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Nessuno tocchi Caino, e neanche Doina…

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Prendo un pugnetto di righe di Adriano Sofri a cui sono  molto affezionato, scritte pensando a Erich Priebke. Mi permetto di sostituire alcune parole, e al posto del vecchio nazista ci metto la trentenne Doina Matei. Il discorso fila lo stesso, limpido, con il surplus di pietà che una ex prostituta di trent’anni, madre a 14, carcerata da 9, merita rispetto a un vecchio camerata coerente fino all’ultimo con il suo passato di carnefice.

«Un minuto dopo la sentenza, sarei stato sollevato se Doina Matei fosse stata rimandata a casa sua. Non ha alcuna importanza, ai miei occhi, che donna sia oggi, quali pensieri esprima o taccia sul suo passato, quali selfie posti o non posti su Facebook, di quali sorrisi si renda protagonista.  Riguardano lei. Forse riguardano i parenti della vittime, ammesso che diano peso a ciò che lei dice o tace, o fotografi: non so. Per me non ha alcuna importanza. Non importa niente che donna sia, ma che sia una donna.»

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Ci fosse ancora Alex Langer…

 

Si gioca così.

È facile.

Basta fare finta che non ci sia mai stato un lunedì di vent’anni fa, che non sia mai diventato famoso, suo malgrado, un albicocco di Pian de’ Giullari. Che certi pesi di cui non sappiamo si siano come per miracolo dissolti, evaporando nel caldo di quell’inizio di luglio, un attimo prima.

Alex Langer avrebbe oggi 69 anni.

Sarebbe ancora una figura importante per il nostro paese.

Sarebbe stato fatto anche il suo nome nei giorni dell’elezione del Presidente della Repubblica. Scettici avremmo commentato: “sì, magari…”. Infatti non lo avrebbero eletto.

Avrebbe un account su Twitter, risponderebbe a tutti e non si lamenterebbe per qualche troll. Più che per scriverci, lo userebbe per dare spazio agli altri e alle notizie dal mondo. E per promuovere le giuste cause.

Andrebbe poco in tv, dalla Gruber, forse da Floris, da Lerner ci fosse ancora Lerner.

Forse avrebbe con sé un iPad. Manderebbe milioni di mail, ma avrebbe conservato il vizio antico di scrivere una lettera.

Sarebbe a Lampedusa ogni 3 giorni, ma sarebbe di casa anche ad Erbil, tra i bambini siriani in fuga. Sarebbe tornato in Bosnia, va da sé.

Gioirebbe per i ponti in costruzione tra Washington e L’Avana.

Avrebbe simpatia per il Presidente Usa, nonostante quello stare sulla scena, sul pulpito (figaggine, la chiamano con termine tecnico), sarebbe la cosa più distante dal suo fare eternamente goffo, impacciato.

Amerebbe questo Pontefice, senza dubbio, e ne sarebbe ricambiato.

Si batterebbe per i diritti in pericolo, e per il raggiungimento di quelli che mancano. Camminerebbe sulla strada di un gay pride, incontrerebbe quotidianamente giovani e studenti. Non sarebbe “renziano”, ma nulla lo legherebbe alla sinistra radical-spocchiosa. Avrebbe in tasca la tessera dei Verdi, che probabilmente con lui non si sarebbero estinti. Sarebbe andato in Grecia spesso e da molto tempo, non ad urne aperte e a frittata fatta.

Avrebbe occhiali meno improbabili e lo sguardo dolcissimo.

(Continuate pure, il gioco è di tutti…)

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I miei magnifici 11

Raccolgo la sfida lanciatami su Facebook e stilo la mia personale formazione di libri che cambiano la vita. L’espediente calcistico mi permette l’aggiunta di un undicesimo titolo, dopo che fin troppo dolorosa è stata l’esclusione del dodicesmo, del tredicesimo, del quattordicesimo, ecc.

Il numero di maglia corrisponde al ruolo da interpretare sul campo, secondo l’antica scienza numerologica calcistica, per chi la conosca e ne sappia svelare gli arcani.

Pronti, attenti, via.

1. Portiere

Alexander Langer, Il viaggiatore leggero

Perché se anche solo un uomo politico su dieci perseguisse le sue idee, il mondo avrebbe risolto ogni suo problema. Perché Alex aveva irrimediabilmente sempre ragione.

2. Terzino destro

Domenico Starnone, Solo se interrogato. Appunti sulla maleducazione di un insegnante volenteroso

Perché il primo giorno che sono entrato in classe mi sono comportato come sta scritto lì dentro, e forse anche nei giorni successivi…

3. Terzino sinistro

Goliarda Sapienza, L’arte della gioia

La storia di una donna, che tutte le donne dovrebbero aver letto…

4. Mediano di spinta

Luigi Meneghello, Libera nos a malo

Il libro meno provinciale che ci sia, scritto in provincia della provincia della provincia che sta più in provincia.

5. Stopper

Ugo Riccarelli, Il dolore perfetto

La scrittura più limpida, rotonda, perfetta. Un punto fermo.

 

6. Libero

Adriano Sofri, Piccola Posta

Perché di uomini più liberi di lui non ne conosco.

 

7. Ala destra

Giovanni Maria Bellu, I fantasmi di Portopalo

Mi ha fatto capire qual è LA questione del tempo in cui mi è capitato di vivere. Non solo, mi ha fatto capire anche di aver avuto un amico che si chiamava Anpalagan Ganeshu.

 

8. Mezzala destra

Elsa Morante, La Storia

Perché il bambino Useppe da solo meriterebbe la maglia da titolare. Poi ci sono tutti gli altri personaggi.

 

9. Centravanti

Antonia Pozzi, Parole

La poesia segna più della prosa. Antonia è anche il capitano della squadra.

 

10. Mezzala sinistra (regista)

Andrea Pazienza, Perché Pippo sembra uno sballato

In quel ruolo ci vuole per forza un genio.

 

11. Ala sinistra

Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose

Perché l’autrice, tra le mille invenzioni, s’inventa il plurale di pelle d’oca (“6 pelledoche”). E poi ti porta in India, e ti ci fa accomodare.

 

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Italy in a day (è un giorno in Italia, anche questo, in un parcheggio in cima al mondo…)

 

Cara 3ª C,

ormai ex 3ª C, ed è già quasi ora di farvi l’inboccaallupo per quando diventerete 1ª qualcheccosa, sparsi qua e là tra le scuole superiori. Ma non oggi, oggi guardo indietro e vi chiedo se vi ricordate di quel giorno, era il 26 ottobre 2013, in cui siamo usciti dall’aula per girare quei due piccoli video. Vi ricordate?

Nel primo, uno di voi se ne stava seduto sul banco per scrivere un tema, con penna, astuccio e vocabolario. Soltanto che il banco l’avevamo piazzato in mezzo al cortile, e subito cominciava una partita di calcio che di quell’oggetto se ne fregava, faceva finta che non ci fosse. Chi scriveva guardava nel vuoto, come chi pensa profondo, e mordeva il tappo. Gli altri stoppavano e crossavano, passavano, tiravano e paravano. Contemporaneamente.

Per girare il secondo ci eravamo spostati sulla Gomba, il punto panoramico di Forni Avoltri, da dove la scuola diventa piccola piccola, come tutto il resto, e soltanto il fiume sembra paradossalmente diventare più grande, mostrando con chiarezza il suo fare a fette il paese. Lassù prima guardavate in camera, sorridenti e un po’ misteriosi, poi facevate un urlo potente affacciati sul vuoto, in direzione delle case. Una parola sola dicevate al mondo, e non era nemmeno importante che fosse quella, la parola, il bello stava tutto nel fatto di dirla. Il bello stava negli altri paesani che lì sotto l’avrebbero sentita, chiedendosi a quale nuovo gioco stessimo giocando in quella mattina di ottobre.

Oggi a Venezia il regista Gabriele Salvatores, quello che doveva mettere insieme i pezzi, ha presentato il suo lavoro. Pezzi ne ha raccolti 44.000.

Voi non ci siete, ve lo posso assicurare anche se non ho visto il film. Siete minorenni, e se avessero scelto le vostre facce mi avrebbero chiesto le autorizzazioni delle famiglie, quelle che si chiamano “liberatorie”. Non l’hanno fatto, anche se per tutta l’estate ho sognato di rispondere al telefonino e dire “Ah, ciao Gabriele, certo, ok, vedrò cosa posso fare…”.

Non credo non siate piaciuti a Salvatores, nel trailer ci sono scene nemmeno troppo diverse e vi confesso che nelle “situazioni” che abbiamo rappresentato c’avevo infilato qualche piccola citazione dei suoi film… (per esempio, lui una volta s’è inventato una partita a pallone nel deserto che un po’ somigliava al nostro tema calcistico…).

Piuttosto la qualità delle immagini non era all’altezza, i nostri mezzi erano quello che erano e il sottoscritto valeva come mezzo cameraman.

È andata così, però io di quel giorno ho un bellissimo ricordo e quei due “filmati” li guarderò quando mi mancherete un bel po’, forse ma forse.

 

Il 27 settembre Italy in a day andrà in onda su Rai3. Io sarò davanti alla Tv, non si sa mai. Magari un frammentino senza facce, un fotogramma del paese visto dall’alto, il sonoro del vostro urlo… Insomma, e se…

 

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Caro Guido Baldoni

 

Caro Guido Baldoni,

il primo giorno di settembre dell’anno 2004-2005 è iniziato nella mia piccola scuola con le parole di tuo padre. Le sue “Disposizioni per un saluto” hanno colpito moltissimo i miei alunni di 12, 13, 14 anni. Avevano tutte le caratteristiche per rimanere impresse in quella tipologia di lettore.

Prima di tutto finivano con un “Ma fate voi, cazzo mi frega”. Musica per quelle orecchie.

Poi trattavano di balli, alcoolici e sveltine.

Soprattutto, però, esplodevano di vita e di libertà.

Un funerale tutto da ridere: roba mai vista.

Le parole di Enzo, i suoi reportage, sono entrati in classe tante altre volte, da allora, e mi hanno aiutato tantissimo nella mission impossible di raccontare questo mondaccio andando oltre l’elencazione di tropici e fiumi, capitali e regimi. Mettevano al centro prima di tutto le persone e le loro storie. Erano perfetti, quindi.

Confesso così di essermi rattristato nel veder scivolare questo decimo anniversario lungo una china così poco baldoniana.

Non mi permetto nemmeno di sfiorare il dolore tuo e della tua famiglia, capitolo aperto e destinato a rimanere tale, né tantomeno di muoverti alcun rilievo (non ne ho motivo), ma ti prego di seguirmi.

C’è stato un tuo scontro con Christian Rocca, uno di quelli come ce ne sono tanti. È andato com’è andato: tu l’hai criticato, lui t’ha messo alla porta. Le vostre posizioni sono con tutta evidenza molto poco conciliabili. Rocca ti ha intimato di “smammare”, così come accade spessissimo su Twitter. Ti ha chiamato “Troll”, termine anch’esso quasi abusato in epoca di grillinismo.

Escludo che tu ritenga di godere di una posizione privilegiata in nome della tragedia che hai vissuto. Certo, la vita ti ha posto tuo malgrado in un punto di osservazione privilegiato su certe faccende, e pensi giustamente di avere molto da dire. Ma quando ci si scontra dialetticamente tu puoi dire “troll”, “incompetente”, “cialtrone” e “in malafede” esattamente come quegli epiteti ti possono piovere addosso in quanto Guido e basta, giovane italiano che si indigna e lotta con le sue idee per un mondo migliore.

Il fatto è che il tuo litigio con Rocca ha fatto venir giù un muro e le schifezze che nascondeva alle sue spalle.

Rocca è uno che ha incrociato la penna con un sacco di colleghi, li ha criticati, sfidati e sfottuti. Rocca – in questo andazzo tutto italiano che immagino facesse schifo a tuo padre – “indossa una maglia” (lanciato da Giuliano Ferrara, già giornalista al “Foglio”, da sempre irremovibile filoisraeliano, in forza al “Sole24ore”). Sicuro che chi ti ha difeso non l’abbia fatto anche per approfittare del passo falso di un nemico storico? Sicuro che tutti quelli che han cominciato a seguirti e ti hanno espresso la loro solidarietà in queste ore avessero e abbiano a cuore la memoria di tuo padre e la nobile difesa di suo figlio? Io ho dei dubbi. Mi piacerebbe crederci, ma leggendo tweet e post rimango perplesso.

Stessa cosa con Guia Soncini. Dal suo profilo Twitter molla frustate a destra e a manca, fa girare ogni giorno vagonate di coglioni, fa ribollire la bile di attori e cantanti, giornalisti e uomini politici. Il mondo dei cinguettii funziona anche così, e – forse lo ammetterai anche tu – ci piace anche per questo.

Se leggi il modo in cui è stata attaccata, ti accorgerai di come tantissimi si sono “presi la rivincita” approfittando del tuo legittimo litigare con lei di ieri. In tanti, feroci. Famosi e non. Non sono arrivati. Erano già lì, stavano aspettando.

Davvero non me ne frega niente di chi avesse ragione sul pezzo di Zakaria, dico soltanto che forse tuo padre (qui mi tremano un po’ le parole che sto digitando, pensando a chi sia il loro destinatario) vi avrebbe guardato scazzottarvi di geopolitica, avrebbe fatto il tifo per te (perché sei tu e per le idee che aveva) e alla fine vi avrebbe offerto una birra. Ti avrebbe sussurrato all’orecchio “Quel Rocca con capisce un cazzo…”, ma basta, punto… Di tutto l’odio e di tutta la rabbia dei tuoi “difensori”, a lui “cazzo gli frega?”.  

E se avesse visto un tweet come questo… 

 

Sarebbe diventato subito rocchiano di ferro, Enzo. Seduto comodo comodo dalla parte del torto. Perché nel pandemonio di ieri è successo anche quello che ha descritto bene Luca Sofri in questo breve post, con un azzeccato esempio finale.

(A proposito di cinguettii, c’hai pensato anche tu, vero, a che strepitoso utente di Twitter sarebbe stato?).

Sono sicuro che oggi, a margine di questa querelle che finirà presto nel dimenticatoio, ci sarà stato per te il tempo di “musiche allegre, violini, sax e fisarmoniche”. Scusami quindi per i minuti che ti ho rubato, e per essermi permesso di parlare di tuo padre, che ho conosciuto ahimè soltanto nelle pagine dei giornali.

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Ho scritto a Scarlett Johansson

 

Cara Scarlett Johansson,

qualche giorno fa ho finito il romanzo di Grégoire Delacourt che ti ha fatta molto arrabbiare, o forse ha fatto molto arrabbiare i tuoi avvocati e coloro che si occupano della tua immagine.

La causa intentata verso l’editore francese del libro si è conclusa in tuo favore, nonostante la cifra del risarcimento che ti verrà corrisposto sia decisamente ridicola: 2.500 euro. Non ti accuso certo di aver voluto monetizzare la faccenda, lungi da me, e ti credo invece affezionata alla sottostante controversa questione di principio. Uno scrittore ha preso la tua vita, non la mia, e l’ha fatta diventare protagonista di una storia che poi prende certe sue affascinanti e autonome strade.

Io non ti conosco particolarmente bene, e i film in cui ti ho vista recitare si contano su una zampa di gallina. In Lost in Translation mi avevi colpito moltissimo, ma senza nulla voler togliere al tuo talento me l’ero spiegato più con la magia soffusa messa in piedi dalla regista e dal direttore della fotografia, con lo zampino della stessa Tokyo. A volte sei spuntata nelle chiacchiere serie e meno serie che si fanno a scuola. Mi è capitato di citarti in quanto donna ebrea, per allontanare dalle menti degli alunni qualche immagine datata e soprattutto stereotipata.

Per i ragazzini di oggi sei soprattutto l’emblema della bellezza, il paradigma della “diva”. Mica per niente l’autore di La prima cosa che guardo ha scelto te e non un’altra per il suo esperimento letterario.

Il fatto è che il romanzo gli è uscito davvero carino. Dentro ci sei tu, ma ci sono anche alcuni snodi di una dolcezza sfacciata, ci sono un sacco di dolori taglienti che si spingono molto oltre la problematica dell’ “essere/somigliare a Scarlett Johansonn”. Ci sono tematiche, nel libro, davanti alle quali anche tu, che sei tu, passi in secondo piano. C’è anche molta ironia e c’è tra i capitoli, a cucirli insieme, un’aria fresca e leggera. Leggera come l’allusione del titolo, chiaramente riferito ad una dote tua diciamo… non proprio spirituale. Una lunga scena di sesso accompagna il lettore per molte pagine verso il finale, ma sembra uscita dal genio di Jean Luc Godard: accadono molte cose su quel talamo, ma hanno più a che fare con la storia dell’arte, della letteratura e del cinema.

Ecco, arrivo al motivo di questa lettera.

Incassa i 2.500 euro. La legge è legge. Voi Star in genere devolvete in beneficienza i guadagni delle cause vinte e tu sarai impeccabile anche in questo. Poi, però: telefona a Delacourt e chiedigli di trasformare il suo romanzo nella sceneggiatura di un film. Una pellicola che altrimenti sarebbe irrealizzabile: dove la trovi un’attrice che impersoni Scarlett Johansson senza esserlo? Impossibile, finirebbe come coi i film sul ciclismo, con attori che nonostante le diete mai e poi mai avranno il fisico asciutto e spigoloso degli assi delle due ruote a pedali.

Tu, invece, saresti perfetta. Il lungometraggio risulterebbe raffinato, ma nel contempo sufficientemente pop.

Insomma, un trionfo al botteghino.

Senza contare – scusami se è poco – che ti leveresti di torno quella fastidiosa patina d’antipatia che unge le celebrità troppo permalose, trasformandola nel suo esatto contrario.

 

«Mia madre diceva che ero una neonata splendida. Poi una bambina incantevole. Il sindaco voleva creare un concorso di Miss solo per me. Una bambina incantevole. La cosa ha causato dei fastidi con il mio patrigno. Faccende sgradevoli. Che ti fanno venir voglia di andartene. Come Jean Seberg nella sua automobile. Poi mia madre ha smesso di trovarmi bella. Ha smesso di parlarmi. Non so che cosa ne sia stato di lei. Ho vissuto con mia zia. Setta anni fa il mondo ha scoperto il mio viso in Lost in Translation. Dal giorno in cui è uscito, il 29 agosto 2003, odio la mia faccia. La odio ogni minuto, ogni secondo. Tutte le volte che una ragazza mi guarda chiedendosi cos’ho io più di lei. Ogni volta che un tizio mi fissa e io mi domando se mi abborderà, mi toccherà, tirerà fuori un coltello, un taglierino, pretenderà un pompino o somplicemente mi chiederà un autografo. Forse solo un caffè. Soltanto un caffè. Ma non succede mai. Non è me che guarda. Non è me che reputa bella. Non sono io.

Il mio corpo è la mia prigione. Non ne uscirò mai da viva.»

 

Cara Scarlett,

nella speranza che tu non faccia causa anche a me (per così poco…), ti saluto e ti auguro tutto il bene possibile.

 

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Machiavelli, Tupac e la Principessa

 

Sta parlando di Machiavelli, Adriano Sofri nel suo ultimo libro, quando la mia matita ha un sussulto: standing sottolineation.

 

«E  infine, è povero, e deve arrabattarsi. Non vuole essere povero, ma poi rompe le righe, ed è il suo vanto: “che nacqui povero, et imparai prima a stentare che a godere”.

I suoi interlocutori, anche quando la disgrazia li ha sfiorati, non sono poveri. È stato il loro privilegio. Sono attenti a non farlo pesare, i migliori, ma non ci riescono: i ricchi, anche quando hanno le migliori intenzioni, non riescono mai a non farti pesare la loro inferiorità».

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Verremo perdonati te lo dico io da un bacio sulla bocca

Cara baciatrice di celerini,

in 1503 ti avranno già ricordato il Pasolini di Valle Giulia, che non ho motivo di pensare tu non conoscessi già, anche prima di stampare il tuo bacio sulla visiera di quel giovane poliziotto.

Saprai quindi come quel tuo gesto – anche in nome di uno straordinario precedente letterario – non possa in alcun modo venir ascritto a nessuna categoria o espressione di quel variegato mondo che è la sinistra. È troppo evidente in quella vicenda come l’anello debole, quello verso cui far scattare la solidarietà naturale non possa essere tu. Dovendosi accomodare “dalla parte del torto”, tanto per scomodare un altro Grande, qualunque progressista sceglierebbe la compagnia di quel ragazzo del sud finito dentro una divisa così come si imbocca una strada forzata. Tuttavia, lungi da me darti della “figlia di papà”: essere più fortunati, “nascere qui anziché lì” non è certo una colpa.

Quello che volevo segnalarti, coraggiosa dispensatrice di baci, è invece il punto dove davvero sbagli, dove il tuo discorso – pescato nelle interviste che hai concesso – non si regge in piedi. Cadi a mio avviso su quel solito epiteto: “pecorella”. Lui, il celerino, ha secondo la tua opinione scelto di sottomettersi, di vivere rasoterra, manovrato dall’alto. E il suo, su questo hai ragione, non è certo un lavoro per creativi e spiriti critici. Ma tu, credi davvero di essere così libera? Io non ne sono così convinto. Credi di scrivere il tuo copione, ma in realtà sei scritta. Rispondi a un cliché, interpreti un personaggio già mille volte sulla scena. Chiunque abbia qualche familiarità con le pagine di un quotidiano potrebbe indovinare come la pensi su un sacco di faccende di questo mondo. Io credo di potercela fare, e te lo dico consapevole di essere pure su molti temi perfettamente d’accordo con te. Perché, visto e considerato che di te conosco solo un piccolo insignificante gesto? So cosa pensi di Obama. So perfettamente cosa potresti rispondere (parolacce comprese) a uno che ti chiede se stai con Cuperlo, Renzi o Civati. Conosco le tue idee sulla crisi e sull’Europa. Ti posso elencare i libri che hai letto. Perché? Il celerino che hai baciato potrebbe avere sul comodino un titolo che mi sorprenderebbe. Tu no, penso. Eppure sei una lettrice vorace. Chi è più pecorella? Tu, che sei convinta che lui i libri non li legga e io lo so.

Sai come avrebbe dovuto finire questa storia?

Con un gesto spiazzante, molto più del tuo.

Quell’uomo in divisa avrebbe dovuto sollevarla, la visiera. Avrebbe dovuto slacciare quello scomodissimo caschetto. Avrebbe dovuto stringerti forte a sé e ricambiare quel tuo gesto un po’ esibizionista con un vero bacio appassionato, con la lingua, forte ma non per questo privo di dolcezza. Un bacio che finisse lì, chiaro, e che facesse ridere tutti i presenti. Anche i militari di grado superiore, soltanto con un po’ più di contegno, sotto i baffi.

Avresti gridato alla violenza, avresti detto “lasciami”. Vedi come sei prevedibile?

Però alla fine avresti capito anche tu e lui, se avessi aspettato che smontasse da quello stressantissimo turno di lavoro, ti avrebbe offerto un caffè.

 

Saluti e baci. Anzi no, soltanto saluti, ché ti ho già abbastanza presa per il culo.

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Lettera a Erich Priebke

Gent.mo Erich Priebke (!!??!!??),

 

vede com’è difficile già soltanto cominciarla, questa lettera? Capirà come non avrei mai potuto scrivere “caro,”, ma anche il “gentile” quello delle lettere formali, quello che non si nega a nessuno, quello che si scrive anche quando poi nella missiva si va al sodo di contestazioni critiche e reprimende, ammetterà che suoni strano, davanti alla palese non gentilezza di alcune sue prese di posizione e più in generale della sua condotta da quando nel 1995 è stato estradato in Italia.

La notizia è che lei sta per compiere 100 anni e soprattutto che qualche italiano sembrerebbe intenzionato a festeggiare il suo genetliaco e di farlo spudoratamente in un luogo pubblico. Non è di questo che le voglio parlare, tuttavia. Esistono i mezzi per evitare quello scempio e mi auguro che chi è nelle condizioni di utilizzarli lo faccia prontamente.

Ieri tutti i siti dei giornali hanno pubblicato un video in cui lei sta camminando su un marciapiede romano accompagnato dalla sua badante. Una scena come se ne vedono tante in giro per le città e per i paesi. Abbiamo infatti riscoperto la sua esistenza. Quel 100 tondo tondo ci ha ridestati dal sonno e abbiamo di nuovo incrociato quel suo corpo possente, certo invecchiato, ma ancora in grado di deambulare, seppur sostenuto, in maniera sostanzialmente dignitosa. Mi sono chiesto cosa volessero i nostri occhi da quelle immagini. Che lei incespicasse e sbattesse la faccia sull’asfalto? Che lei provasse vergogna nel veder catturata ed esibita la sua fragilità di vecchio? Pensi che lo showman Fiorello, su Twitter, ha appena associato la sua condizione di centenario alla morte di quel giovane motociclista avvenuta a Mosca pochi giorni fa. Sottinteso: come sono ingiuste le cose del mondo, un venticinquenne innocente ci saluta tanto presto e invece Priebke… Pochi istanti fa, invece, lo scrittore Erri De Luca sullo stesso social media le ha augurato di viverne altri 100, di anni: “possa trascinarsi per un altro secolo il suo nome maledetto…”.

Il suo caso ci interroga sul significato profondo della Giustizia. Lei è stato dichiarato – seppur dopo un iter giudiziario rocambolesco – colpevole per crimini orribili. Una giuria ha fatto i conti con prove certe, con riscontri oggettivi. La sua difesa ha avuto modo di giocare le proprie carte. Il verdetto nel condannarla ha tenuto presente la sua età avanzata, così come prevedono ordinamenti “uguali per tutti”, dal ladruncolo al boia nazista. Un difficile esercizio di ricerca della verità è stato portato a termine. Funziona così, in democrazia. Noi siamo “i buoni” e con i nostri strumenti da “buoni” abbiamo messo sotto la lente un tempo lontano in cui erano prassi le azioni di “cattivi” come lei. “Cattività” da cui, a quel che mi risulta, lei non ha mai preso le distanze.

Nei prossimi giorni si eserciteranno in tanti sul tema del suo compleanno. La immagino impermeabile agli insulti che nel tempo le saranno piovuti addosso in quantità, magari anche nel corso delle sue normalissime passeggiate colla badante. Ci saranno gli editoriali e le battute sagaci. Ci saranno le volgarità e le minacce. Ecco il punto: forse noi “buoni” non dovremmo cadere in questa trappola. Proprio perché non siamo come lei, proprio perché noi gli istinti li dobbiamo frenare, dobbiamo aiutarci vicendevolmente a farlo. Può capitare che qualcuno non si trattenga, è umano, ma ci dev’essere qualcun altro vicino che lo quieta indicandogli battaglie più urgenti su cui concentrare le energie.

C’è un vecchio criminale nazista che non schioda dalla vita e gode invece di ottima salute. Ma è stato condannato. La Giustizia si è pronunciata. La sua infamia è scritta, e può essere raccontata a chi verrà. Dovrebbe essere sufficiente. Perché, altrimenti, rischiamo di diventare al solito paradossali, noi italiani: prendere lei come facile obiettivo – lo sanno tutti cos’è un nazista – e gettare la spugna sul fatto che ormai moltissimi giovani ignorano che gente della sua risma, trent’anni dopo la guerra, faceva saltare le stazioni ferroviarie stracolme di innocenti. C’è talmente tanta Giustizia da fare, in questo paese e in questo mondo, per sprecare la propria rabbia e la propria indignazione su quella che – al netto dell’orrore che rimane e deve rimanere – è già stata fatta. Io la sua faccia, Signor. Priebke, me la ricorderò finché campo, e anche certi suoi infimi sorrisetti, ma la sua pratica mi devo sforzare di metterla in un’altra cartella. Io gioco coi “Buoni”, e i “Buoni” non stappano una bottiglia nemmeno quando muore un “Cattivo”. Se no che “Buoni” sono? Se tra buoni e cattivi non ci sono più differenze, o sono marginali, allora tanto vale che ci si definisca “i verdi” e “i blu”.

Qualche anno fa, l’allora responsabile della comunità ebraica italiana Tullia Zevi ebbe a dire, con riferimento al suo ergastolo: “noi teniamo al principio della imprescrittibilità dei crimini di guerra nazisti, dunque al processo e alla condanna all’ergastolo; non teniamo che il condannato resti in galera e ci muoia”.

Oltre a riportare questa citazione della Zevi, Adriano Sofri ha scritto nel suo Chi è il mio prossimo:

«Un minuto dopo la sentenza, sarei stato sollevato se Priebke fosse stato rimandato a casa sua. Non ha alcuna importanza, ai miei occhi, che uomo sia oggi, quali pensieri esprima o taccia sul suo passato, quali condoglianze o perdoni accetti o rifiuti di pronunciare. Riguarda lui. Forse riguarda i parenti delle vittime, ammesso che diano peso a ciò che lui dice o tace: non so. Per me non ha alcuna importanza. Non importa niente che uomo sia, ma che sia un uomo: un vecchio uomo innocuo e superfluo per chiunque, se non per la propria vecchia donna e per sé.»       

La vecchia donna, sua moglie, è nel frattempo mancata in quel di Bariloche, Argentina. Del suo video a spasso per Roma non mi ha colpito la sua fiera fragilità di vecchio, bensì la dedizione e l’amorevole cura della sua badante. Un’altra donna. Italiana? Ispanica (in fondo lei ha trascorso decenni in Sudamerica…)? Originaria dell’Europa dell’est come capita spesso? Chi lo sa e cosa importa. I malpensanti avranno buon gioco nell’immaginare questa signora avidamente attratta dai beni che le rimangono, e dal fatto di poter “alzare il prezzo” davanti ad un utente così fuori dal comune. A me, invece, piace pensarla come una donna che ha ben chiaro un concetto: un uomo rimane un uomo, molto prima della feccia delle sue idee e delle sue azioni. Una che gioca tra “i Buoni”, insomma, quelli di cui ho voluto parlarle in questa lettera. Me la saluti.

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Aria che cambia aria

Aria è stata una delle mie prime alunne. Son passati dieci anni, ma sembra ieri. Era una ragazzina entusiasta e volitiva… No, fermo subito le parole astratte, sto parlando in “pagellese”, che in questi giorni – purtroppo – scatta di default. Proviamo così: era la prima ballerina nei miei spettacoli, costruiva gigantesche mummie con la carta igienica e la colla vinilica, portava a scuola – e mi convinceva a farceli rimanere! – gattini trovatelli con la tosse. Ecco, così la descrizione è più concreta e va decisamente meglio.

Una volta abbiamo litigato e sul suo quaderno, il giorno dopo, ho trovato al posto del tema domestico una frase: “Lei capisce sempre e solo quello che vuole”. Ripetuta 30 volte, il contrario di quello che una volta facevano fare i maestri e i prof. (“Ho dimenticato il libro a casa. Ho dimenticato il libro a casa, ho dimenti…”). In calce, tuttavia, c’era scritto anche “…però adesso basta litigare, ché domani è un altro giorno”. È fatta così, la ragazza.

Aria, con la sua calligrafia piena ci curve e tornanti, inseriva nei suoi quaderni riflessioni spiazzanti. Come lei stessa ricorda, non tutti i giorni erano ugualmente ispirati e buoni per la scrittura, ma quando capitava che lo fossero dalle righe nascevano pensieri difficili da dimenticare: “riuscirò a raggiungere i 18 anni?”.

Beh, c’è riuscita. E poi si è pure laureata. E poi? E poi – complice quest’Italia che lasciamo perdere… – ha deciso che il suo futuro andava almeno momentaneamente ricercato altrove. Da qualche settimana, infatti, Aria vive ad Ankara, e lavora nell’ambito di un progetto di volontariato. Ovviamente non conosce la lingua turca e i suoi colleghi, a quanto pare, non masticano granché l’inglese. Insomma, ci vuole un bel coraggio. E, di questi tempi, ci vuole anche un bel blog per raccontare tutto a chi è rimasto qui sotto questa mezzaluna senza stelle.

Manco a farlo apposta, appena atterrata sul suolo turco, il paese che la giovane ha scelto per trascorre il prossimo anno della sua vita s’è incendiato come un mucchietto di foglie secche approntate d’autunno da un metodico contadino.

Insomma, Aria ha cambiato aria, nonostante Aria non sia cambiata.

 

(Da oggi il blog Ariaditurchia lo trovate tra i link della Pozzanghera)

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Compiti delle vacanze

Cara 3ª,

ve l’ho detto che ieri ero cotto. Avevo preparato 6 fogli (erano blu) con i vostri compiti per le vacanze, ma poi ho avuto la brillante idea, mentre riordinavamo Scuolamagia dopo lo spettacolo di giovedì, di appoggiarci sopra una decina di maschere dei Beatles, più quella di Yoko Ono. Risultato: sommersi e dimenticati.

Così, mentre giocavamo a “Spenna il pollo” all’ultima ora, a me ronzava nella testa una domanda: “C’è qualcosa che devo DIRE a queste creature del demonio, ma cosa?”. E non mi veniva in mente nulla, perché era DARE, non DIRE.

Se cliccate qui sotto trovate i compiti. Se qualcosa non dovesse funzionare o ci fossero dei dubbi su come impostare il vostro lavoro, sapete come fare a trovarmi.

Buone vacanze, statemi felici, nonostante i compiti.

Profus

Compiti Natale terza 2012

 

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Piccola posta, Soletta, Stream of consciousness

Venute al mondo

 

 Penso a dove sono finite, ventiquattrore dopo.

Copie di giornale, allegato al quotidiano del sabato.

Quelle lasciate sui sedili di un Frecciarossa o di uno sgangherato treno locale.

Quelle appoggiate sul termosifone del bagno, a fianco del water, sfogliate fino a pagina 10, ché magari era un falso allarme.

Quelle cestinate all’istante: roba da donne, solo pubblicità, vestiti e creme antirughe.

Quelle lette avidamente, sì, ma soltanto l’oroscopo, in una delle ultime pagine.

Quelle che qualunque fine facciano, sono 50 centesimi caricati sul prezzo già alto del giornale.

Quelle inzuppate di pioggia, abbandonate nel cestino dei rifiuti a quattro passi dall’edicola.

Quelle già stivate nel bidone giallo dei bravi cittadini, carta con carta, insieme ai depliant pubblicitari e al cartone delle merendine.

 

Per tutte le altre, forse c’è ancora una speranza.

Che qualcuno le trovi, le prenda in mano e vada, e corra a pag. 60.

Per leggere storie vere di donne, nella Sarajevo assediata. Storie di vent’anni fa, anche se sembra ieri.

Storie così:

 

In un altro ufficio postale, a Marindvor, in cui la gente entrava solo per trovare riparo, una donnetta anziana parlava a un telefono, parlava e piangeva, si rivolgeva a una figlia, le raccontava delle cose confuse, poi ricominciava a piangere. Durò a lungo, nessuno le badava. Quando finì, si rassettò il soprabito sdrucito e uscì, vidi che il telefono, restato sulla sua mensola, non aveva fili.

 

A raccoglierle – ma tra i propri ricordi: sono storie di prima mano – è stato Adriano Sofri.

Se la vostra copia è rimasta davvero sul sedile del treno, non disperate. Copio il pezzo nei commenti del blog.

Ma la prossima volta state più attenti. 

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Wallenberg medaglia d’oro

Ci sono medaglie che arrivano subito, il tempo di indossare una tuta, detergere il sudore, darsi una sistemata ai capelli e approssimarsi al podio. Così presto che spesso gli atleti dichiarano: “sono andato a dormire con la medaglia, e solo il giorno dopo mi sono reso conto di avere vinto”.

Ci sono medaglie che arrivano con quasi 70 anni di ritardo. Così tardi che i premiati non possono più chinare il collo, stringere i fiori nel pugno, storcere il naso per le lacrime che spingono come piene di fiume.

Ci sono le medaglie olimpiche e in uno strano cortocircuito lessical-metaforico, nel luglio di London 2012, ci sono le medaglie al valore e alla memotia come quella che gli Usa, dopo la firma apposta da Obama, hanno deciso di dedicare a Raoul Wallenberg nel centenario della nascita.

Wallenberg, svedese, campione mondiale di filantropia, salvò dallo sterminio 100.000 ebrei ungheresi. Le enciclopedie arrotondano, va da sé, e “centomila” è il risultato di un arrotondamento che quasi banalizza il significato di un record difficilmente eguagliabile.

Si perderà in questi giorni la notizia, tra i tanti titoli dei giornali piovuti direttamente dalle piste, dai campi, dalle pedane, dai tatami. “Oro per Wallenberg” e chi lo conosce? Sarà un arciere svedese, al massimo un pesista danese, peccato per gli italiani…

Strano, ripeto, il cortocircuito. Tuttavia, portandolo alle estreme conseguenze, si può forse immaginare “quell’uomo dall’aspetto serio e ordinato, la riga di lato e un po’ di riporto: una fisionomia difficile da trasferire nel bronzo delle statue”* salire il gradino più alto di un podio speciale.

La tuta gialla e blu della Svezia e gli occhi ad ammirare i bei colori delle bandiere degli avversari, ché i filantropi son fatti inguaribilmente così.

 

*: qui da noi un ricco racconto dell’avventurosa vita di Wallenberg l’ha fatto pochi mesi fa Adriano Sofri, nell’inserto domenicale di “Repubblica”. 

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Dott.ssa Cicciuzza

Finché un giorno, vai tu a ricordare il perché, ho cominciato a chiamarla Cicciuzza.

Correvano gli anni scolastici 2000-2001 e 2001-2002 ed ero il suo insegnante – precario – di lettere, in seconda e in terza media. Anni mica da ridere: sono entrato in classe e dopo pochi giorni stavamo discutendo tra i banchi, anche con Cicciuzza, di cosa diavolo fossero Erica&Omar; sono rientrato in classe dopo l’estate e sul registro avrei potuto scrivere: “Undicisettembre: e adesso chi glielo spiega?”.

Devo a Cicciuzza, la Cizziuzza dell’epoca, preziosi insegnamenti. Una mattina, ad esempio, mi sente rimproverare una compagna che per la terza volta in un’ora mi ha chiesto di andare al bagno, mi sente dirle che “non è possibile che una persona debba andare alla toilette ogni venti minuti, ecchediamine…”, mi sente, si avvicina e mi spiega pacatamente ma con fermezza che a una donna – sono persone, le donne, no? – IN DETERMINATI GIORNI capita eccome di dover ricorrere così frequentemente ai servizi igienici. Sulla fiducia, Prof., davvero: capita. Da quel giorno nelle mie ore le ragazze escono dall’aula senza chiedere il permesso, suppergiù.

Devo a Cicciuzza e alla sua classe, inoltre, la sorpresa di un ragionamento diventato col tempo concreta realtà: NON AVREMMO DOVUTO PERDERCI DI VISTA, una volta percorso quel fugace ciclo scolastico. Ci eravamo incontrati e quell’incontro non doveva fermarsi davanti ad un tabellone con un foglio e la scritta “licenziato-licenziata”. Non ci credevo, ma avevano ragione.

Crescendo, Cicciuzza è diventata una liceale, ma soprattutto una meteorologa. La mia meteorologa. Dopo la sveglia per andare a scuola, alle 6.00 di mattina, controllava quale fosse il clima nel suo incantevole paese di montagna, per avvertirmi puntualmente in caso di nevicate. A volte bastava uno squillo, a volte un messaggino segnalava: “15 cm”, “35 cm”. Io, già alla guida, mi comportavo di conseguenza, rallentando o eventualmente ripiegando su un più sicuro mezzo pubblico. È capitato che fosse così solerte da allertarmi anche il giorno precedente, se la nevicata aveva avuto inizio col buio. Da qui il proverbio “Cicciuzza di sera…, prendo la corriera”.

Il suo trasferimento in città per proseguire gli studi dopo il liceo è stato per me un vero dramma. Tanti carissimi alunni hanno provato a sostituirla nel gravoso compito; di nessuno mi sono mai fidato completamente come di lei.

Oggi Cicciuzza è diventata la dottoressa Cicciuzza. Si è laureata, ha disquisito di “intelligenza dei sussidi didattici” davanti ad un agguerrito plotone di docenti universitari e mi ha fatto commuovere come non credevo. È stata la prima, tra i miei ex alunni. Meritava una menzione sulla Pozzanghera, concorderanno i 25 lettori.

Cicciuzza che da quel giorno, vai tu a ricordare il perché, ha cominciato a chiamarmi Cicciuzzo.

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Maria Solitudine e la Tav

I giornali sono distratti, e non hanno memoria. Divenuti col tempo molto più schematici, tirano una riga nel mezzo e spiegano a sinistra PERCHÉ LA TAV SÌ e a destra PERCHÉ LA TAV NO. Cifre contro cifre, vantaggi contro svantaggi: il giudice unico è il lettore. Confuso, nel mio caso. E se le parole non aiutano a capire, le immagini non prestano un miglior servizio. Prendete il manifestante che insulta il celerino: fa venir voglia di abbonarsi al “Giornale” di Sallusti.

Toccherà leggere ancora, quindi, e ascoltare altre voci. E rimanere a guardare nella speranza di sciogliere il garbuglio.

Non aiuta a chiarire le proprie idee, probabilmente, nemmeno questa storia invecchiata in fretta. Con protagonista uno di quei nomi che mi sono brutalmente imposto di non dimenticare mai, pena l’avere schifo di me stesso.

 

Dal Monferrato, dalle Langhe, dalla Val di Susa, dal Piemonte profondo, partivano, senza aver mai visto il mare prima, alla volta dell’Argentina. Partivano perché erano poveri, o perché salesiani di don Bosco. «Molti anni fa un ragazzo genovese di tredici anni, figliuolo d’un operaio, andò da Genova in America ­ solo per cercare sua madre». Comincia così il penultimo «racconto mensile» del libro Cuore, «Dagli Apennini alle Ande» (De Amicis lo scriveva con una p, Apennini). Due anni fa una ragazza porteña di 22 anni, figlia di una famiglia ricca, discendente del Rosas che fu dittatore dell’Argentina dal 1829 al 1852, venne da Buenos Aires in Europa, sola, per cercare qualcosa. Prima o poi, fra qualche giorno, o qualche anno, uno scrittore, o una scrittrice argentina verrà a raccogliere la storia della ragazza, e ne trarrà un racconto. Lo intitolerà così: Dalle Ande agli Apennini. Per facilitare il suo compito, trascrivo le notizie essenziali, come si ricavano dalla stampa.

La ragazza si chiama Maria Soledad Rosas. Ha una sorella, Maria Gabriela. Abitano nel quartiere Palermo, in Calle Beruti 3000. Le calles di Buenos Aires sono lunghissime, infatti. Soledad (vuol dire solitudine; in casa la chiamano Solíta, a Torino la chiameranno Sole) studia in un collegio cattolico, poi alla facoltà di amministrazione dell’università di Belgrano. È una studentessa modello. Ama i cavalli, è vegetariana.

1996. Parte per l’Europa in viaggio premio. Va in Spagna, poi, dal febbraio ‘97, in Italia. Si sposa a Torino con un giovane italiano, per ottenere la cittadinanza. Ma si innamora, nel settembre del 1997, di Edoardo Massari, riparatore di biciclette e anarchico, che ha 37 anni, e si innamora di lei. Lei lo chiama Edo. I suoi compagni lo chiamano Baleno. Si sono incontrati nell’ex manicomio di Collegno, che ora si chiama Casa Okupada sembra un nome argentino, come Casa Rosada.

5 marzo 1998. Soledad, Edo e Silvano Pellissero sono arrestati con l’accusa di banda armata. «Ecoterroristi» scrivono i giornali. A un visitatore, Soledad avrebbe detto: «Qualche cazzata l’abbiamo fatta, ma non quelle che dicono loro».

28 marzo. Edo si impicca con un lenzuolo nella sua cella, al braccio B del carcere delle Vallette, alle 5 di mattina. Sole scrive una lettera ai compagni: «Io ho sempre pensato che ognuno è responsabile di quello che fa, però questa volta ci sono dei colpevoli… Il carcere è un posto di tortura fisica e psichica… Intanto mi castigano e mi mettono in isolamento. Secondo loro lo fanno per “salvaguardarmi”, e così deresponsabilizzarsi se anch’io decido di finire con questa tortura… Protesto, protesto con tanta rabbia e dolore».

1 aprile. Soledad viene portata in manette all’obitorio. Gli agenti di scorta riferiscono che avrebbe sussurrato: «Arrivederci amore, ci vediamo presto».

2 aprile. Massari è sepolto nel cimitero di Brosso, in Val Chiusella. Suoi compagni aggrediscono dei giornalisti, e ne feriscono seriamente uno.

16 aprile. Soledad, che dal 29 marzo fa lo sciopero della fame, viene assegnata agli arresti, presso una comunità. Don Luigi Ciotti si è fatto garante per lei. L’accusa di banda armata è caduta. Ora è accusata di aver partecipato al lancio di una bottiglia molotov al municipio di Caprie, in Val di Susa. La comunità si chiama Cascina Sotto i Ponti, in località San Grato, nella frazione Podio di Bene Vagienna, nei pressi di Fossano (Cuneo). Soledad chiede di essere rimessa in libertà, di poter lavorare.

6 luglio. I sostituti procuratori competenti chiedono il rinvio a giudizio di Soledad e Pellissero, che sta facendo lo sciopero della fame nel carcere di Novara.

11 luglio. Soledad si impicca con un lenzuolo nella doccia, alle cinque di mattina. La ritrova il giovane marocchino Brahim Daabe. Respira ancora. È morta quando arriva l’ambulanza.

12 luglio. Il sostituto procuratore competente dichiara che Soledad aveva avuto un «ruolo marginale», che contro di lei c’erano «accuse leggere», e che «è arrivata a Torino dopo gli attentati contro l’Alta velocità».

12 luglio. Eseguita l’autopsia nell’obitorio di Mondovì, il corpo di Soledad viene trasportato da un furgone dell’impresa funebre Bottero di Bene Vagienna al cimitero di Torino, per esservi cremato. Le ceneri saranno mandate in Argentina.

12 luglio. La perquisizione in cascina trova un quadernetto di appunti, un paio di libri e alcune riviste: vengono portati in un sacco alla procura di Mondovì.

13 luglio. La madre di Soledad, Marta, al telefono da Buenos Aires dice: «Lo Stato italiano dovrà darmi una spiegazione. Qualcuno dovrà dirmi perché non le era stata concessa la libertà con il semplice obbligo della firma, perché non ha potuto cercarsi un lavoro. Voglio una risposta, voglio capire perché una ragazza accusata di aver lanciato una bottiglia molotov contro un municipio torna a casa sua in una bara». 13 luglio. Alcuni squatter lanciano uova piene di vernice contro la redazione torinese del quotidiano «La Repubblica». Ma si sbagliano, e colpiscono la sede della Corte dei conti. 14 luglio. Un giornale scrive: «Forse qualcuno avrebbe dovuto valutare meglio cosa stava succedendo». Chissà come racconterà questa storia lo scrittore, o la scrittrice, che verrà dall’Argentina. Guardate che il libro Cuore non è affatto sdolcinato, o a lieto fine. Finisce bene il viaggio di Marco, a Tucuman, ma lui sapeva che cosa cercava: cercava sua madre, e l’ha trovata. Chissà che cosa cercava Maria Soledad Rosas. Speriamo che non vogliano immaginarlo, o spiegarlo. I suicidi non si spiegano. Uno li vale tutti. Ognuno ha il diritto alla sua speciale solitudine.

Adriano Sofri, “Panorama”, 23/07/1998

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Adriano Sofri e le tasche di Tom Sawyer

 

Niente male come prima azione da uomo libero. Interrogare un bambino molto sveglio, che a scuola dice di aver letto Tom Sawyer. Sì, ma cosa c’era nella tasca di Tom Sawyer? Una pallina, un topo morto legato col filo, un pezzo di gomma, una scatola di petardi e una piccola pulce. Risposta esatta: bravo il bambino e bravo Adriano Sofri, autore del quiz. Bocciato io, che quella lettura a suo tempo l’ho affrontata ma senza serbare il ricordo di un particolare decisamente non secondario.
Ho percorso il tragitto del mio ritorno in macchina da scuola facendo un gioco: cosa mi ha insegnato Adriano Sofri? Via, si comincia. Che le balene comunicano da distanze infinite, anche da un oceano all’altro, e che la globalizzazione le disturba. Che bisogna stare dalla parte delle ragazzine che salgono sugli alberi perché non vengano abbattuti. Che il futuro è appeso ai destini delle donne, specie delle donne iraniane. Che Sarajevo era uno specchio e che non si può non amare Israele, anche se si disprezzano le azioni dei suoi governi. Che la faccia di Alex Langer va stampata sulle magliette. Poi la strada è finita, mentre le cose imparate (e quelle capite) no. Sarebbero serviti altri chilometri, tanti chilometri.
Rincasato, poi, ho incontrato il suo nome tra i temi più dibattuti su Twitter. Molti si felicitavano, ma senza troppa fantasia: “Sofri è libero ma in fondo lo è sempre stato”. Suona bene, sicuro, ma a cosa sono servite tutte le sue parole sul carcere e sulla vita dei detenuti? Io mi sarò dimenticato del topo morto e della pallina di Tom Sawyer, ma c’è chi ha problemi di memoria molto più gravi.
Molti, moltissimi, esprimevano riprovazione e odio, e le solite parole d’ordine di una storia infinita. “Sofri è finalmente libero, ma quel commissario è ancora morto”. Come se scontare e non scontare una pena fossero la stessa cosa.
La scelta migliore, ancora una volta, quella dello stesso Sofri. Niente da dichiarare, proprio niente, con tante scuse. È proprio che non c’è, qualcosa da aggiungere. C’è altro da fare. Il mondo è pieno di bambini da interrogare. Chissà cosa nascondono nelle tasche.

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