

In realtà, alcuni, pochissimi casi di indecifrabilità esistono, dopo questa primissima analisi. Ho già avvisato le autorità e tali individui, evidentemente disturbati (Rebby sei nera, no? Dimmi Irene, vero che sei blu?), saranno opportunamente isolati e messi nelle condizioni di non nuocere alla collettività.

Ora, non mi resta che indagare tra le pieghe della questione. E capire perché, a un certo punto della nostra vita, prendiamo una strada piuttosto che l’altra e perché, nonostante una penna in prestito o una firma all’ufficio postale ci possano far deviare dal nostro standard, la tendenza di fondo rimanga inossidabilmente quella.

Devo fare in fretta, però: tra qualche tempo blu o neri lo saremo soltanto stati.

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7 cose su Il nome del figlio

Ho visto Il nome del figlio. Dopo una settimana ho rivisto Il nome del figlio. Ora, forse, posso mettere a verbale due o tre cose che so di lui e della sua autrice.

  • Per prima cosa Il nome del figlio è (questo verbo ha vinto le primarie sbaragliando la concorrenza di “sembra”, “somiglia a”, “ricorda”) un film di Scola. Scorrono i titoli di coda e in quella casa ti ci muoveresti non dico con disinvoltura, ma quasi. Sapresti andare in bagno, andare a chiedere il curry ai vicini, affacciarti sul lato della ferrovia. Quella casa è un vero e proprio personaggio, probabilmente uno dei più complessi da gestire, davanti alla macchina da presa.
  • Francesca Archibugi ancora una volta dimostra di saper dirigere bambini e ragazzi come nessun altro. Capita che ottimi film facciano naufragio per colpa di adolescenti male ammaestrati. Archibugi sa scovare invece facce bimbesche più vere del vero. Ad esempio: da dove è uscita Scintilla, che porta il nome di una staffetta partigiana e una staffetta partigiana ricorda anche nei tratti del viso? (E a me ha ricordato pure Antonia Pozzi, ma quelle son p.d.r.: “perversioni del redattore”)
  • Ne Il nome del figlio come negli altri film della regista i personaggi cantano. In un modo o nell’altro, o prima o dopo, cantano sempre. Io non ho nulla in contrario e lascio fare. Se serve, do pure una mano. Una voce, pardon. Nelle visioni casalinghe, s’intende.
  • Nelle storie raccontate da Francesca Archibugi ci sono comportamenti mostruosi, modi di essere spigolosi, personalità ferite e traballanti; ognuno soffre la sua ombra e nessuno è privo di macchie d’unto sull’anima, più o meno lavabili. L’autrice, tuttavia, si rivela fortemente innocentista. Condanna le colpe e grazia il colpevole, guardato con indulgenza in quanto essere umano. A parte il personaggio interpretato da Guia Soncini, ça va sans dire, non ci sono veri cattivi. È una lezione, questa, che dal cinema di Francesca Archibugi cerco di trasferire nel mio mestiere di insegnante. Si fanno grosse cretinate, ma non esistono cretini. La realtà confuta ogni giorno la teoria, ma bisognerà pur credere in qualcosa.
  • Francesca Archibugi sorvola Roma da dio. In questo film va oltre, e sorvola anche una zuppa di broccoli.
  • I film della regista de Il nome del figlio traboccano di libri. Citati nei dialoghi dai personaggi, letti dalla voce fuori campo, appoggiati su un divano o dispersi in una borsetta tra un assorbente e un mazzo di chiavi.
  • I film di Francesca Archibugi sono scritti molto meglio di tanti libri. La preghiera di Siddharta ne L’albero delle pere, il discorso sull’amore e sulle lampadine pronunciato da Giovanna Mezzogiorno in Lezioni di Volo. Fino alla telefonata di Valeria Golino alla madre, nella pellicola ora nelle sale.

Ce ne sarebbero altri, di pallini. Ma questa è solo una piccola pozzanghera, mica i “Cahiers du cinéma”.

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