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Un bicchiere di vino frizzante per Gianmaria Testa

Dentro la tasca di un qualunque mattino è stata la mia prima canzone sua. Un pezzo sorprendente, semplice e originalissimo. Ore a chiedersi chi fosse quel genio in ritardo, mostrosacro senza apparente passato. Ore spese a cercare la nota nascosta dalle parti di quel SOL maggiore, minuscola ma indispensabile. Per poi cantare, cantare, cantare ancora.

Mi piace ricordare un grande cantautore ricercando per i fatti miei quella nota maledetta – si è nascosta di nuovo, ma la scovo, sì che la scovo – e postando questo video.

Gianmaria sta sul trespolo, l’arpeggio già si muove come onda, la canzone è salpata. Arriva una ragazza, commessa di libreria. Gli versa in un calice un vinello frizzante, sussurra qualcosa di inutile, che niente a che fare con quella magia in corso. Il cantautore sorride gentile, fa sì con la testa, la bocca ancora al riparo sotto la coperta dei baffi. Dolce. Inizia a cantare. Dentro la tasca di un qualunque mattino, dentro la tasca ti porterei.

 

 

 

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La donna con il foulard giallo

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Vagavo smarrito nell’ala semideserta di centro commerciale semivuoto.

Attendevo il mio turno al bancone dei cellulari. La mia transazione sarebbe stata rapida, immediata, ma prima di me una signora logorroica chiedeva lumi su un nuovo modello di smartphone. Così, mi aggiravo tra gli scaffali consapevole che nessuno, almeno a quell’ora del pomeriggio, mi avrebbe scalzato nell’ordine gerarchico dei clienti.

All’improvviso mi sono ritrovato nell’angolo dedicato alle Tv, nonostante non mi servisse nessuna Tv. 50, 60 schermi accesi, grandi e piccoli, più o meno luminosi, più o meno costosi, più o meno in offerta, alcuni addirittura curvi, devono essere l’ultimo ritrovato di quel settore. Mi sono sempre chiesto cosa orienti la scelta dei titolari o dei commessi, in luoghi come quello. Ho spesso notato come oltre allo scontato calcio, vadano forte le partite di tennis proiettate in simultanea. I campi sono coloratissimi ed essenziali, geometrici; tennisti e tenniste capita siano ragazzi e ragazze avvenenti. Notevoli anche gli effetti di una moltiplicazione di surf a sfidare altissime onde, dei sorpassi al ralenty tra due moto, di una cucciolata di tigrotti.

Oggi pomeriggio, niente di tutto ciò

Mi ha sorpreso prima di tutto un colore. Quel giallo caldissimo moltiplicato su decine di schermi. Giallo Samsung, giallo Sony, giallo Philips, giallo… Era il colore di un velo, un foulard avvolto attorno al collo di una donna matura. Le Tv tacevano il suo nome, il destino l’ha proprio cancellato, il suo nome, sostituito a forza con quello di suo figlio. Ti chiami Paola ma non importa più a nessuno. Ora tutti ti chiamano mamma, la mamma, e il tuo cognome è diventato un nome proprio di ragazzo. Lo urlano, i sottopancia delle Tv, in quel grande negozio e in tutte le case, sugli schermi dei computer connessi.

Non ti ho potuta ascoltare, però, Mamma di G., eri ovunque, stavi parlando ma in sottofondo la tua voce non c’era. In quegli istanti mandavano una Rihanna di qualche anno fa. La tua faccia bianca era segnata, stanca. Parlavi lentamente, facevi delle pause. Finalmente davanti ai telefonini è toccato a me. Voglio quello, grazie. Pago laggiù? No, non mi serve niente, più o meno so come si fa, davvero, grazie. Bancomat. No, tengo in mano. La garanzia, certo. Grazie.

Poi è stata una corsa, forsennata, verso la macchina. Le scale di casa da salire volando, come da ragazzo quand’ero in ritardo. Accendere la Tv, ‘stavolta la mia, cercare la rete allnews, vedere quella donna alzarsi, salutare, ringraziare, c’è un volo da prendere, scusarsi.

Ho quindi raggiunto il computer, atteso che i siti mettessero ordine alle homepage. Ascoltato, chiuso il cerchio.

#VeritaPerGiulioRegeni

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C’era uno al mio paese. Era Cruyff.

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C’era uno, al paese della mia infanzia.

Lo chiamavano Cruyff.

All’epoca ero un ragazzino delle elementari, molto per bene e pure un po’ secchioncello.

Tuttavia, pensavo sempre e soltanto al calcio. Oltre a quello che praticavo con scarsi risultati al campetto, c’erano quello da tifare in tv, quello da leggere (meglio, studiare) sul “Guerin Sportivo”, quello da contemplare in chiave ironica (ma sognante) nei cartoni di Holly e Benji, quello da disegnare su certi quadernini che ancora conservo, quello da giocare con qualsiasi giocattolo, da Big Jim calciatore (creato all’uopo) fino agli animali della savana orrendamente piegati a calciare biglie di vetro. Giraffa compresa, eccellente nel gioco aereo.

E ogni, tanto, per la strada, mi capitava di incontrare Cruyff.

Sì, perché nonostante fosse ovvia la ragione di quel nomignolo, io a quell’uomo che avrà avuto meno di trent’anni non ho mai visto segnare una rete, nemmeno fare un tiro o calzare un paio di pantaloncini da calciatore. Niente di tutto ciò, lo ricordo in jeans e maglietta, al negozio di alimentari, davanti al bar per un bicchiere con gli amici.

Però era Cruyff, qualcuno l’aveva chiamato così e tutti si erano adeguati. Non poteva essere soltanto per via di quel suo essere un lungagnone dinoccolato, con viso magro e appuntito, seppur coperto da una folta barba chiara.

Va detto anche che al mio paese, piccolissimo comune di montagna, tutti eravamo piuttosto fieri della locale squadra di calcio, infarcita di talentuosi giocatori invidiati da tutti i tifosi delle vallate limitrofe. Senza che Cruyff ne indossasse la maglia, però, a causa di un lavoro che lo teneva per lunghi periodi troppo lontano da allenamenti e partite. Mi sembravano dei mostri, e non avevo ancora visto niente. Non avevo visto Cruyff.

Un’altra cosa va aggiunta. A quei tempi, parlo della metà degli anni ’80, un ragazzino come me non aveva mai visto nemmeno Cruyff quello vero. Il Profeta del gol si è infatti ritirato nel 1984 e allora mica esistevano le compilation su YouTube e i Vine da pescare su Twitter. Insomma: guardavo con infinita ammirazione “uno” che somigliava a “uno” che non avevo mai visto, se non in qualche foto. Un doppio atto di fede carpiato. Di quelli che riescono bene ai bambini, probabilmente grazie alla magia di certi racconti ammalianti fatti dagli adulti.

Avevo una decina d’anni, camminavo per strada nel paesino dove tutti si conoscono e dicevo con gentilezza “ciao”. A tutti.

A volte mi rispondeva Cruyff.

P.S.: Per la cronaca, il Cruyff del mio paese non l’ho mai visto giocare, per quell’altro poi fortunatamente sono arrivate le compilation su YouTube e, per la cronaca, il goal più bello è questo qua.

 

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#ToBeContinued2016

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Peccato, davvero. Domani niente concerto in streaming a Scuolamagia, niente listening point di ToBeContinued come negli scorsi anni. Colpa di nessuno: sono soltanto iniziate le vacanze di Pasqua.

Le prime volte è stato complicato, le connessioni erano fragili, fragilissime, e si perdeva continuamente il filo.

Nel 2015 è stato bellissimo, con la Lim nuova fiammante e il lavoro giornalistico svolto dalla redazione di Radiomagia. Bellissime le porte aperte, con quelle musiche così particolari pronte a cercarti, a stanarti in ogni angolo del plesso, classi, corridoi e bagni. E la curiosità, soprattutto, la curiosità di domandarsi da dove, da dove quelle note, quei battiti, quei sibili, quei cigolii. E poi tuffarsi negli atlanti, nelle mappe digitali, nelle tabelle coi fusi orari per guardare, per toccare con mano luoghi lontani suggeriti appena dal suono.

Proprio un peccato, perdersi una giornata di scuola così.

La maratona sonora di ToBeContinued, comunque, per tutti, comincia a mezzanotte, qui.

 

P.S.: come ogni anno il manifesto dell’iniziativa, realizzato da Cosimo Miorelli, è un capolavoro.

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La volta che Umberto Eco ha scritto una cazzata

Eco

Sono stato in un’altra vita un grande ritagliatore di giornali. Ritagliatore e sottolineatore, come no. Ritagliatore, sottolineatore e catalogatore. Possiedo una serie di quaderni ad anelli pieni di micheleserra d’annata, zeppi di adrianosofri imperdibili di cui ricordo ancora i titoli (“Le braci del sesso in carcere”, “Il 25 aprile sulle magliette”, “Il dovere di amare lo stato di Israele”), traboccanti di claudiomagris, alessandrobaricco, antoniotabucchi.
Ovviamente ritagliavo anche Umberto Eco.
E proprio di un ritaglio di quelli sono andato a caccia, oggi. L’ho fatto sorridendo, e probabilmente ne avrebbe sorriso pure lui, perché quel lungo articolo ormai ingiallito metteva in fila un considerevole numero di cazzate. Era tutto sbagliato, sì, perché guardava al futuro senza prenderci mai. Da poco c’era stato l’11 settembre, davanti avevamo scenari di guerra. Eco da par suo guardava prima indietro, e segnalava le altre occasioni in cui il mondo si era polarizzato e si erano fronteggiati un Est ed un Ovest, un Nord ed un Sud. Il tempo delle Crociate, ad esempio, che tanto bene lo scrittore sapeva illuminare con le parole. Fino a giungere alla conclusione, il Maestro, che uno scontro così non sarebbe più stato possibile, essendo frattanto il nostro villaggio divenuto globale. Tutto troppo interconnesso ormai, scriveva, in un gomitolo di relazioni che ci costringe tutti a dipendere dagli altri. Ti odio ma mi servi, insomma. Giocava alla fantascienza, Eco, e involontariamente lanciava profezie al contrario. Gli islamici cattivi del Pakistan ci odiano? Come no, però ci sono anche quelli che studiano felici nelle nostre università europee, quelli che abitano tranquilli le nostre periferie. In un passaggio dell’articolo si parlava addirittura di un mondo islamico impazzito che decide di radere al suolo Parigi. Ma quando mai, c’è la globalizzazione.
So di aver letto quella riflessione in classe. Troppo dotta, infatti a matita ho cancellato alcuni passaggi da saltare per non inficiarne la comprensione da parte dei tredicenni. Volevo tranquillizzasse quegli alunni spaventati dagli aerei impazziti che continuavano, mille volte al giorno, a far crollare le due torri stipate di innocenti. So di aver creduto a quelle parole, e oggi le rileggo con gratitudine e simpatia. Erano parole che correvano rischi, erano parole che osavano, guardavano lontano. L’errore ci sta tutto, siamo umani, e gli uomini nella storia hanno creduto esistessero creature che si riparavano dal sole grazie ad un unico enorme piede. Me l’ha insegnato Eco, guarda un po’.
I giornali del 2016 sono pieni di tristi passati recenti. Smascherano tante piccole disonestà, squarciano piccolissimi veli davanti a minuscole e spesso inutili verità. Costruiscono i capri espiatori che le pance dei lettori bramano. Volano basso, se cadono al massimo si sporcano col fango.
Io nel frattempo continuo a comprare giornali che non ritaglio più, a volte non ho nemmeno il tempo di sfogliarli. La vita è tutta un tweet, e un tweet mi ha rivelato oggi al risveglio che Umberto Eco era morto.

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#ilmioPNSD a Scuolamagia

 

Cronaca di una giornata evento presso la Scuola Secondaria di 1° grado di Forni Avoltri (Scuolamagia), nell’ambito della Settimana internazionale dell’Ora del codice.

Martedì 15 dicembre 2015.

Un piccolo plesso ha riaperto le sue porte nel tardo pomeriggio (18.00 – 20.00) per permettere alle famiglie degli alunni, agli ex alunni e agli abitanti di un piccolo comune di montagna di testare e toccare con mano la scuola di domani.

Rigorosamente guidati dai 13 studenti di Scuolamagia, i numerosi partecipanti all’evento hanno potuto sperimentare:

–          una lezione attraverso Skype, in collegamento con la coordinatrice della rete di scuole Sbilf dell’Alto Friuli, con cui l’Istituto Comprensivo di Comeglians collabora assiduamente;

–          un’appassionante sfida di conoscenze, grazie a kahoot.it, utilizzando Lim e smartphone;

–          l’utilizzo di edmodo.com, risolvendo quiz e rompicapi ideati dai ragazzi;

–          l’utilizzo di alcuni tablet con svariate applicazioni didattiche, giochi di strategia e di pensiero, strumenti musicali;

–          l’utilizzo della Lim (Geogebra, disegno manuale, disegno tecnico, ecc.);

–          il web come inestimabile fonte di informazioni, ma anche come ricettacolo di pericolose bufale e mistificazioni della realtà;

Nel corso della serata gli ospiti hanno potuto consultare, con una postazione dedicata, il Piano Nazionale Scuola Digitale.

Un’aula ha accolto inoltre un discreto numero di pezzi d’antiquariato digitale (Pc, telefoni cellulari, stampanti, sistemi operativi, supporti di memoria, ecc.), forniti da un genitore appassionato collezionista, a testimonianza di un affascinante passato remoto.

#ilmioPNSD a Scuolamagia

è un evento organizzato da Alex C., Serena, Patrick, Alex R., Giorgia, Gaia, Eric, Matteo, Angelo, Pietro, Maia, Micael, Marco con i prof. Barbara Gonano e Andrea Disint. Con l’aiuto di Ines Caneva e Ivan Tamussin.

Scuolamagia (Scuola Secondaria di 1° grado di Forni Avoltri – I.C. di Comeglians – Ud)

http://www.unapozzanghera.it/category/scuolamagia/

Twitter: @Scuolamagia_FA

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Il Gioco del Rispetto

Ve lo ricordate il pornoasilo di Trieste?

Strillavano proprio così, i titoli sui giornali. Era l’inizio del 2015 e tutto ruotava attorno alle scuole dell’infanzia del capoluogo del Friuli Venezia Giulia, ad alcune maestre con i loro alunni, ad una scatolina rossa. E di che colore volevate che fosse, l’involucro di un gioco pornografico?

Immaginate ora dei marmocchi che corrono. Hanno poco più di 3 anni e tutto quel movimento fa parte del gioco. Si fermano e le maestre che li stanno guidando chiedono loro di appoggiarsi vicendevolmente una mano sul petto. Si tratta di rintracciare il battito del cuore, e non è difficile dopo quella corsa. Per riconoscersi uguali, vivi, energici, al di là delle forme e delle chiome, del colore dei vestiti, della forma degli occhiali. Un piccolo passo di consapevolezza, per chi conosce i bambini. Una sorta di precoce atto sessuale, per qualche sguardo esterno, lucidamente folle, pronto a denunciare.

Ma il gioco continua, perché la scatolina rossa è un vero serbatoio di idee e di attività. Adesso si gioca a carte: in una c’è un elefante col grembiule: è maschio o femmina? E quello con la valigetta ventiquattrore, pachiderma in affari? M o F? Scommetto che riuscite ad indovinare le risposte più frequentate, voi che vi dilettate di statistica. Sotto lo sguardo esterno, intanto, si storce il naso.

Sotto con altre carte: ci sono la casalinga e il casalingo, la maestra e il maestro, la muratrice e il muratore, la calciatrice e il calciatore. Si somigliano perché hanno gli stessi vestiti e gli stessi strumenti. Certo non per i tratti somatici, seppur stilizzati nel disegno. Non basta, lo sguardo esterno sente lontano un miglio la puzza di gender.

Non di gender gap, quella che uno dovrebbe sentire davvero, la puzza di teoria del gender. Il resto viene da sé, come in un triste cliché: gli articoli su “Libero”, i tweet di Salvini, le interrogazioni dei politici. Il tutto mentre le famiglie dei bambini che hanno giocato il Gioco del Rispetto esprimono unanimi consensi all’iniziativa didattica.

La bufala è facilmente smontabile, ma le leggende metropolitane sono difficili da estirpare, e il clima si fa più pesante. Quelli (che poi sarebbero Quelle) del Gioco del Rispetto hanno le spalle larghe e vanno avanti, non si fermano. Tant’è che oggi chiedono aiuto affinché la scatolina rossa della discordia possa essere prodotta e distribuita in un’edizione scolastica e in una domestica, da giocare direttamente in famiglia. Lo fanno con un crowdfunding, chiedendo quindi il contributo di tutti.

Pensateci, può dipendere da tutti noi il destino di un’elefante carina e ammodo, con il sogno proibito di cavalcare il suo skateboard.

Alla faccia degli sguardi esterni.

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I ragazzini delle medie, tra il Samsung Galaxy S4 e l’AK-47

I ragazzini delle medie sanno cos’è un AK-47. Lo sanno e s’indignano se sei tu a non saperlo. Poi si tranquillizzano se scoprono che fino a Kalashnikov c’arrivi, ché qualche film americano prima o dopo l’hai guardato anche tu.

I ragazzini delle medie parlano di Isis da almeno un anno. Anche senza lezioni come quella di oggi, hanno capito benissimo che quei pugnali puntati alla gola stavano dentro il telegiornale, e non dentro i film quelli coi Kalashnikov che ha guardato anche il prof.

I ragazzini delle medie sanno che l’Islam è una religione come le altre. Le religioni esistono, cambiano la vita alle persone ma così è troppo, non ci si crede. Ci dev’essere dell’altro, pensano i ragazzini delle medie.

I ragazzini delle medie faticano non poco davanti alla parola laicità. Sono nati e vissuti in Italia e non capiscono che senso possa avere limitare e confinare qualcosa che considerano un’inoffensiva carta da parati sul fondale delle loro esistenze. Dalle pubbliche cerimonie per i caduti, il 4 novembre, in genere tornano con un’unica e incontenibile impressione, dopo una perizia sul labiale: “il prof non recitava il padrenostro”. Già.

I ragazzini delle medie sanno produrre un silenzio di ghiaccio, durante un minuto di raccoglimento. Poi però ricominciano con le domande, sono macchine costruite per produrre domande. Veri animali geopolitici: sono dei piccoli lucicaraccioli. Prendi un gesso, lo fai cigolare sulla lavagna e subito ti dicono se il Mediterraneo che hai disegnato è credibile, se ti sei dimenticato la Sardegna, oppure Cipro. Poi però ti ascoltano, seguono con gli occhi le tue frecce, si perdono tra gli imperi colorati a pois e quelli a righine oblique.

Non hanno capo né coda, le domande dei ragazzini delle medie. C’entrano qualcosa le due torri gemelle? È stato l’Isis anche lì? Ma cosa vuol dire che l’Isis è uno stato? E allora qual è la capitale? Chi è quella che piange in diretta? (è l’inviata Rai Lucia Goracci) Ma è vero che attaccheranno Roma, l’ho sentito a “Pomeriggio Cinque”? (Chi è quello che piange? È il prof…) Ma è vero che nel teatro li hanno uccisi uno per uno? L’hai vista la foto del teatro quella presa dall’alto, eh, l’hai vista? Ci credi che quello si è salvato perché il proiettile è rimbalzato sul suo cellulare? Guarda che un Galaxy è troooooppo sottile…

Di una cosa sono sicuro, dopo una mattina di occhi addosso come poche altre. I ragazzini delle medie hanno paura. Hanno capito che i grandi sanno un sacco di cose e hanno un sacco pieno di parole. Pronunciano nomi in tutte le lingue e scrivono date lontane alla lavagna. Ma sono senza il filo per unire i pezzi, collegarli tra loro. E senza il filo gli cade tutto per terra.

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Noi siamo quelli con le scarpe e… le caramelle

Radunarsi, accendere fiaccole, contarsi, cantare, mostrare cartelli, urlare slogan, scriverseli sulla fronte. Tutto bello, tutto giusto, tutto “più si è meglio è”. Camminare scalzi anche no. Quello noi non possiamo. Non ne abbiamo il  diritto. Le dobbiamo mettere noi a loro, le scarpe. In questo momento ci sono piedi nudi o seminudi che salgono su un gommone in una spiaggia libica o turca, calpestano un deserto, si stringono negli anfratti di tir e furgoni. Per davvero, per davvero, per davvero.

Non ci chiudiamo a chiave in uno sgabuzzino per protestare contro l’indecente condizione di chi vive nelle carceri. Perché è una stupidaggine, e perché noi siamo quelli che devono aprire le porte delle celle-sgabuzzino, mica scimmiottarle.

Non è un gesto coraggioso, marciare scalzi. Serve al massimo a marcare una distanza: da quelli che tra noi non lo farebbero. In Germania hanno un problema con un numero, fortunatamente ridotto, di neonazisti: gli altri tedeschi a occhio e croce, viste le reazioni alle recenti scelte dei loro governanti, sono d’accordo e dicono sì all’accoglienza, senza il bisogno di dividersi tra crucchi abbastanza buoni, buoni e buonissimi.

Io lavorerei affinché tutti, o il maggior numero possibile, si preparassero qui da noi con in mano una caramella gommosa da porgere al primo bambino rifugiato che incontrano. Con ai piedi le Nike, le Adidas, le Tod’s, le Converse, le…

Noi siamo quelli con le scarpe e le caramelle in mano.

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Expo 2015, perché ci porterei i miei alunni

Tornando da Expo mi chiedevo se ne avrei scritto qui. No, mi ero risposto: le cose che mi erano piaciute e quelle che non mi avevano convinto per niente, entrambe, erano abbondantemente già state dette, e meglio di come avrei saputo fare io.

Poi ieri ho letto questo post del maestro Alex Corlazzoli e non c’ho visto più. Non per le legittime critiche all’evento – anch’esse in realtà tutt’altro che inedite – ma perché il collega, fin dal titolo, afferma che negherebbe l’esperienza di Expo ai suoi alunni.

E perché mai?

Mancherebbe da Expo, secondo Corlazzoli, semplicemente la verità. Si tace su tragedie e sfruttamento, sperequazioni e drammi vari. Che nel mondo ci sono e vanno raccontati.

Dimentica il maestro, o finge di dimenticare, la natura stessa dell’evento. Da sempre l’esposizione universale guarda in avanti, parla di progresso, di domani. Non si tratta di nascondere la polvere sotto il tappeto, ogni nazione porta da sempre ad Expo una sua chiave di interpretazione del futuro. Sbaglia Corlazzoli a considerare l’Expo un funerale, perché si tratta di un battesimo. Invitato alla festa, tra bicchieri tintinnanti e fette di torta, il collega vorrebbe che i genitori del bambino battezzato parlassero a tutti dei loro problemi di coppia, di quando lui tradiva lei con la giovane collega, dei casini con il mutuo, delle liti furibonde tra le suocere.

“Non ho imparato niente nel Padiglione del Rwanda”.

Dice Corlazzoli. E cosa voleva imparare, il genocidio? Voleva vedere i machete insanguinati del ’94 in una teca? Anch’io, sconvolto dalla tardiva scoperta dei tragici fatti di quel paese, ho alle spalle qualche annetto di lezioni pulp sugli Hutu che ammazzano gli scarafaggi Tutsi. Oggi però ho capito che non basta. E a quelle lezioni ne ho aggiunte altre in cui parlo della riconciliazione tentata in quel luogo, a pochissimi anni da quel sangue versato, di amnistie e di progresso da compiere necessariamente insieme, guidati – male non fa – da uno dei parlamenti al mondo con più donne sugli scranni (almeno il doppio rispetto al nostro). Nello spazio espositivo tutto questo, magari scavando un po’, si trova.

“Sono partito dalla Palestina: non un’immagine, una riga, una fotografia dell’occupazione”.

Senza voler negare alcuna tragedia, ma proprio lì, ad Expo? Sicuro sicuro? Al battesimo? Con magari qualcun altro, in un padiglione nemmeno troppo lontano, ad esporre le foto di qualche autobus sventrato da un attentato suicida? Ok, ma per andare dove, tutta questa verità?

Appurato che il visitatore non troverà ad Expo nessun riferimento alla guerra d’Algeria, alle torture nelle carceri iraniane e alla corruzione degli oligarchi russi, mi piacerebbe ora indicare alcuni luoghi notevoli del grande luna park di Rho, e segnalarli agli alunni di Corlazzoli.

Il padiglione dell’Angola. Gigante, sorprendente, ricchissimo di informazioni. Si sviluppa attorno ad un baobab ipertecnologico e racconta un paese africano che cresce (tanto) e si emancipa. È pieno di donne angolane, in carne d’ossa e nelle immagini proiettate. Contadine e avvocate. In Angola le donne contano abbastanza, sapete bimbi? Il capo della spedizione milanese è una donna, e prima faceva il ministro del petrolio (che da quelle parti è un po’ come dire ministro dell’economia).

Il padiglione della Cina. Cinese all’ennesima potenza, nel bene e nel male. Qui però mi concentrerei solo sul messaggio video del premier del celeste impero. Ascoltate Xi Jinping, bambini: vero che mette un po’ paura? Pensate, è una specie di dittatore. Sì, uno di quelli che comandan solo loro. Una roba brutta brutta, davvero. Però ascoltate quello che dice della scienza e del progresso. Sono parole un po’ aride, vanno diritte al sodo. Tuttavia, se un miliardo e mezzo di cinesi oggi hanno di che nutrirsi lo devono anche a quei pensieri spigolosi ma chiarissimi. Pensateci, a quelle parole sulla scienza, soprattutto quando qualche italiano vi indicherà nel cielo le scie chimiche.

(E sapete che quel signore cinese brutto e cattivo sta contribuendo a costruire le ferrovie dell’Angola? Non lo fa gratis, ci mancherebbe. Ma i frutti del baobab, se li vuoi vendere a qualcuno, scopri che non scorrono fluidamente sulle nostre belle parole.)

Il padiglione del Principato di Monaco. Piccolo e brutto (riproduce una pila di container), ad ottobre verrà smontato e collocato in un villaggio del Burkina Faso. Diventerà una scuola e un centro medico, in un luogo senza scuole e centri medici. Goccia nel mare? Può darsi, ma dovete sapere che il tetto tecnologico permette di raccogliere la pioggia per riutilizzarla. A Milano, all’Expo, ci bagnano le piante ornamentali, in Burkina Faso magari imparano pure a replicarlo in altre strutture e ci fanno qualcosa di più essenziale. Purtroppo nel padiglione non si accenna agli evasori fiscali che sono accolti a braccia aperte nel Principato, ma il vostro maestro colmerà la lacuna con una scheda di approfondimento da leggere in classe.

I padiglioni dei paesi di cultura islamica. Sono tanti, forse troppi per dei bambini della vostra età. Facciamo soltanto un rapido giro, sorvoliamoli. Guardate i capelli delle donne che vi accolgono. Solo quelli. Vi chiedo di notare le differenze. Ragazze iraniane, ragazze del Qatar, dell’Oman, degli Emirati Arabi Uniti: sono tutte uguali? Sapete che il futuro del pianeta dipende anche da quei capelli? Ci credete se vi dico che se la cameriera del ristorantino iraniano ha una ciocca che esce libera dal velo, senza che nessuno la rimproveri, quello è un buon segnale, un piccolo barlume di speranza? Ci credete che dobbiamo fare il tifo per quella ribellione di chiome e riccioli?

Poi ci sono gli imprevisti, le cose che a Expo non puoi programmare.

È successo a me, camminavo lungo il decumano dopo un pomeriggio tra i padiglioni e le relative code, stremato e arrancante come un Dorando Pietri.

Sono stato travolto dalla festa del Senegal. Era, a mia insaputa, il giorno dedicato a quel paese. Immaginate una nostra banda di paese, ma metteteci i colori, l’energia, la potenza. Toglieteci le scarpe, alla banda di paese, e toglieteci il sudore. Aggiungeteci i salti, le capriole, la vitalità. Tutto è durato 4 minuti, ma mai come in quei 4 minuti avrei voluto vicino i mei alunni, tutti, quelli che ho mandato in vacanza e rivedrò a settembre, e anche quelli che studiano alle superiori o già lavorano e svezzano figli.

Conclude, Corlazzoli, notando l’assenza di librerie all’interno del sito.

Io ho visto anche i libri, a Expo, anche se in effetti non rappresentano l’articolo più diffuso. Dice che tra i padiglioni va di più il videoproiettore, e all’ingresso di quello giapponese le ragazze dell’organizzazione ti schifano se non ti sei scaricato l’apposita app.

Cari bambini, ringraziate il maestro per tutte le ingiustizie che vi ha insegnato a guardare, a distinguere e a combattere. Esistono tutte, stanno lì davanti a noi. Convincetelo a portarvi ad Expo, però. Fategli capire che Renzi non c’entra proprio niente, e rassicuratelo: non farete la spia col direttore del giornale per cui scrive. Non salverà né nutrirà il pianeta, l’Expo. Ma qualche fettina di mondo ve la mostra, e male non vi farà.

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Tutta la verità su Ilaria morta a 16 anni

Hai sedici anni e sei morta da poche ore. Sei lì, in prima pagina dei due principali quotidiani italiani. In uno la foto misura 10cm x 15cm: guardi verso destra, anche se gli occhi sono chiusi, all’orecchio sinistro si nota uno di quegli orecchini giganti che hanno fatto dilatare il lobo, anche se la giornalista usa la parola “sfondato”. Non dev’essere molto pratica di queste diavolerie, succede. Dalla tua bocca esce del fumo, e sale verso gli occhi chiusi che guardano senza guardare. Chissà di che fumo si tratta, chissà. Ognuno maturerà una sua personale convinzione, probabilmente avrà un peso, nel giudizio, il fatto che sei morta e ti hanno ritrovata su una spiaggia.

Chi ha dato le tue foto a “Repubblica” e “Corriere”? Le hanno prese dal tuo profilo Facebook. Scema tu a non rendere più sicura la tua pagina, approfittando delle apposite funzioni di tutela della privacy. Tu mi dirai che non c’è nemmeno troppa coerenza nel farsi 5 piercing e sfondarsi un orecchio per poi non mostrare a tutti il risultato di queste operazioni estetiche. E c’hai ragione pure tu, cara Ilaria che sei morta.

Che poi, diciamocelo, quando uno limita gli accessi possibili ad una cartella di foto, su Facebook, lo fa pensando agli artigli di un maniaco pedofilo, non all’Ok di Ezio Mauro prima di dare il via alle rotative (esistono ancora le rotative? Vabbè…).

Il lavoro accurato dei giornalisti, mentre tu stai prendendo confidenza con la tua nuova condizione di morta, è proseguito raccogliendo gli status sul tuo social network preferito, cucendoci attorno la tua storia (sì, proprio la tua) in un bell’italiano letterario. Mannaggia come ti buttavi giù: paure e ferite, lame nel cuore e sensi ultimi che non si trovano. So che le stesse parole uno le può trovare sulla bacheca di qualunque adolescente così come in una canzone di Little Tony, ma sai fare uno più uno. Ti sei dimenticata dell’orecchio sfondato, del fumo e – soprattutto – del fatto che sei morta?

Ora però voglio renderti giustizia. Capirai perfettamente che i giornali non potevano scrivere quello che scriverò io adesso. I pezzi sarebbero stati barcollanti, sarebbero mancati quel filo logico – rosso, bello insanguinato – e quel tocco di mistero che corre incontro ai lettori sulla spiaggia (pure tu, morire il 10 agosto…).

Renderti giustizia, dicevamo. Nella tua vita non c’erano solo le lame che ti trafiggevano il cuore di giovane emo. C’erano anche quelle con cui togliere il bordo marrone al pancarrè. Quelle con cui affettare una banana prima di frullarla e spalmarla mista a Nutella su quella morbida base bianca. Dopo aver arrotolato il tutto e dopo averlo fritto in una pentola con un po’ d’olio, ai panzerotti (involtini?) di Nutella e banana si tratta di aggiungere lo zucchero.

Questo ho visto, sul tuo profilo Facebook. Un tutorial per cucinare una schifezza.

Con il tuo commento, di cui conservo gli “a capo” e le maiuscole. Manco fosse una poesia.

No

Dobbiamo

Farli

Non c’è traccia, sui giornali, di questo tuo sogno di normalità (uno dei tanti). Ci sono soltanto segnali di morte e altri presupposti per il tuo tragico epilogo. Perfetti per un bel pezzo da giocarsi in edicola l’11 agosto.

Chissà se alla fine sei riuscita a farli, i panzerotti alla Nutella.

(La tua amica N., che invocavi come complice culinaria, nei commenti ti ammoniva: “Ma sono una bomba calorica!!!”. Tu, che eri pure un po’ sboccata, rispondevi: “Ma vaffanculo saranno solo buonissimi quando finiremo spiderman:)))))…”.

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Ci fosse ancora Alex Langer…

 

Si gioca così.

È facile.

Basta fare finta che non ci sia mai stato un lunedì di vent’anni fa, che non sia mai diventato famoso, suo malgrado, un albicocco di Pian de’ Giullari. Che certi pesi di cui non sappiamo si siano come per miracolo dissolti, evaporando nel caldo di quell’inizio di luglio, un attimo prima.

Alex Langer avrebbe oggi 69 anni.

Sarebbe ancora una figura importante per il nostro paese.

Sarebbe stato fatto anche il suo nome nei giorni dell’elezione del Presidente della Repubblica. Scettici avremmo commentato: “sì, magari…”. Infatti non lo avrebbero eletto.

Avrebbe un account su Twitter, risponderebbe a tutti e non si lamenterebbe per qualche troll. Più che per scriverci, lo userebbe per dare spazio agli altri e alle notizie dal mondo. E per promuovere le giuste cause.

Andrebbe poco in tv, dalla Gruber, forse da Floris, da Lerner ci fosse ancora Lerner.

Forse avrebbe con sé un iPad. Manderebbe milioni di mail, ma avrebbe conservato il vizio antico di scrivere una lettera.

Sarebbe a Lampedusa ogni 3 giorni, ma sarebbe di casa anche ad Erbil, tra i bambini siriani in fuga. Sarebbe tornato in Bosnia, va da sé.

Gioirebbe per i ponti in costruzione tra Washington e L’Avana.

Avrebbe simpatia per il Presidente Usa, nonostante quello stare sulla scena, sul pulpito (figaggine, la chiamano con termine tecnico), sarebbe la cosa più distante dal suo fare eternamente goffo, impacciato.

Amerebbe questo Pontefice, senza dubbio, e ne sarebbe ricambiato.

Si batterebbe per i diritti in pericolo, e per il raggiungimento di quelli che mancano. Camminerebbe sulla strada di un gay pride, incontrerebbe quotidianamente giovani e studenti. Non sarebbe “renziano”, ma nulla lo legherebbe alla sinistra radical-spocchiosa. Avrebbe in tasca la tessera dei Verdi, che probabilmente con lui non si sarebbero estinti. Sarebbe andato in Grecia spesso e da molto tempo, non ad urne aperte e a frittata fatta.

Avrebbe occhiali meno improbabili e lo sguardo dolcissimo.

(Continuate pure, il gioco è di tutti…)

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Ragazze davvero pronte alla vita

 

Non era male, l’idea di esser “pronti alla vita”. Ci si poteva quasi credere. Poi basta mezzo pomeriggio di strade milanesi in fiamme con il più prevedibile dibattito che ne potesse sorgere (infiltrazioni, manganelli, Alfano, figlidipapà, Genova, la Diaz, Bolzaneto, i cappucci, i servizidordine, Fedez, i tatuaggidiFedez, gli errori di grammatica di Fedez, arrestiamolitutti, arrestiamoFedez, il manifestante intervistato a TGcom24 che voleva fare “bordello”, la mamma di Baltimora, la mamma di Fedez, la mamma di quello che voleva fare bordello ma qualcuno ci pensa a quella povera mamma?, gli hashtag di Severgnini, le ragioni della protesta, la tipa in posa davanti alla macchina bruciata, quelli che “erano solo 500”, …) e tutto si ridimensiona, a cominciare proprio dai i sogni.

Non siam per niente pronti. Alla vita, s’intende.

Non è detto che non lo sia qualcun altro, però.

Come ad esempio le Skate Girls of Kabul fotografate da Jessica Fulford-Dobson, che con i loro colori sono riuscite a strapparmi dal nero dei cappucci e dal grigio delle parole, le nostre parole, in questo strambo primomaggio.

Nessun riassunto, ché si capisce tutto al volo. Quei visi sono più che sufficienti.

La prontezza alla vita, insomma, spiegata bene bene.

Per quando magari decidiamo di riprovarci.

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Une semence di tiere

E si murive d’estât, in montagne,
bella ciao, cuntun façolet ros tal cuel
magari propit sul plui biel
di une vite dute di suspirâ
o tra i bleons frescs di une biele matine
e si murive in invier
platâts ae vite intal fen
di cualchi casere
cuntune femine mai viodude
a fâ fente di jessi tô mari
o la tô femine
si murive in autun, intai fossâi
maraveâts di fueis 
come cialis inmagadis dal glaç
e si disparive frutats, in avrîl, in avost, 
fermâts e petenâts sul puest
o suntun vecjo vagon plombât
dopo si è muarts di bombis e di tramis
di stragjis che cumò
o clamin di stât 
imbroiantsi la viste
intal lengaç dolcit dal podê
cul cuâl strisciamo la notizia 
de pâs armade
e des bombis inteligjentis
che vuê, a sorprese, a copin cualchidun
e si domandìn ducj
tele-vuidâts tai salotti bene di RAI 1 
ce storie sedi mai deventade cheste
che no rivin plui a clamâ la nestre
siamo i ribelli della montagna
il vot di setembar, Ustica, 
un barcon in cuesture
di li che si cole e si mûr
revisions, procès
indagjins che no puartin mai a nuie
e dut il sanc tal sanc
tai voi stracs de int
che à invuluçât di lagrimis e lavôr
cheste so semence di tiere
di li cal è nassût un paîs che al repudie la vuere.

Maurizio Mattiuzza

 

Un seme di terra

E si moriva d’estate, in montagna,/bella ciao, con un fazzoletto rosso al collo/magari proprio sul più bello/d’una vita tutta da desiderare/o tra le lenzuola fresche di una bella mattina/e si moriva d’inverno/nascosti alla vita nel fieno /di qualche cascina/con una donna mai vista/a fingere d’esser tua madre/o tua moglie/si moriva d’autunno, nei fossi,/sorpresi di foglie/come cicale curiose del gelo/e si spariva ragazzi, in aprile, d’agosto,/fermati e freddati sul posto/o su un vecchio vagone piombato/poi si è morti di ordigni e di trame/di stragi che adesso/chiamiamo di stato /truffandoci la vista/nel linguaggio dolciastro del potere/con cui strisciamo la notizia della pace armata/e delle bombe intelligenti/che oggi, a sorpresa, uccidono qualcuno/e ci chiediamo tutti/teleguidati nei salotti bene di RAI 1/che storia sia davvero questa/che non riusciamo più a chiamare nostra/siamo i ribelli della montagna/l’Otto Settembre, Ustica,/una finestra in questura/da cui si cade e si muore/revisioni, processi/indagini che non portano mai a niente/e tutto il sangue nel sangue/negli occhi stanchi della gente/che ha stretto di lacrime e lavoro/questo suo seme di terra/da cui è nato un paese che ripudia la guerra.

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To Be Continued 2015: anche Scuolamagia listening point

Per il terzo anno consecutivo nella mia scuoletta il 24 marzo non sarà un giorno come gli altri.

Nell’aria, infatti, oltre alle voci consuete, ai rimproveri, alle canzoni, alle nozioni, alle imprecazioni, alle campanelle, ai rubinetti aperti per infilarci le guance dopo la partita di ricreazione, alle porte sbattute per la corrente, alle risate, alle sgroppate da bufali su e giù per le scale, ai morsi avidi nella carne dei panini, agli evidenziatori stappati come tappi di spumante, alle parolacce… oltre a tutto questo ci sarà una musica, un rumore di fondo che proverrà da vicino, da lontano e da lontanissimo, da praticamente ovunque nel mondo.

Perché domani c’è To Be Continued, il concertone folle e visionario come un esperanto, la quintessenza dell’idea di internet, la più buona delle buonecause.

24 ore di musica non stop, al ritmo di un artista ogni mezzora.

Noi ci saremo. E ci sarete anche voi se cliccherete

qui

 

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L’Ammiraglio Inverno e i suoi morti di freddo

Arrivano all’improvviso, mentre parlo di antichi imperi che crollano, di epidemie che decimano, di economie che ristagnano, di popoli che hanno fame e partono.

Arrivano nelle parole di uno che puoi chiamare solo bimbo, ragazzo è davvero un’esagerazione.

«Come quelli di Lampedusa, li ho visti ieri sera».

Anche altri hanno visto, e non era la prima volta.

Li colpisce, li taglia, li ferisce la novità di quello che controvoglia presto spiegherò loro essere un complemento di causa.

«Di freddo».

Sì, di freddo.

La ricreazione arriva in fretta, per fortuna.

Le ragazze fanno zumba sulla Lim, io e i maschi usciamo in felpa a tirare pallonate contro il muro.

-3°, dice il termometro, ma non li sentiamo: il Generale Inverno nel 2015 fa l’Ammiraglio.

(Foto di Massimo Sestini)

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Meglio esserci, a Parigi

 

Piuttosto apprezzato e condiviso, a margine della marcia parigina di oggi, il lavoro certosino di chi ha spulciato nelle carriere dei leader mondiali presenti mettendo in evidenza pratiche censorie abituali, oltraggi assortiti ai diritti umani più elementari e porcate di ogni natura.

Ben fatto. Operazione meritoria ed “ipocrisia” è davvero la parola giusta da usare.

Detto questo, però, non sarebbe il caso di aggiungere che è comunque meglio che quei capi di stato siano sfilati in quelle piazze ferite, abbiano calcato quei boulevard parigini?

In fondo quel gesto di “esserci” non li inchioda un pochetto, non fa loro firmare una sorta di contratto capestro, non li impegna pubblicamente al rispetto dei valori posti implicitamente alla base della manifestazione? Un po’, s’intende. Undici, non millemila. Comunque meglio di zero.

La volta che il mio alunno più disgraziato fa i compiti, ha proprio senso che io gli ricordi soltanto tutte le vecchie inadempienze scolastiche?

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Le canzoni son di tutti ma di qualcuno, forse, un po’ di più…

 

Le canzoni son di quelli che sputan sul parabrezza mentre le cantano, e che antepongono il tornare indietro su quel passaggio meraviglioso a una ripartenza col verde dal semaforo.

Le canzoni sono di quelli che hanno il vinile originale, di quelli che hanno il CD con la custodia rotta, di quelli che avevano la cassetta ma o l’hanno persa o c’han registrato sopra della musica più brutta, di quelli che te le passano col telefonino prima di accorgersi che in pugno stringi un Nokia 3310.

Le canzoni sono di quelli che hanno sviscerato il testo e la sanno lunghissima sulla genesi e sui retroscena, sulle citazioni e sugli aneddoti connessi.

Le canzoni sono di quelli che gli sembra sempre già sentita e che dietro c’è sicuramente l’ombra di un plagio (con le due varianti: “lo scriverò a Travaglio!” e “ma in fondo, le note sono solo 7”).

Le canzoni sono di quelli che dopo quel disco non ne ha più fatte di così, valido per tutti gli interpreti e per tutti gli album dopo il primo.

Le canzoni sono di quelli che le sanno a memoria.

Le canzoni sono di quelli che sanno anche gli accordi.

Le canzoni sono di quelli che le parole non le sanno e a volte ci metton quelle della strofa prima.

Le canzoni sono di quelli che le parole non le sanno e a volte le inventano di sana pianta.

Le canzoni sono di quelli che le parole non le sanno e allora cantano appena fuori sync, giusto quei due secondi, con un improbabile effetto eco da valle dolomitica.

Le canzoni sono di quelli che c’hanno creduto quella volta che De Gregori al 1° Maggio si è chiesto “perché una canzone è una canzone popolare?” e si è risposto – manco fosse da Marzullo – “perché l’abbiamo scritta tutti quanti assieme”.

Le canzoni sono di quelli che le cantano a squarciagola anche se sono trasmesse in sottofondo dentro un negozio di scarpe.

Le canzoni sono di quelli che una volta le ricopiavano a mano sulla carta, altro che “angolotesti” o “testimania”.

Le canzoni sono di quelli che fanno le seconde voci, tra gli occhi sgranati degli astanti.

Le canzoni sono di quelli che “meno male che c’è sempre qualcuno che canta e la tristezza ce la fa passare…”.

Le canzoni sono di quelli “con gli amici cantiamo una nuova canzone”, ma le domande consuete son sempre le stesse.

Le canzoni sono di quelli con la chitarra classica simile a quella del loro idolo, che si filmano e postano su YouTube mentre le eseguono, mentre le stonano, mentre le sbagliano, ma le amano dio se le amano, e alla fine sono i primi a scrivere un commento sotto: «Ragazzi, scusate se sono un po’ impacciato…».

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Le cose cambiano, e la scuola è gay

Chissà che conclusioni avrebbero raggiunto, gli insegnanti sguinzagliati dalla curia milanese alla scoperta di come e quanto l’immaginario gay abbia invaso le classi, le file di banchi, i corridoi, le file davanti ai distributori di merendine.

Probabilmente al termine della loro “indagine informale” avrebbero tratto un bilancio confortante, dal loro punto di vista, ché i docenti italiani tutto sono fuorché un’avanguardia. In nessun campo, figuriamoci in quello.

Le cose, tuttavia, cambiano. Indipendentemente da chi sieda in cattedra.

“Prof., nel tema posso metterci un gay? In tutte le serie americane ce n’è almeno uno…”.

Rimasi stupito, ed era il 2003. Certo che si poteva.

Poi qualche anno dopo venne un tema cupo e di difficile lettura. Ma era colpa mia, non riuscivo a capacitarmi – aprendo e richiudendo il protocollo – che la protagonista fosse trans. Messa a fuoco la cosa, tutto scorreva liscio nel racconto di un’identità complessa e tormentata. Racconto che io non avrei saputo scrivere, figuriamoci in seconda media.

Molta strada rimane da percorrere, per gli insegnanti, per gli alunni e per gli 007 delle curie curiose.

Ma intanto non posso non pensare agli esami di stato di questo giugno, con una ragazza concentrata sulla brutta del suo tema: dentro c’è il suo futuro, il suo realizzarsi nel mondo della moda, tra collezioni da disegnare, sfilate da allestire, party e jet lag. Un futuro di fama e soldi a palate, ma anche di fatica e di stress. Tanto da rendere indispensabile la presenza costante di un assistente tuttofare. Ma i lettori non si facciano strane idee, tra la stilista e l’efficientissimo Andrew (in mio onore, NdR) non c’è niente. Quello è gay fino al midollo.

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