Le storie di Scuolamagia, Res cogitans, Tutte queste cose passare

Contro l’appello che vuol sconfiggere la buona scuola con la scuola morta


flea_PNG24Fare le pulci agli appelli accorati di intellettuali ha un suo fascino. Può essere pure divertente: quello che scrivi non deve avere una spina dorsale (usi la stessa creata degli estensori), non sei obbligato a seguire un filo. Mentre scrivi ti senti come un batterio, un virus, un corpo estraneo che si prefigge di mandare in crisi un sistema, inceppare un ingranaggio.

Questa volta, tuttavia, il divertimento è ostacolato dalla consapevolezza di voler infettare un organismo già gravemente malato di suo. La diagnosi mi pare impietosa: siamo un paese conservatore fino al midollo e non ce ne vergogniamo nemmeno un po’.

Io sono quello rosso, ça va sans dire.

Si parte.

Dalla Costituzione della Repubblica italiana:

Art. 3: ” [..]E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…”

Art. 33: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento…”

Art. 34: “La scuola è aperta a tutti.  L’istruzione inferiore…”

Bene, il solito trucchetto. Ci eravamo dimenticati la Costituzione. Chi ha provato a confrontarsi con il nuovo, negli ultimi anni, dal legislatore fino all’ultima delle maestre dell’Emilia Romagna, lo ha fatto dimenticandosi della Carta, sputando su Calamandrei. E una moratoria sull’eccesso di strumentalizzazione forzata della Costituzione, no?

La premessa

L’ultima riforma della scuola è l’apice di un processo pluridecennale che rischia di svuotare sempre più di senso la pratica educativa e che mette in pericolo i fondamenti stessi della scuola pubblica. Certo la scuola va ripensata e riformata, ma non destrutturata e sottoposta ad un processo riduttivo e riduzionista, di cui va smascherata la natura ideologica, di marca economicistica ed efficientista.

Mi sembra un ottimo modo per svelenire il clima e aprire un confronto con chi ha promosso i cambiamenti criticati dall’appello. Avete distrutto la scuola, parliamone. Siete il male, noi siamo il bene, quanto zucchero nel tè?

La scuola è e deve essere sempre meglio una comunità educativa ed educante. Per questo non può assumere, come propri, modelli produttivistici, forse utili in altri ambiti della società, ma inadeguati all’esigenza di una formazione umana e critica integrale.

È quanto mai necessario “rimettere al centro” (virgolette?) del dibattito la questione della scuola.

Come? In tre modi almeno:

  1. a) parlandone e molto, in un’informazione consapevole che spieghi in modo critico i processi in corso;
  2. b) ricostituendo un fronte comune di Insegnanti, Dirigenti Scolastici, Studenti, Genitori e Società civile tutta; e, soprattutto, (contro chi dovrebbe schierarsi, poi, questo fronte? Altri Insegnanti? Genitori cattivi? La Società incivile? Renzi?)
  3. c) riprendendo una lotta cosciente e resistente in difesa della scuola, per una sua trasformazione reale e creativa. (lotta e resistenza, trasformazione reale e creativa: ok, a che ora scatta l’okkupazione? Scherzi a parte, segnatevi la creatività. Da qui in poi non troverete uno straccio di proposta, qualcosa non dico di nuovo, almeno di concreto…)

Bisogna chiedersi, con franchezza: cosa è al centro realmente? L’educazione, la cultura, l’amore per i giovani e per la loro crescita intellettuale e interiore, non solo professionale, o un processo economicistico-tecnicistico che asfissia e destituisce? Ora, gli estensori dell’appello vengono tutti dalle scuole Superiori. Tra loro non c’è una prof. delle Medie o un maestro d’asilo. Ovvio che ce l’abbiano a morte con l’alternanza scuola-lavoro e con la sua difficile applicazione. Comprensibile. Ma ha senso trasferire questa frustrazione da prof. di liceo all’intero corpaccione della scuola italiana? Davvero, ammesso che sia possibile percepirle nei licei, si sono innestate nelle scuole primarie italiane derive economiciste? Una maestra che porta la robotica in classe si rende complice di questa deriva? Lo pensate davvero? Anche guardandola negli occhi?

7 temi per un’idea di Scuola

da leggere come studente, genitore, insegnante, cittadino

  1. Conoscenze vs competenze
  2. Innovazione didattica e tecnologie digitali
  3. Lezione vs attività laboratoriale
  4. Scuola e lavoro
  5. Metrica dell’educazione e della ricerca
  6. Valutazione del singolo, valutazione di sistema
  7. Inclusione e dispersione

Il documento

  1. Conoscenze vs competenze

Una scuola di qualità è basata sulla centralità della conoscenza e del sapere costruiti a partire dalle discipline. Letteratura, Matematica, Arte, Scienza, Storia, Geografia, Filosofia, in tutte le loro declinazioni, sono la chiave di lettura del mondo, della società e del nostro futuro. Una reale comprensione del presente e la trasformazione della società richiedono riferimenti che affondano le radici nella storia, nelle opere, nelle biografie e nell’epistemologia delle discipline.

Da qui sembra di capire che nella “nuova scuola” Letteratura, Arte, Matematica, Geografia, ecc. non esistano più. Che dalla scuola italiana stiano sparendo le opere. La Gioconda? Via. La Divina Commedia? Via. Le nostre radici sono sotto attacco. I barbari non avranno pietà.

Chiunque abbia un figlio a scuola potrebbe testimoniare come al massimo sia cambiato (era ora!) qualche approccio metodologico. Un figlio che guarda un video sui vulcani prima di studiare le pagine che il libro di scienze dedica ai vulcani. Per quelli dell’appello, invece: ci stanno scippando i vulcani.

 Crediamo che:

  1. i)Aggregare compiti e prestazioni degli allievi attorno a competenze predefinite e standardizzate annienti l’organicità dell’educazione, riduca la complessità del mondo ad un “kit di pratiche”, che tali restano, anche con l’appellativo onorifico di “competenze di cittadinanza”. Interessante notare come le tanto vituperate (dall’appello) competenze adottate negli ultimi decenni dalla scuola italiana siano nientemeno che riferimenti comuni a tutti i paesi Ue. Sono il prodotto dell’Europa migliore a cui spesso diciamo di voler assomigliare di più, ma che quando fa sul serio e innova davvero ci fa scappare a gambe levate. I grillini che vogliono uscire dall’euro (subito, forse, chissà, vedremo cosa dice il web…) sono la punta di un iceberg, ma il paese è bloccato da un ghiaccio più profondo e difficilmente scalfibile…) 
  2. ii)La competenza, unica e trasversale, si consegua nel tempo, nello spazio sociale, nei contesti comunicativi affettivo-cognitivi. La cittadinanza, a cui le competenze comunitarie aspirano, non è un insieme di rituali individuali da validare e certificare. Cittadinanza è “operare in comune”. Insieme di rituali individuali da validare e certificare… vostra sorella. Migliaia di docenti insegnano cittadinanza a scuola nel 2017 lontani da questa macchietta da volantino ciclostilato a Bologna nel ’77. Cittadinanza che in realtà, nella scuola rimpianta dagli estensori, era qualcosa di vago e incompiuto (l’educazione civica, do you remember?), lasciato alla buona volontà dei docenti (che buona era in rarissimi casi). Qui ci si aspetterebbe un guizzo di quella auspicata creatività. Non pervenuto.

iii)  Non abbia senso misurare “livelli di competenza” degli studenti, da attestare in una sorta di fermo-immagine valutativo. Il sapere non si acquisisce mai definitivamente. È continuamente rinnovato dalla maturazione, consapevolezza, interiorità, ricerca singolare e plurale, approfondimento di contenuti e pratiche.

  1. Innovazione didattica e tecnologie digitali

Innovare non è bene di per sé, tantomeno in campo educativo. La didattica “innovativa” o digitale, oggi presentata come primaria necessità della Scuola, non vanta alcuna legittimazione scientifica né acquisizione definitiva da parte della ricerca educativa. Innovazioni e tecnologie, nelle varie accezioni global-ministeriali GLOBAL-MINISTERIALI???? Ma come parlate? Come Manu Chao? (debate, CLIL, flipped classroom, etc), rappresentano un insieme di “riforme striscianti” che demoliscono pezzo a pezzo l’edificio della Scuola Pubblica dal suo interno. Servono piuttosto innovazioni in tutt’altra direzione, che sappiano valorizzare inoltre l’interculturalità, la creatività e l’immaginazione, il pensiero critico e quello simbolico, nella didattica così come nell’impianto complessivo della scuola.

Ok, prof. che fai gare di retorica coinvolgendo i ragazzi, che in classe tua pare d’essere nella Roma di Cicerone (a proposito di radici…), fermo: stai demolendo la scuola.

Ehi, prof.ssa che stacchi alle due di notte per preparare al meglio la tua lezione (CLIL) su Caravaggio in tedesco, non ti muovere: stai demolendo la scuola.

Tu, maestra che corri come una matta tra virtuosi circoli di banchi coordinando attività creative di bambini che poi verranno condivise con l’intera classe (flipped classroom), stop! Hai appena picconato a morte la scuola italiana.

 Crediamo che:

  1. i)Ogni innovazione metodologica o tecnologia digitale sia un possibile strumento di ampliamento e accesso a contenuti e conoscenze. Sul loro impiego l’insegnante è chiamato a riflettere e valutare in maniera incondizionata e libera. Codificare pratiche e metodi, presentati come la priorità della Scuola, è una semplificazione retorica arbitraria, corrispondente ad un preciso modello culturale preconfezionato, che ridefinisce finalità e ruoli dell’istruzione pubblica in ossequio a un’ideologia indiscussa. E quale sarebbe questa ideologia indiscussa? Non è forse il caso di essere meno fumosi? C’è aria di complotto, pare d’intendere. E qui l’appello può già essere confuso con un post di Diego Fusaro. A proposito: ha già firmato?
  2. ii)L’inflazione di innovazioni didattiche e gli sperimentalismi digitali offrano spesso narrazioni impazienti ed elementari (slides, video, “prodotti”, progetti), propongano procedure stereotipate e associazioni banali, con grave danno per gli studenti e la loro crescita culturale, interiore e sociale. Vero, la scuola fa un uso eccessivo del termine “progetto”, e pure della sua sostanza. Ma cosa c’entrano i progetti in quella parentesi? E che cosa sono i “progetti”. Scusate, ma sembrate gente che non ne mastica proprio tantissimo, di fantomatiche novità. A occhio dovete ancora riprendervi dalle bizze di PowerPoint… solidarietà. 

iii) Non sia il mero ingresso di uno smartphone in classe a migliorare l’apprendimento o l’insegnamento. In quel caso si potrà, certo, aderire a un modello, attualmente dominante: quello che sostiene l’equazione cambiamento=miglioramento e digitale=coinvolgimento. Il miglioramento dell’apprendimento e dell’insegnamento passa, però, per altre strade: quelle dell’attuazione del dettame della nostra Costituzione. Ecco i mulini a vento. Una frase della Ministra che prende consistenza di legge. Nessuna imposizione di smartphone in classe. La situazione è questa: molte scuole li hanno vietati, altrove qualche docente sostiene ci si possa far lezione con profitto. No, dall’appello si evince che sia scattato un vincolo per tutte le scuole del Regno. Via la grammatica italiana, dentro WhatsApp. Soluzioni alternative? La solita: attuiamo la Costituzione (!!??!!??). Grande assente nel ragionamento: la logica.

  1. Lezione vs attività laboratoriale

Nell’era di instagram, twitter e dell’ e-learning, la relazione e la comunicazione “viva” allievo/insegnante – nella comunità della classe – rappresentano fortezze da salvaguardare e custodire. La saldatura del legame intergenerazionale, la trasmissione coerente di conoscenze, percorsi e temi, il dialogo incalzante, la maieutica, la circolarità, la condivisione di interpretazioni e scelte linguistiche, il problematizzare insieme, l’attenzione ai tempi, alle reazioni di sguardi e comportamenti. Tutto questo è fare lezione, un incontro fra persone in cammino in una comunità inclusiva. Gli appellativi di “frontale”, “dialogata”, “laboratoriale” sono rifiniture burocratiche che non ne intaccano la sostanza. Una lezione può e deve essere un laboratorio educativo, di crescita e partecipazione, di scambi fra tutti e cambiamenti di ciascuno, insegnante incluso.

Qui si entra nel vivo. Ricordiamo ai docenti italiani cos’è una lezione. Primo, non c’entra nulla con Twitter. Ok, me lo segno. Davanti ai tuoi studenti fai lezione, non postare stories su Instagram. A lezione, poi, si cammina in una comunità inclusiva. Da Facebook invece puoi cacciare chi vuoi, gli togli l’amicizia. Ma cosa state dicendo??? Ma chi ha mai torto un capello alla “trasmissione coerente di conoscenze, percorsi e temi”? Quale insegnante “innovatore” ha smesso di “problematizzare insieme”, chi ha mai smesso di “prestare attenzione agli sguardi”? Ma come vi permettete? Voi non prestate attenzione alla realtà. Fateci caso, c’è ancora. Lì, dietro i fumi dell’ideologia.

 Crediamo che:

  1. i)L’insegnante, come educatore, sia responsabile e garante di quell’ “incontro” che dà senso e valore ai fatti culturali della propria disciplina. La relazione di pari dignità ma asimmetrica tra maestro e studente, nel microcosmo della collettività di classe, permette agli allievi di imbattersi nel non conosciuto, di praticare l’incontro con la difficoltà del reale e del vivere in comunità, di aprire un orizzonte culturale diverso da quello familiare o sociale. (E quindi? qualcuno ha mai negato queste cose?)
  2. ii)Attenzione concentrata, aumento dei tempi di ascolto, siano condizioni per un “saper fare” come “agire intelligente”, che non si consegue assecondando l’uso delle tecnologie o seducendo gli alunni con dispositivi smart, ma in contesti di applicazione laboriosa, tempo quieto per pensare, discussione nel gruppo. (ma voi che non seducete i ragazzi con dispositivi smart come facciamo noi demolitori, precisamente come fate? Vi aiuta il dettato costituzionale o avete fatto qualche corso alla scuola Holden di Baricco?)
  1. Scuola e lavoro

Non si va a scuola semplicemente per trovare un lavoro, non si frequenta un percorso di istruzione solo per prepararsi ad una professione. Dal liceo del centro storico al professionale di estrema periferia, la scuola era e deve restare, per primo, un “luogo potenziale” in cui immaginare destini e traiettorie individuali, rimettere in discussione certezze, diventare qualcos’altro dalla somma di “tagliandi di competenza” accumulati e certificati. L’apertura alla realtà sociale e produttiva può realizzarsi, volontariamente, attraverso forme e progetti di scambio organizzati autonomamente dagli istituti scolastici. Non imposti ex lege dal combinato Jobs Act e Buona Scuola. Pratiche calibrate in base ai contesti e alle finalità educative, che in nessun modo gravino sulle famiglie o sugli allievi in termini di sostenibilità e gestione.

 Crediamo che:

  1. i)L’alternanza scuola lavoro non rappresenti affatto un’opportunità formativa per i ragazzi, quanto piuttosto una surrettizia sperimentazione del “lavoro reale” che entra fin dentro i curricula scolastici, sottraendone tempo e qualità e distorcendone le finalità.
  2. ii) Oltre ad approfondire il solco tra sapere teoricoe pratico, alternanza è sinonimo di disuguaglianza. Percorsi ineguali in base a contesti, tessuti sociali e reti familiari, che peggiorano in proporzione alla fragilità delle condizioni economiche e delle opportunità culturali di luoghi e famiglie.

iii) Bisogna recuperare l’idea di Scuola come luogo della vita dotato di un tempo e spazio propri, non corridoio di passaggio tra infanzia e adolescenza – considerate età “minori” – e occupazione adulta.

  1. iv)Sia necessario portare la conoscenza del lavoro nelle classi, non gli studenti a lavorare. Logiche, dinamiche e problematiche dell’occupazione entrino nel dialogo educativo, per aiutare i giovani ad orientarsi, attrezzarsi a comprenderle e intervenire per modificarle.
  1. Metrica dell’educazione e della ricerca

Educazione e ricerca accademica sono oggi terreno di confronto tra tutti i soggetti sociali, politici, economici ad esse interessati. Gli orientamenti internazionali delle politiche formative e di ricerca lo testimoniano e innescano una competizione globale in cui ranking internazionali (OCSE) e nazionali (INVALSI, ANVUR) comprimono gli scopi formativi e di studio sulla dimensione apparentemente neutra di “risultato”, oltre ad indurre a paragoni privi di rigore logico. Educazione e ricerca universitaria non sono riducibili ad un insieme di pratiche psicometriche globali, a cui sottoporsi in nome del principio di etica e responsabilità. Il futuro della Scuola e dell’Università sono questioni politiche nazionali, da collocare in un contesto europeo e interculturale di confronto e valorizzazione delle differenze, libero e democratico.

 Crediamo che:

  1. i)Scuola e Ricerca universitaria siano oggetto di vera e propria “ossessione quantitativa”, da parte di organismi internazionali e nazionali.
  2. ii)La logica dell’adempimento e della competizione azzerino il lavoro di personalizzazione nella formazione scolastica ed erodano progressivamente spazi di progettualità libera nella ricerca universitaria (attraverso la sottomissione a criteri di valutazione non condivisi).

iii) Le scelte operate da MIUR, INVALSI ed ANVUR, modifichino profondamente comportamenti e strategie nelle Scuole e nelle Università, generando condotte di mero opportunismo metodologico-didattico e scientifico nonché la perdita di “biodiversità culturale”, strumento indispensabile per affrontare le complessità del futuro, oggi imprevedibili.

Insegnando nel primo ciclo ne so troppo poco sull’alternanza scuola-lavoro per chiosare anche qui. Il linguaggio spocchioso barricadero è al solito irritante, pensando soprattutto ai colleghi che si impegnano quotidianamente per realizzare al meglio le perfettibilissime novità introdotte recentemente. Qualcosa di simile all’alternanza esiste in tutti i paesi avanzati, viene il sospetto che qualsiasi formula si studi per attuarla sarà sempre aprioristicamente una demolizione, uno sfruttamento, la peste bubbonica. 

  1. Valutazione del singolo, valutazione di sistema

La valutazione degli studenti è impegno unico, qualificante e delicato dell’insegnante, condiviso con la comunità dei docenti e dei discenti, consapevoli del cambiamento tipico dei processi di apprendimento. È un’osservazione “prossimale” (e responsabile) modulata su tempi lunghi, sull’evoluzione del singolo allievo, delle pratiche di insegnamento, del gruppo, del contesto. È impensabile che enti terzi, estranei al rapporto educativo, entrino nel merito della valutazione formativa, come previsto dalla Buona Scuola. Singolarmente anacronistico appare che, dopo decenni di ‘crisi del fordismo’ in economia, si voglia introdurre la ‘fordizzazione’ nell’educazione. Le menti, soprattutto durante le prime fasi della formazione, sono delicate, creative e si conciliano con “tempi e metodi” d’antan assai meno delle berline. (delle berline, delle berline, delle berline, avete presente quando una parola sembra finita lì per caso?)

 Crediamo che:

  1. i) Accostare una valutazione di agenzie esterne a quella del corpo docente nel “curriculum dello studente”, mini la relazione di fiducia scuola-famiglia, spostando l’attenzione sull’esito, più che sul processoe sul percorso, togliendo ogni significato agli obiettivi di personalizzazione ed inclusione che la Scuola afferma di perseguire;
  2. ii)Un’agenzia “terza” (INVALSI) non possa svolgere compiti di valutazione e di ricerca pedagogico-didattica orientanti programmi e curricola: la terzietà non è, inoltre, comparabile con gli incarichi affidati dal MIUR per la valutazione (diretta e indiretta) di docenti e dirigenti attraverso meccanismi di premialità.

iii) La presenza di agenzie esterne nella valutazione del singolo rappresenti un’espropriazione di quella responsabilità complessa, raffinata negli anni con l’esperienza e la condivisione collegiale, della professionalità di ogni insegnante: la valutazione dei propri studenti;

  1. Inclusione e dispersione

La dispersione scolastica, l’inclusione autentica e la riduzione delle disuguaglianze necessitano di interventi politici sistematici, di fondi strutturali, impegni comunitari, di monitoraggio costante, conoscenza e capitalizzazione delle pratiche esistenti. A partire da investimenti e piani territoriali: infrastrutture, associazioni, biblioteche; fino ad arrivare a Scuola, con risorse costanti per costruire una fitta ed efficiente rete di recupero dei disagi, delle solitudini e delle difficoltà degli allievi più fragili. Se è vero che la Scuola e i buoni insegnanti fanno la differenza, è ancor più vero che la dispersione ha una sua mappa che si sovrappone a quella geografica ed economica dei tessuti degradati e delle periferie impoverite, di situazioni e storie difficili da ribaltare e su cui incidere. Dare alle Scuole risorse e spazi adeguati alla costruzione di didattiche di recupero e opportunità di accoglienza non è sperpero di denaro pubblico, ma progettazione politica di inclusione autentica, unica vera prospettiva di crescita e ricchezza del paese.

Qui siamo alla demagogia pura. Il punto 7 si apre con la parola INCLUSIONE. La parola viene ripetuta, richiamando un’inclusione “autentica”. Ad opera di tutto il sistema, senza attribuire meriti a nessuno in particolare, la scuola italiana ha fatto più passi avanti sul tema dell’inclusione negli ultimi 10 anni che nei 60 precedenti di storia repubblicana. Eravamo in ritardo, abbiamo recuperato un bel po’. Tanti docenti hanno svolto percorsi di formazione, alcune importanti leggi sono state varate. Si è appurato che il vituperato digitale applicato alla didattica può fare molto. Si sono fatti piccoli passi anche sul versante del linguaggio. La scuola recentemente demolita, quella che praticava inclusione autentica, vedeva i suoi docenti conversare in maniera bizzarra, “quanti 104 hai?”, “oh, quest’anno c’ho un H, ma un H…”. Poco costituzionale, no?

Ecco, l’appello dice inclusione, ma poi non cita nessuna presunta magagna. Al massimo si può intuire che l’inclusione che oggi non c’è verrebbe introdotta (come? creatività? Costituzione?) seduta stante dagli estensori dell’appello.

Crediamo che:

  1. i)I temi in gioco siano cruciali e non ci si possa limitare a chiedere alla Scuola di fare meglio solo con ciò che ha. Semplificare compiti e programmi, organizzare corsi di recupero pomeridiani che ricalchino quelli antimeridiani, medicalizzare le diversità, sono scorciatoie che restano agli atti come prove burocratiche di adempimenti amministrativi;
  2. ii)La Scuola abbia un valore politico. Dunque ha il diritto di chiedere di indirizzare risorse pubbliche su questioni di importanza sociale e morale che ritiene prioritarie. Dispersione scolastica e abbandoni precoci non sono solo capi d’imputazione su cui è chiamata a rispondere, ma problematiche che nelle attuali condizioni assorbe e subisce.

In virtù di queste considerazioni:

1)      Chiediamo un’azione di moratoria su:

  • obbligo dei percorsi di alternanza-scuola lavoro e del requisito di effettuazione per l’accesso all’esame di Stato conclusivo del II ciclo
  • obbligo di impiego metodologia CLIL (Content and Language Integrated Learning, apprendimento integrato di contenuti disciplinari in lingua straniera) L’appello non fa capire cosa ci sia di male in queste famigerate lezioni in lingua straniera. Mai preparata una, manco sarei capace, ma ho sempre ammirato molto i docenti che si avventurano in quel compito, invidiato quelli che lo svolgono con nonchalance… Io in questa azione moratoria non riesco a vederci che pigrizia, soltanto pigrizia, considerato che anche nella scuola più avanguardista le lezioni CLIL saranno sì e no una su 100.
  • uso dei dispositivi INVALSI a test censuario per la valutazione degli esiti scolastici, obbligatorietà della somministrazione funzionale all’ammissione agli esami di licenza del primo e secondo ciclo
  • modifiche relative all’esame di Stato, che renderebbero di fatto sempre più marginale la didattica disciplinare.

2) Chiediamo l’apertura di un ampio dibattito governo-Scuola di base-organizzazioni sindacali-cittadinanza sulle questioni di cui al punto precedente e su tutto l’impianto della Legge 107/2015.

In conclusione e ricapitolando, questi dicono:

  • no al quadro delle competenze uniformato a livello europeo
  • no all’azione didattica trasversale alla varie discipline attuata dai docenti, sì ai compartimenti stagni
  • no al digitale nella didattica 
  • no alle lezioni laboratoriali, sì alla lezione frontale
  • no alla didattica capovolta (che si è negli anni soltanto aggiunta alle pratiche tradizionali senza proporsi di eliminarle) 
  • no all’inclusione praticata oggi delle scuole italiane (a cui non si muovono critiche si sorta), sì all’inclusione “autentica”
  • no all’alternanza scuola-lavoro

So di aver semplificato, ma anche di averlo fatto a casa dei Semplificatori.

Ovviamente l’appello cui ho fatto le pulci sta circolando per la nazione attraverso una comunicazione “viva” e comunitaria, senza utilizzare canali alla moda come Facebook e Twitter, peraltro mai citati in Costituzione.

Se qualcuno ha letto – me e loro – fin qui, grazie.

E buon 2018.

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2 thoughts on “Contro l’appello che vuol sconfiggere la buona scuola con la scuola morta

  1. paola raspadori says:

    Nella premessa tutti i progetti di riforma sono messi insieme senza distinzione e valutati negativamente, ma dal resto del documento si capisce che il vero obiettivo polemico è la “buona scuola”, anzi alcuni provvedimenti della buona scuola: vale la sineddoche, si boccia l’intero progetto di riforma citandone solo alcuni aspetti. Non vengono per esempio ricordati: la revisione del percorso di formazione e reclutamento dei docenti, più funzionale dei tirocini formativi attivi (Tfa); il riordino del settore del sostegno; il rafforzamento dell’istruzione tecnica superiore; la tentata risoluzione del problema pesantissimo del precariato. Tutto questo viene ignorato, liquidato come frutto di una visione neoliberista e aziendalistica della scuola. Sembra quasi che ci si debba vergognare di accettare qualcosa della “buona scuola”.
    Nelle dichiarazioni generali si parla di difesa della scuola: intendendo difesa della scuola di una volta, come si evince da tutto il documento. Si preconizza il dialogo, e il dibattito sulla scuola: chi potrebbe non essere d’accordo? Ma è strano, e anche avvilente, constatare che gli estensori e i firmatari del documento- insegnanti di scuola e d’università esperti- sembrano convinti che di approfondimento sui problemi della didattica e della scuola non ce ne sia stato in questi anni. Vorrei allora ricordare loro le tante associazioni di insegnanti da tempo lavorano a tutti i livelli (), che si sono riuniti, hanno discusso, scritto articoli e libri, e anche hanno proposto e attuato rinnovamenti nei curricoli, e nella didattica e se Dio vuole hanno smosso il dibattito lontano dalle secche di una poco sensata opposizione competenze-conoscenze! E si potrebbe anche riconoscere che negli ultimi due anni, grazie anche alla famigerata B.S e all’obbligo dell’aggiornamento, si sono riattivati molto seminari e momenti di aggiornamento aperti a tutti, non solo ai più motivati.
    L’innovazione: se innovare di per sé non è un bene, neanche il suo contrario lo è. E non è che usare un’espressione in inglese, o un acronimo, faccia di una pratica o di un metodo una pericolosa tecnologia ultramoderna. La flipped lesson per esempio si ha quando, prima di discuterne con l’insegnante a lezione, gli studenti si sono preparati su un argomento: pratica distruttiva? Il CLIL è lo sviluppo di una materia non linguistica in lingua straniera, da attuarsi entro l’ultimo anno dei Licei o dei tecnici. Un attentato al primato della lingua italiana?
    Ma poi di cosa parliamo? I firmatari dell’appello sono convinti che le temibili innovazioni dominino davvero nelle scuole italiane, in cui spesso trovare una sola LIM o anche un’aula video è una vera e propria impresa? E pensano davvero che solo le lezioni cattedratiche siano le più idonee a realizzare l’uguaglianza di opportunità promossa dalla Costituzione? E, a questo proposito, non sarebbe meglio essere più precisi e propositivi su cosa vuol dire “attuare i dettami della Costituzione?” Tra l’altro, colgo una contraddizione nel documento che invoca da una parte l’attenzione al singolo studente, ai suoi tempi (tempi che, si dice, non possono essere monitorati e imposti da enti esterni), alla relazione che si instaura con l’insegnante, alla creatività – il che sembra voler ovviare al problema della selezione; dall’altro una riproposizione di modalità di lavoro che piuttosto implicano maggiore rigidità e selettività –la lezione frontale, l’insistenza sulle conoscenze e sul mantenimento delle tre prove dell’esame di stato.
    Rapporto insegnante-allievo. Dietro le affermazioni che volano alto sul rapporto allievo- insegnante ci sta una visione molto individualistica, sia per quanto riguarda le scuole sia per quanto riguarda gli insegnanti. Verso cui, mi verrebbe da dire, c’è un atteggiamento un po’ adulatorio. Timore della didattica, della tanto discussa pedagogia. Di qualsiasi giudizio che venga da fuori, come se quello dell’insegnante fosse insindacabile. Non si dà alcun suggerimento su formazione-reclutamento- verifica- valutazione degli insegnanti. Aggiungo che, visto quanto detto sulle conoscenze, l’accento posto sull’ascolto significa anche una sottolineatura della lezione frontale. Dunque, domina la restaurazione, la difesa, la chiusura piena di sospetto verso l’esterno.
    Quanto all’alternanza scuola-lavoro, essa è da tempo (ben prima della “buona scuola”) una realtà nelle scuole tecniche e professionali, ci se ne accorge e ci se ne lamenta solo ora che è stata estesa, in forme peraltro mitigate, ai licei. Non si può non vedere in questo un persistente classismo, il solito vecchio dualismo fra scuole tecniche e licei: come se ai liceali potesse far male di affacciarsi al mondo del lavoro, al di là della gamma delle materie offerta dalla scuola! Certo ci sono dei problemi seri da risolvere, vere e proprie sfide. La verifica di queste esperienze, che devono essere formative, la loro collocazione anche d’estate, forse una diminuzione delle ore.. Ma non succede spesso che riforme, anche buone, debbano essere migliorate, corrette, aggiustate? Non cadiamo nell’errore, purtroppo spesso ripetuto, di incrociare le braccia rifiutando in partenza di impegnarsi per poi dire: “Vedete? NON funziona! Lo dicevo io”…

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