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Perché fa schifo la vignetta di Mannelli

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Diciamolo, caro Mannelli: una vignetta che interpreta alla perfezione il pensiero del direttore che te l’ha commissionata non parte benissimo, se parliamo di satira.

Una vignetta con le cos(c)e afflitte dalla cellulite di una Ministra non brilla per potenza a un paio di centimetri da dove quotidiani editoriali invitano quella stessa donna a pensare alla sua pelle bucherellata piuttosto che alle riforme.

Paradossalmente, diventa la pallida didascalia – e la serva – di quegli articoli.

Sarò troppo romantico io che ho sempre immaginato il vignettista come un isolato, un genio solitario pronto a farsi cogliere dal fulmine dell’ispirazione. Mi risulta che Altan – uno tra i tanti anche se uno come nessuno – sia persona molto introversa e riservata. Nel caso della tua Boschi cicciottella, caro Mannelli, si sente forte la puzza di un dannato gioco di squadra: il giornale più esposto sul fronte del NO al referendum e su quello (apparentemente altrettanto vitale) della magrezza di chi ci governa; il giornale di Travaglio che mette in scena a teatro la Ministra in questione impersonata da un’attrice che ovviamente incespica, si confonde e balbetta (e sarebbe curioso vederlo alla prova in un confronto vero con la Boschi, Travaglio, lasciato libero di scrivere soltanto la propria parte…); il giornale de “La Fatina delle Riforme”; il giornale di Scanzi…

Non me la vedo proprio ElleKappa rispondere a Ezio Mauro (o Calabresi, o…): “sì, direttore, agli ordini… una bella sberla al Salvini sul tema migranti per condire il pezzo di Serra… perfetto, gliela mando per le 18.30, saluti la Sua Signora…”. No, non può funzionare in questo modo. Dove finisce così la libertà, di cui la satira è soltanto un effetto collaterale?

Credo infine che Maria Elena Boschi si sappia difendere molto bene anche da sola. Si tratta, invece, di proteggere la satira. Non dalla censura, ma dai suoi autori.

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Whish you were here a Kabul

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Quando si trovarono uno davanti all’altro, Don Lorenzo Milani e Alexander Langer discussero animatamente di molte cose. Tra le tante, del raggio d’azione che può avere la propensione umana verso il bene altrui. Per Milani esistevano precisi limiti: si può volere il bene di 300-400 persone al massimo, non di più. Langer non era d’accordo, per lui quell’orizzonte non doveva porsi limiti, l’umanità è una sola e va amata al gran completo.

Ripenso a quella discussione mentre leggo la storia e guardo le foto di Lanny Cordola, chitarrista californiano che ha lasciato una carriera di successo per trasferirsi in Afghanistan e insegnare la pratica del suo strumento ai ragazzini e – soprattutto – alle ragazzine di quello sfortunato paese.

Colpiscono le dimensioni del progetto. Piccolo, limitato: coinvolge un numero quasi ridicolo di ragazzini e porta loro una competenza minima. Nonostante i chitarristi in erba dicano di sognare ambiziose carriere, difficilmente da quelle parti le sei corde potranno sciogliere da sole i nodi delle loro esistenze.

Ma Lanny questo sa fare. Ti fa sedere per terra, ti accorda lo strumento, ti dice dove mettere le dita della mano sinistra che all’inizio sono blocchi di cemento, ti fa sentire un ritmo e comincia a battere, a levare. Come si fa negli oratori, nei campeggi o nelle ore di musica a scuola. Soltanto che lui prima batteva e levava a Los Angeles e in tutti gli Stati Uniti, batteva e levava nei dischi (batte e leva ancora su Spotify, se qualcuno ha voglia di ascoltare…). Lanny non è volato in Asia per cambiare le sorti dell’Afghanistan, a lui stava a cuore la sorte di Mursal, sopravvissuta all’esplosione che ha condannato a morte le due sorelle maggiori, le cui fotografie giganti ora addobbano la scuola per chitarristi di Kabul. Dopo Mursal sono arrivati altri studenti, non più di 50. Un po’ alla volta, come con gli accordi che si imparano. Si comincia con un MI-, ché bastan due dita più o meno nello stesso angolino di chitarra. Le canzoni spesso sono musiche popolari afghane, ma Lanny non disdegna i grandi classici di ogni strimpellatore occidentale.

In questo video, Lanny & Mursal eseguono Wish you were here. Pazienza se Mustafà, il bimbo nel mezzo, più piccolino, non va oltre il MI- di cui sopra. Imparerà.

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Aylan che non si chiamava Aylan

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L’avevo letto in un articolo di Adriano Sofri. Quel bambino si chiamava Alan, non Aylan. 24 ore e lo riscrivono correttamente, avevo pensato. Che ci vuole? Son cose che succedono, la concitazione, i fischi che fan presto a diventare fiaschi.

Sono passati i giorni. Sono passati tanti giorni. Alan è rimasto Aylan. Ci è entrato in testa. È entrato nei nostri discorsi, è stato disegnato dai bambini nelle scuole, è stato proiettato durante i comizi e durante i talkshow. Con il nostro nome, però. Perché non ci siamo corretti? Perché i media non hanno detto scusate, abbiamo controllato meglio, sembrava si chiamasse così, e invece si chiamava cosà?

Il sospetto è che suonasse meglio Aylan. Pronunciato Aylàn: vuoi mettere l’esotismo? Alan prima di tutto non sembra il nome di un bambino, e poi di Alan ce ne sono un sacco anche dalle nostre parti. Aylan era perfetto. Semplice, diretto, efficace. E in fondo noi quella storia dovevamo venderla.

Oggi, dopo sei mesi, un padre chiede che suo figlio che non c’è più venga ricordato con il suo vero nome. Prova a ridircelo, di stare più attenti.

Certo, poi il problema è che di corpicini affogati continua ad essere pieno il Mediterraneo, si chiamino come vogliono.

Però non è difficile, e forse siamo ancora in tempo: tasto destro, un clic su rinomina, invio.

 

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Camminando Gemona, quarant’anni dopo

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Ho infilato Niccolò Fabi nelle orecchie per camminare la notte gemonese. Un paio di chilometri sono stati sufficienti per raggiungere il luogo dove mi trovavo esattamente quarant’anni fa, davanti alle macerie della mia casa. Avevo un anno e pochi mesi, in quello spiazzo di disperati. Doveva essermi sembrato una specie di festa, quello che mi accadeva attorno – il correre e il gridare, il soccorrere e il disperarsi – perché ebbene sì… ridevo. Rideva tutta la mia faccia paciocca. Ho sempre provato una strana vergogna, nell’ascoltare, all’interno dell’aneddotica su quel 6 maggio, la storia del mio riso inconsapevole. Nella notte più lunga ho presto voltato quell’allegria in un pianto disperato (ho vergogna pure di quello, c’era attorno a me chi distrutto tentava inutilmente di lasciarsi soffocare dal sonno), per la tragedia piccola di un ciuccio smarrito.

Sono tornato lì, come per un appuntamento. Ho spento la musica, il tempo di sentire rumore di stoviglie, telegiornali, chiacchiere. C’era un bassotto che gironzolava libero e inquieto. C’erano quarant’anni sul selciato, come i capelli dal barbiere, canterebbe un altro maestro di quelli che si infilano nelle orecchie.

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I nostri giornali che ci lasciano nel fango

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Ho fatto un rapido giro dei giornali on line norvegesi e ho guardato le figure. Mi è sembrato – anche se non posso esserne sicuro, ovviamente – che alcuni  nemmeno riportassero la notizia di Breivik risarcito dallo Stato per aver subito un trattamento inumano. Forse da quelle parti è già vecchia e c’hanno incartato gli stoccafissi, forse non scrivono quel triste cognome nelle titolazioni.

Fatto sta che nessuna delle testate che invece riferiscono di quella sentenza sceglie di accompagnare la notizia con la fotografia del saluto nazista compiuto da quel folle giovane durante un’udienza. I nostri giornali: tutti. Compresi i più autorevoli. Niente di nuovo, nessuno stupore. Però qualche somma dovremmo iniziare a trarla, davanti ad un fatto di tragica normalità.

La legge norvegese dice che in carcere si dev’esser trattati in un certo modo. Che la vittima sia una come nel caso le vittime siano 77. C’è una soglia, in Norvegia, e sotto non si scende. Adesso si aprirà un dibattito: ci saranno gli indignati, quelli che non potranno non pensare – loro, eh – a quelle povere madri e a quei poveri padri, quelli che ci voleva la pena di morte, quelli che riporteranno le battute che farà Travaglio, quelli che eccetera eccetera. Nel frattempo, i nostri giornali ci ricordano puntuali che quel personaggio è pure uno sporco nazista. Ci danno la loro spintina, insomma, come se servisse.

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Nessuno tocchi Caino, e neanche Doina…

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Prendo un pugnetto di righe di Adriano Sofri a cui sono  molto affezionato, scritte pensando a Erich Priebke. Mi permetto di sostituire alcune parole, e al posto del vecchio nazista ci metto la trentenne Doina Matei. Il discorso fila lo stesso, limpido, con il surplus di pietà che una ex prostituta di trent’anni, madre a 14, carcerata da 9, merita rispetto a un vecchio camerata coerente fino all’ultimo con il suo passato di carnefice.

«Un minuto dopo la sentenza, sarei stato sollevato se Doina Matei fosse stata rimandata a casa sua. Non ha alcuna importanza, ai miei occhi, che donna sia oggi, quali pensieri esprima o taccia sul suo passato, quali selfie posti o non posti su Facebook, di quali sorrisi si renda protagonista.  Riguardano lei. Forse riguardano i parenti della vittime, ammesso che diano peso a ciò che lei dice o tace, o fotografi: non so. Per me non ha alcuna importanza. Non importa niente che donna sia, ma che sia una donna.»

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Un bicchiere di vino frizzante per Gianmaria Testa

Dentro la tasca di un qualunque mattino è stata la mia prima canzone sua. Un pezzo sorprendente, semplice e originalissimo. Ore a chiedersi chi fosse quel genio in ritardo, mostrosacro senza apparente passato. Ore spese a cercare la nota nascosta dalle parti di quel SOL maggiore, minuscola ma indispensabile. Per poi cantare, cantare, cantare ancora.

Mi piace ricordare un grande cantautore ricercando per i fatti miei quella nota maledetta – si è nascosta di nuovo, ma la scovo, sì che la scovo – e postando questo video.

Gianmaria sta sul trespolo, l’arpeggio già si muove come onda, la canzone è salpata. Arriva una ragazza, commessa di libreria. Gli versa in un calice un vinello frizzante, sussurra qualcosa di inutile, che niente a che fare con quella magia in corso. Il cantautore sorride gentile, fa sì con la testa, la bocca ancora al riparo sotto la coperta dei baffi. Dolce. Inizia a cantare. Dentro la tasca di un qualunque mattino, dentro la tasca ti porterei.

 

 

 

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La donna con il foulard giallo

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Vagavo smarrito nell’ala semideserta di centro commerciale semivuoto.

Attendevo il mio turno al bancone dei cellulari. La mia transazione sarebbe stata rapida, immediata, ma prima di me una signora logorroica chiedeva lumi su un nuovo modello di smartphone. Così, mi aggiravo tra gli scaffali consapevole che nessuno, almeno a quell’ora del pomeriggio, mi avrebbe scalzato nell’ordine gerarchico dei clienti.

All’improvviso mi sono ritrovato nell’angolo dedicato alle Tv, nonostante non mi servisse nessuna Tv. 50, 60 schermi accesi, grandi e piccoli, più o meno luminosi, più o meno costosi, più o meno in offerta, alcuni addirittura curvi, devono essere l’ultimo ritrovato di quel settore. Mi sono sempre chiesto cosa orienti la scelta dei titolari o dei commessi, in luoghi come quello. Ho spesso notato come oltre allo scontato calcio, vadano forte le partite di tennis proiettate in simultanea. I campi sono coloratissimi ed essenziali, geometrici; tennisti e tenniste capita siano ragazzi e ragazze avvenenti. Notevoli anche gli effetti di una moltiplicazione di surf a sfidare altissime onde, dei sorpassi al ralenty tra due moto, di una cucciolata di tigrotti.

Oggi pomeriggio, niente di tutto ciò

Mi ha sorpreso prima di tutto un colore. Quel giallo caldissimo moltiplicato su decine di schermi. Giallo Samsung, giallo Sony, giallo Philips, giallo… Era il colore di un velo, un foulard avvolto attorno al collo di una donna matura. Le Tv tacevano il suo nome, il destino l’ha proprio cancellato, il suo nome, sostituito a forza con quello di suo figlio. Ti chiami Paola ma non importa più a nessuno. Ora tutti ti chiamano mamma, la mamma, e il tuo cognome è diventato un nome proprio di ragazzo. Lo urlano, i sottopancia delle Tv, in quel grande negozio e in tutte le case, sugli schermi dei computer connessi.

Non ti ho potuta ascoltare, però, Mamma di G., eri ovunque, stavi parlando ma in sottofondo la tua voce non c’era. In quegli istanti mandavano una Rihanna di qualche anno fa. La tua faccia bianca era segnata, stanca. Parlavi lentamente, facevi delle pause. Finalmente davanti ai telefonini è toccato a me. Voglio quello, grazie. Pago laggiù? No, non mi serve niente, più o meno so come si fa, davvero, grazie. Bancomat. No, tengo in mano. La garanzia, certo. Grazie.

Poi è stata una corsa, forsennata, verso la macchina. Le scale di casa da salire volando, come da ragazzo quand’ero in ritardo. Accendere la Tv, ‘stavolta la mia, cercare la rete allnews, vedere quella donna alzarsi, salutare, ringraziare, c’è un volo da prendere, scusarsi.

Ho quindi raggiunto il computer, atteso che i siti mettessero ordine alle homepage. Ascoltato, chiuso il cerchio.

#VeritaPerGiulioRegeni

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C’era uno al mio paese. Era Cruyff.

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C’era uno, al paese della mia infanzia.

Lo chiamavano Cruyff.

All’epoca ero un ragazzino delle elementari, molto per bene e pure un po’ secchioncello.

Tuttavia, pensavo sempre e soltanto al calcio. Oltre a quello che praticavo con scarsi risultati al campetto, c’erano quello da tifare in tv, quello da leggere (meglio, studiare) sul “Guerin Sportivo”, quello da contemplare in chiave ironica (ma sognante) nei cartoni di Holly e Benji, quello da disegnare su certi quadernini che ancora conservo, quello da giocare con qualsiasi giocattolo, da Big Jim calciatore (creato all’uopo) fino agli animali della savana orrendamente piegati a calciare biglie di vetro. Giraffa compresa, eccellente nel gioco aereo.

E ogni, tanto, per la strada, mi capitava di incontrare Cruyff.

Sì, perché nonostante fosse ovvia la ragione di quel nomignolo, io a quell’uomo che avrà avuto meno di trent’anni non ho mai visto segnare una rete, nemmeno fare un tiro o calzare un paio di pantaloncini da calciatore. Niente di tutto ciò, lo ricordo in jeans e maglietta, al negozio di alimentari, davanti al bar per un bicchiere con gli amici.

Però era Cruyff, qualcuno l’aveva chiamato così e tutti si erano adeguati. Non poteva essere soltanto per via di quel suo essere un lungagnone dinoccolato, con viso magro e appuntito, seppur coperto da una folta barba chiara.

Va detto anche che al mio paese, piccolissimo comune di montagna, tutti eravamo piuttosto fieri della locale squadra di calcio, infarcita di talentuosi giocatori invidiati da tutti i tifosi delle vallate limitrofe. Senza che Cruyff ne indossasse la maglia, però, a causa di un lavoro che lo teneva per lunghi periodi troppo lontano da allenamenti e partite. Mi sembravano dei mostri, e non avevo ancora visto niente. Non avevo visto Cruyff.

Un’altra cosa va aggiunta. A quei tempi, parlo della metà degli anni ’80, un ragazzino come me non aveva mai visto nemmeno Cruyff quello vero. Il Profeta del gol si è infatti ritirato nel 1984 e allora mica esistevano le compilation su YouTube e i Vine da pescare su Twitter. Insomma: guardavo con infinita ammirazione “uno” che somigliava a “uno” che non avevo mai visto, se non in qualche foto. Un doppio atto di fede carpiato. Di quelli che riescono bene ai bambini, probabilmente grazie alla magia di certi racconti ammalianti fatti dagli adulti.

Avevo una decina d’anni, camminavo per strada nel paesino dove tutti si conoscono e dicevo con gentilezza “ciao”. A tutti.

A volte mi rispondeva Cruyff.

P.S.: Per la cronaca, il Cruyff del mio paese non l’ho mai visto giocare, per quell’altro poi fortunatamente sono arrivate le compilation su YouTube e, per la cronaca, il goal più bello è questo qua.

 

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Le storie di Scuolamagia, Stream of consciousness, Tutte queste cose passare

#ToBeContinued2016

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Peccato, davvero. Domani niente concerto in streaming a Scuolamagia, niente listening point di ToBeContinued come negli scorsi anni. Colpa di nessuno: sono soltanto iniziate le vacanze di Pasqua.

Le prime volte è stato complicato, le connessioni erano fragili, fragilissime, e si perdeva continuamente il filo.

Nel 2015 è stato bellissimo, con la Lim nuova fiammante e il lavoro giornalistico svolto dalla redazione di Radiomagia. Bellissime le porte aperte, con quelle musiche così particolari pronte a cercarti, a stanarti in ogni angolo del plesso, classi, corridoi e bagni. E la curiosità, soprattutto, la curiosità di domandarsi da dove, da dove quelle note, quei battiti, quei sibili, quei cigolii. E poi tuffarsi negli atlanti, nelle mappe digitali, nelle tabelle coi fusi orari per guardare, per toccare con mano luoghi lontani suggeriti appena dal suono.

Proprio un peccato, perdersi una giornata di scuola così.

La maratona sonora di ToBeContinued, comunque, per tutti, comincia a mezzanotte, qui.

 

P.S.: come ogni anno il manifesto dell’iniziativa, realizzato da Cosimo Miorelli, è un capolavoro.

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La volta che Umberto Eco ha scritto una cazzata

Eco

Sono stato in un’altra vita un grande ritagliatore di giornali. Ritagliatore e sottolineatore, come no. Ritagliatore, sottolineatore e catalogatore. Possiedo una serie di quaderni ad anelli pieni di micheleserra d’annata, zeppi di adrianosofri imperdibili di cui ricordo ancora i titoli (“Le braci del sesso in carcere”, “Il 25 aprile sulle magliette”, “Il dovere di amare lo stato di Israele”), traboccanti di claudiomagris, alessandrobaricco, antoniotabucchi.
Ovviamente ritagliavo anche Umberto Eco.
E proprio di un ritaglio di quelli sono andato a caccia, oggi. L’ho fatto sorridendo, e probabilmente ne avrebbe sorriso pure lui, perché quel lungo articolo ormai ingiallito metteva in fila un considerevole numero di cazzate. Era tutto sbagliato, sì, perché guardava al futuro senza prenderci mai. Da poco c’era stato l’11 settembre, davanti avevamo scenari di guerra. Eco da par suo guardava prima indietro, e segnalava le altre occasioni in cui il mondo si era polarizzato e si erano fronteggiati un Est ed un Ovest, un Nord ed un Sud. Il tempo delle Crociate, ad esempio, che tanto bene lo scrittore sapeva illuminare con le parole. Fino a giungere alla conclusione, il Maestro, che uno scontro così non sarebbe più stato possibile, essendo frattanto il nostro villaggio divenuto globale. Tutto troppo interconnesso ormai, scriveva, in un gomitolo di relazioni che ci costringe tutti a dipendere dagli altri. Ti odio ma mi servi, insomma. Giocava alla fantascienza, Eco, e involontariamente lanciava profezie al contrario. Gli islamici cattivi del Pakistan ci odiano? Come no, però ci sono anche quelli che studiano felici nelle nostre università europee, quelli che abitano tranquilli le nostre periferie. In un passaggio dell’articolo si parlava addirittura di un mondo islamico impazzito che decide di radere al suolo Parigi. Ma quando mai, c’è la globalizzazione.
So di aver letto quella riflessione in classe. Troppo dotta, infatti a matita ho cancellato alcuni passaggi da saltare per non inficiarne la comprensione da parte dei tredicenni. Volevo tranquillizzasse quegli alunni spaventati dagli aerei impazziti che continuavano, mille volte al giorno, a far crollare le due torri stipate di innocenti. So di aver creduto a quelle parole, e oggi le rileggo con gratitudine e simpatia. Erano parole che correvano rischi, erano parole che osavano, guardavano lontano. L’errore ci sta tutto, siamo umani, e gli uomini nella storia hanno creduto esistessero creature che si riparavano dal sole grazie ad un unico enorme piede. Me l’ha insegnato Eco, guarda un po’.
I giornali del 2016 sono pieni di tristi passati recenti. Smascherano tante piccole disonestà, squarciano piccolissimi veli davanti a minuscole e spesso inutili verità. Costruiscono i capri espiatori che le pance dei lettori bramano. Volano basso, se cadono al massimo si sporcano col fango.
Io nel frattempo continuo a comprare giornali che non ritaglio più, a volte non ho nemmeno il tempo di sfogliarli. La vita è tutta un tweet, e un tweet mi ha rivelato oggi al risveglio che Umberto Eco era morto.

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I miei piccoli dispiaceri

 

    

   Stanco? ho chiesto.

   Mostruosamente, ha detto.

   Si è alzato per mettere un disco, ultimamente aveva il pallino del vinile. Ne apprezzava la ritualità, la procedura. Teneva in mano il disco come la gente tiene in mano i dischi, non con le dita, con i palmi. Ci ha soffiato sopra. La musica era un sussurro leggero, una chitarra acustica, niente voce. Si è riseduto al tavolo e mi ha chiesto di guardargli gli occhi.

   Spurgano, ha detto. Come se avessi un’infezione o qualcosa del genere.

   Congiuntivite? ho chiesto.

   Non so, ha detto. Ho l’impressione che gocciolino di continuo. È solo un liquido trasparente, niente pus. Mi sdraio a letto e tutto questo liquido cola fuori di lato. Forse dovrei farmi vedere da un medico, da un ottico o qualcosa del genere.

   Stai piangendo, Nic.

   No…

   Sì. Lo chiamano piangere.

   Ma di continuo? ha chiesto. Se è così non me ne rendo neanche conto.

   È un nuovo tipo di pianto, dissi. Per i tempi nuovi. Mi sono sporta in avanti e gli ho messo le mani sulle spalle e poi sui lati del viso allo stesso modo in cui lui aveva tenuto il disco.

 

Miriam Toews, I miei piccoli dispiaceri, Marcos Y Marcos

 

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#ilmioPNSD a Scuolamagia

 

Cronaca di una giornata evento presso la Scuola Secondaria di 1° grado di Forni Avoltri (Scuolamagia), nell’ambito della Settimana internazionale dell’Ora del codice.

Martedì 15 dicembre 2015.

Un piccolo plesso ha riaperto le sue porte nel tardo pomeriggio (18.00 – 20.00) per permettere alle famiglie degli alunni, agli ex alunni e agli abitanti di un piccolo comune di montagna di testare e toccare con mano la scuola di domani.

Rigorosamente guidati dai 13 studenti di Scuolamagia, i numerosi partecipanti all’evento hanno potuto sperimentare:

–          una lezione attraverso Skype, in collegamento con la coordinatrice della rete di scuole Sbilf dell’Alto Friuli, con cui l’Istituto Comprensivo di Comeglians collabora assiduamente;

–          un’appassionante sfida di conoscenze, grazie a kahoot.it, utilizzando Lim e smartphone;

–          l’utilizzo di edmodo.com, risolvendo quiz e rompicapi ideati dai ragazzi;

–          l’utilizzo di alcuni tablet con svariate applicazioni didattiche, giochi di strategia e di pensiero, strumenti musicali;

–          l’utilizzo della Lim (Geogebra, disegno manuale, disegno tecnico, ecc.);

–          il web come inestimabile fonte di informazioni, ma anche come ricettacolo di pericolose bufale e mistificazioni della realtà;

Nel corso della serata gli ospiti hanno potuto consultare, con una postazione dedicata, il Piano Nazionale Scuola Digitale.

Un’aula ha accolto inoltre un discreto numero di pezzi d’antiquariato digitale (Pc, telefoni cellulari, stampanti, sistemi operativi, supporti di memoria, ecc.), forniti da un genitore appassionato collezionista, a testimonianza di un affascinante passato remoto.

#ilmioPNSD a Scuolamagia

è un evento organizzato da Alex C., Serena, Patrick, Alex R., Giorgia, Gaia, Eric, Matteo, Angelo, Pietro, Maia, Micael, Marco con i prof. Barbara Gonano e Andrea Disint. Con l’aiuto di Ines Caneva e Ivan Tamussin.

Scuolamagia (Scuola Secondaria di 1° grado di Forni Avoltri – I.C. di Comeglians – Ud)

http://www.unapozzanghera.it/category/scuolamagia/

Twitter: @Scuolamagia_FA

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Il Gioco del Rispetto

Ve lo ricordate il pornoasilo di Trieste?

Strillavano proprio così, i titoli sui giornali. Era l’inizio del 2015 e tutto ruotava attorno alle scuole dell’infanzia del capoluogo del Friuli Venezia Giulia, ad alcune maestre con i loro alunni, ad una scatolina rossa. E di che colore volevate che fosse, l’involucro di un gioco pornografico?

Immaginate ora dei marmocchi che corrono. Hanno poco più di 3 anni e tutto quel movimento fa parte del gioco. Si fermano e le maestre che li stanno guidando chiedono loro di appoggiarsi vicendevolmente una mano sul petto. Si tratta di rintracciare il battito del cuore, e non è difficile dopo quella corsa. Per riconoscersi uguali, vivi, energici, al di là delle forme e delle chiome, del colore dei vestiti, della forma degli occhiali. Un piccolo passo di consapevolezza, per chi conosce i bambini. Una sorta di precoce atto sessuale, per qualche sguardo esterno, lucidamente folle, pronto a denunciare.

Ma il gioco continua, perché la scatolina rossa è un vero serbatoio di idee e di attività. Adesso si gioca a carte: in una c’è un elefante col grembiule: è maschio o femmina? E quello con la valigetta ventiquattrore, pachiderma in affari? M o F? Scommetto che riuscite ad indovinare le risposte più frequentate, voi che vi dilettate di statistica. Sotto lo sguardo esterno, intanto, si storce il naso.

Sotto con altre carte: ci sono la casalinga e il casalingo, la maestra e il maestro, la muratrice e il muratore, la calciatrice e il calciatore. Si somigliano perché hanno gli stessi vestiti e gli stessi strumenti. Certo non per i tratti somatici, seppur stilizzati nel disegno. Non basta, lo sguardo esterno sente lontano un miglio la puzza di gender.

Non di gender gap, quella che uno dovrebbe sentire davvero, la puzza di teoria del gender. Il resto viene da sé, come in un triste cliché: gli articoli su “Libero”, i tweet di Salvini, le interrogazioni dei politici. Il tutto mentre le famiglie dei bambini che hanno giocato il Gioco del Rispetto esprimono unanimi consensi all’iniziativa didattica.

La bufala è facilmente smontabile, ma le leggende metropolitane sono difficili da estirpare, e il clima si fa più pesante. Quelli (che poi sarebbero Quelle) del Gioco del Rispetto hanno le spalle larghe e vanno avanti, non si fermano. Tant’è che oggi chiedono aiuto affinché la scatolina rossa della discordia possa essere prodotta e distribuita in un’edizione scolastica e in una domestica, da giocare direttamente in famiglia. Lo fanno con un crowdfunding, chiedendo quindi il contributo di tutti.

Pensateci, può dipendere da tutti noi il destino di un’elefante carina e ammodo, con il sogno proibito di cavalcare il suo skateboard.

Alla faccia degli sguardi esterni.

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I ragazzini delle medie, tra il Samsung Galaxy S4 e l’AK-47

I ragazzini delle medie sanno cos’è un AK-47. Lo sanno e s’indignano se sei tu a non saperlo. Poi si tranquillizzano se scoprono che fino a Kalashnikov c’arrivi, ché qualche film americano prima o dopo l’hai guardato anche tu.

I ragazzini delle medie parlano di Isis da almeno un anno. Anche senza lezioni come quella di oggi, hanno capito benissimo che quei pugnali puntati alla gola stavano dentro il telegiornale, e non dentro i film quelli coi Kalashnikov che ha guardato anche il prof.

I ragazzini delle medie sanno che l’Islam è una religione come le altre. Le religioni esistono, cambiano la vita alle persone ma così è troppo, non ci si crede. Ci dev’essere dell’altro, pensano i ragazzini delle medie.

I ragazzini delle medie faticano non poco davanti alla parola laicità. Sono nati e vissuti in Italia e non capiscono che senso possa avere limitare e confinare qualcosa che considerano un’inoffensiva carta da parati sul fondale delle loro esistenze. Dalle pubbliche cerimonie per i caduti, il 4 novembre, in genere tornano con un’unica e incontenibile impressione, dopo una perizia sul labiale: “il prof non recitava il padrenostro”. Già.

I ragazzini delle medie sanno produrre un silenzio di ghiaccio, durante un minuto di raccoglimento. Poi però ricominciano con le domande, sono macchine costruite per produrre domande. Veri animali geopolitici: sono dei piccoli lucicaraccioli. Prendi un gesso, lo fai cigolare sulla lavagna e subito ti dicono se il Mediterraneo che hai disegnato è credibile, se ti sei dimenticato la Sardegna, oppure Cipro. Poi però ti ascoltano, seguono con gli occhi le tue frecce, si perdono tra gli imperi colorati a pois e quelli a righine oblique.

Non hanno capo né coda, le domande dei ragazzini delle medie. C’entrano qualcosa le due torri gemelle? È stato l’Isis anche lì? Ma cosa vuol dire che l’Isis è uno stato? E allora qual è la capitale? Chi è quella che piange in diretta? (è l’inviata Rai Lucia Goracci) Ma è vero che attaccheranno Roma, l’ho sentito a “Pomeriggio Cinque”? (Chi è quello che piange? È il prof…) Ma è vero che nel teatro li hanno uccisi uno per uno? L’hai vista la foto del teatro quella presa dall’alto, eh, l’hai vista? Ci credi che quello si è salvato perché il proiettile è rimbalzato sul suo cellulare? Guarda che un Galaxy è troooooppo sottile…

Di una cosa sono sicuro, dopo una mattina di occhi addosso come poche altre. I ragazzini delle medie hanno paura. Hanno capito che i grandi sanno un sacco di cose e hanno un sacco pieno di parole. Pronunciano nomi in tutte le lingue e scrivono date lontane alla lavagna. Ma sono senza il filo per unire i pezzi, collegarli tra loro. E senza il filo gli cade tutto per terra.

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Soletta

Rigore! Lo tira Pasolini

[…]

Pasolini fu l’ultimo a tirare, quando era pari il punteggio. Il tiro decisivo.

Il poeta prese con le mani il pallone, lo strinse come se volesse schiacciarlo, poi se lo fece rimbalzare qualche volta accanto, mentre lui era serio serio, come se stesse pensando. Che pensa in quei momento un giocatore? Ha la mente sgombra, oppure è in preda al terrore che un istante di follia butti al vento tutto? Sono solo undici metri, la porta davanti è immensa, eppure far passare il pallone sembra un’impresa. Quella sera, al campo dell’Idroscalo, Pasolini era il Caos, era dieci ragazzi con un sogno affidato ai suoi piedi, a quell’unico calcio da tirare. Dieci ragazzi dentro di sé, dentro il suo petto e davanti a lui gli occhi azzurri di Riccetto che l’avevano fatto di colpo innamorare.

Il poeta posò il pallone sul dischetto, fece due passi indietro fissando la terra. Poi scattò in avanti e tirò senza guardare. Il pallone si infilò in rete e lui sentì un boato, mentre il Manetta, Spino, il Catena già gli saltavano addosso. Dal mucchio dei compagni, un temporale di abbracci, vide Riccetto sdraiato sulla linea di porta.

Mentre Giglio arrivava con la coppa promessa, e i ragazzi del Caos erano stelle, lui andò verso il portiere, col cuore in tumulto.

“Mi dispiace davvero” gli disse.

Il ragazzo piangeva.

Le urla felici, le lacrime negli occhi del portiere battuto.

Pasolini sentì che era tutto perduto.

Ugo Riccarelli, L’angelo di Coppi, Oscar Mondadori

Il racconto integrale, qui

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Noi siamo quelli con le scarpe e… le caramelle

Radunarsi, accendere fiaccole, contarsi, cantare, mostrare cartelli, urlare slogan, scriverseli sulla fronte. Tutto bello, tutto giusto, tutto “più si è meglio è”. Camminare scalzi anche no. Quello noi non possiamo. Non ne abbiamo il  diritto. Le dobbiamo mettere noi a loro, le scarpe. In questo momento ci sono piedi nudi o seminudi che salgono su un gommone in una spiaggia libica o turca, calpestano un deserto, si stringono negli anfratti di tir e furgoni. Per davvero, per davvero, per davvero.

Non ci chiudiamo a chiave in uno sgabuzzino per protestare contro l’indecente condizione di chi vive nelle carceri. Perché è una stupidaggine, e perché noi siamo quelli che devono aprire le porte delle celle-sgabuzzino, mica scimmiottarle.

Non è un gesto coraggioso, marciare scalzi. Serve al massimo a marcare una distanza: da quelli che tra noi non lo farebbero. In Germania hanno un problema con un numero, fortunatamente ridotto, di neonazisti: gli altri tedeschi a occhio e croce, viste le reazioni alle recenti scelte dei loro governanti, sono d’accordo e dicono sì all’accoglienza, senza il bisogno di dividersi tra crucchi abbastanza buoni, buoni e buonissimi.

Io lavorerei affinché tutti, o il maggior numero possibile, si preparassero qui da noi con in mano una caramella gommosa da porgere al primo bambino rifugiato che incontrano. Con ai piedi le Nike, le Adidas, le Tod’s, le Converse, le…

Noi siamo quelli con le scarpe e le caramelle in mano.

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Expo 2015, perché ci porterei i miei alunni

Tornando da Expo mi chiedevo se ne avrei scritto qui. No, mi ero risposto: le cose che mi erano piaciute e quelle che non mi avevano convinto per niente, entrambe, erano abbondantemente già state dette, e meglio di come avrei saputo fare io.

Poi ieri ho letto questo post del maestro Alex Corlazzoli e non c’ho visto più. Non per le legittime critiche all’evento – anch’esse in realtà tutt’altro che inedite – ma perché il collega, fin dal titolo, afferma che negherebbe l’esperienza di Expo ai suoi alunni.

E perché mai?

Mancherebbe da Expo, secondo Corlazzoli, semplicemente la verità. Si tace su tragedie e sfruttamento, sperequazioni e drammi vari. Che nel mondo ci sono e vanno raccontati.

Dimentica il maestro, o finge di dimenticare, la natura stessa dell’evento. Da sempre l’esposizione universale guarda in avanti, parla di progresso, di domani. Non si tratta di nascondere la polvere sotto il tappeto, ogni nazione porta da sempre ad Expo una sua chiave di interpretazione del futuro. Sbaglia Corlazzoli a considerare l’Expo un funerale, perché si tratta di un battesimo. Invitato alla festa, tra bicchieri tintinnanti e fette di torta, il collega vorrebbe che i genitori del bambino battezzato parlassero a tutti dei loro problemi di coppia, di quando lui tradiva lei con la giovane collega, dei casini con il mutuo, delle liti furibonde tra le suocere.

“Non ho imparato niente nel Padiglione del Rwanda”.

Dice Corlazzoli. E cosa voleva imparare, il genocidio? Voleva vedere i machete insanguinati del ’94 in una teca? Anch’io, sconvolto dalla tardiva scoperta dei tragici fatti di quel paese, ho alle spalle qualche annetto di lezioni pulp sugli Hutu che ammazzano gli scarafaggi Tutsi. Oggi però ho capito che non basta. E a quelle lezioni ne ho aggiunte altre in cui parlo della riconciliazione tentata in quel luogo, a pochissimi anni da quel sangue versato, di amnistie e di progresso da compiere necessariamente insieme, guidati – male non fa – da uno dei parlamenti al mondo con più donne sugli scranni (almeno il doppio rispetto al nostro). Nello spazio espositivo tutto questo, magari scavando un po’, si trova.

“Sono partito dalla Palestina: non un’immagine, una riga, una fotografia dell’occupazione”.

Senza voler negare alcuna tragedia, ma proprio lì, ad Expo? Sicuro sicuro? Al battesimo? Con magari qualcun altro, in un padiglione nemmeno troppo lontano, ad esporre le foto di qualche autobus sventrato da un attentato suicida? Ok, ma per andare dove, tutta questa verità?

Appurato che il visitatore non troverà ad Expo nessun riferimento alla guerra d’Algeria, alle torture nelle carceri iraniane e alla corruzione degli oligarchi russi, mi piacerebbe ora indicare alcuni luoghi notevoli del grande luna park di Rho, e segnalarli agli alunni di Corlazzoli.

Il padiglione dell’Angola. Gigante, sorprendente, ricchissimo di informazioni. Si sviluppa attorno ad un baobab ipertecnologico e racconta un paese africano che cresce (tanto) e si emancipa. È pieno di donne angolane, in carne d’ossa e nelle immagini proiettate. Contadine e avvocate. In Angola le donne contano abbastanza, sapete bimbi? Il capo della spedizione milanese è una donna, e prima faceva il ministro del petrolio (che da quelle parti è un po’ come dire ministro dell’economia).

Il padiglione della Cina. Cinese all’ennesima potenza, nel bene e nel male. Qui però mi concentrerei solo sul messaggio video del premier del celeste impero. Ascoltate Xi Jinping, bambini: vero che mette un po’ paura? Pensate, è una specie di dittatore. Sì, uno di quelli che comandan solo loro. Una roba brutta brutta, davvero. Però ascoltate quello che dice della scienza e del progresso. Sono parole un po’ aride, vanno diritte al sodo. Tuttavia, se un miliardo e mezzo di cinesi oggi hanno di che nutrirsi lo devono anche a quei pensieri spigolosi ma chiarissimi. Pensateci, a quelle parole sulla scienza, soprattutto quando qualche italiano vi indicherà nel cielo le scie chimiche.

(E sapete che quel signore cinese brutto e cattivo sta contribuendo a costruire le ferrovie dell’Angola? Non lo fa gratis, ci mancherebbe. Ma i frutti del baobab, se li vuoi vendere a qualcuno, scopri che non scorrono fluidamente sulle nostre belle parole.)

Il padiglione del Principato di Monaco. Piccolo e brutto (riproduce una pila di container), ad ottobre verrà smontato e collocato in un villaggio del Burkina Faso. Diventerà una scuola e un centro medico, in un luogo senza scuole e centri medici. Goccia nel mare? Può darsi, ma dovete sapere che il tetto tecnologico permette di raccogliere la pioggia per riutilizzarla. A Milano, all’Expo, ci bagnano le piante ornamentali, in Burkina Faso magari imparano pure a replicarlo in altre strutture e ci fanno qualcosa di più essenziale. Purtroppo nel padiglione non si accenna agli evasori fiscali che sono accolti a braccia aperte nel Principato, ma il vostro maestro colmerà la lacuna con una scheda di approfondimento da leggere in classe.

I padiglioni dei paesi di cultura islamica. Sono tanti, forse troppi per dei bambini della vostra età. Facciamo soltanto un rapido giro, sorvoliamoli. Guardate i capelli delle donne che vi accolgono. Solo quelli. Vi chiedo di notare le differenze. Ragazze iraniane, ragazze del Qatar, dell’Oman, degli Emirati Arabi Uniti: sono tutte uguali? Sapete che il futuro del pianeta dipende anche da quei capelli? Ci credete se vi dico che se la cameriera del ristorantino iraniano ha una ciocca che esce libera dal velo, senza che nessuno la rimproveri, quello è un buon segnale, un piccolo barlume di speranza? Ci credete che dobbiamo fare il tifo per quella ribellione di chiome e riccioli?

Poi ci sono gli imprevisti, le cose che a Expo non puoi programmare.

È successo a me, camminavo lungo il decumano dopo un pomeriggio tra i padiglioni e le relative code, stremato e arrancante come un Dorando Pietri.

Sono stato travolto dalla festa del Senegal. Era, a mia insaputa, il giorno dedicato a quel paese. Immaginate una nostra banda di paese, ma metteteci i colori, l’energia, la potenza. Toglieteci le scarpe, alla banda di paese, e toglieteci il sudore. Aggiungeteci i salti, le capriole, la vitalità. Tutto è durato 4 minuti, ma mai come in quei 4 minuti avrei voluto vicino i mei alunni, tutti, quelli che ho mandato in vacanza e rivedrò a settembre, e anche quelli che studiano alle superiori o già lavorano e svezzano figli.

Conclude, Corlazzoli, notando l’assenza di librerie all’interno del sito.

Io ho visto anche i libri, a Expo, anche se in effetti non rappresentano l’articolo più diffuso. Dice che tra i padiglioni va di più il videoproiettore, e all’ingresso di quello giapponese le ragazze dell’organizzazione ti schifano se non ti sei scaricato l’apposita app.

Cari bambini, ringraziate il maestro per tutte le ingiustizie che vi ha insegnato a guardare, a distinguere e a combattere. Esistono tutte, stanno lì davanti a noi. Convincetelo a portarvi ad Expo, però. Fategli capire che Renzi non c’entra proprio niente, e rassicuratelo: non farete la spia col direttore del giornale per cui scrive. Non salverà né nutrirà il pianeta, l’Expo. Ma qualche fettina di mondo ve la mostra, e male non vi farà.

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Tutta la verità su Ilaria morta a 16 anni

Hai sedici anni e sei morta da poche ore. Sei lì, in prima pagina dei due principali quotidiani italiani. In uno la foto misura 10cm x 15cm: guardi verso destra, anche se gli occhi sono chiusi, all’orecchio sinistro si nota uno di quegli orecchini giganti che hanno fatto dilatare il lobo, anche se la giornalista usa la parola “sfondato”. Non dev’essere molto pratica di queste diavolerie, succede. Dalla tua bocca esce del fumo, e sale verso gli occhi chiusi che guardano senza guardare. Chissà di che fumo si tratta, chissà. Ognuno maturerà una sua personale convinzione, probabilmente avrà un peso, nel giudizio, il fatto che sei morta e ti hanno ritrovata su una spiaggia.

Chi ha dato le tue foto a “Repubblica” e “Corriere”? Le hanno prese dal tuo profilo Facebook. Scema tu a non rendere più sicura la tua pagina, approfittando delle apposite funzioni di tutela della privacy. Tu mi dirai che non c’è nemmeno troppa coerenza nel farsi 5 piercing e sfondarsi un orecchio per poi non mostrare a tutti il risultato di queste operazioni estetiche. E c’hai ragione pure tu, cara Ilaria che sei morta.

Che poi, diciamocelo, quando uno limita gli accessi possibili ad una cartella di foto, su Facebook, lo fa pensando agli artigli di un maniaco pedofilo, non all’Ok di Ezio Mauro prima di dare il via alle rotative (esistono ancora le rotative? Vabbè…).

Il lavoro accurato dei giornalisti, mentre tu stai prendendo confidenza con la tua nuova condizione di morta, è proseguito raccogliendo gli status sul tuo social network preferito, cucendoci attorno la tua storia (sì, proprio la tua) in un bell’italiano letterario. Mannaggia come ti buttavi giù: paure e ferite, lame nel cuore e sensi ultimi che non si trovano. So che le stesse parole uno le può trovare sulla bacheca di qualunque adolescente così come in una canzone di Little Tony, ma sai fare uno più uno. Ti sei dimenticata dell’orecchio sfondato, del fumo e – soprattutto – del fatto che sei morta?

Ora però voglio renderti giustizia. Capirai perfettamente che i giornali non potevano scrivere quello che scriverò io adesso. I pezzi sarebbero stati barcollanti, sarebbero mancati quel filo logico – rosso, bello insanguinato – e quel tocco di mistero che corre incontro ai lettori sulla spiaggia (pure tu, morire il 10 agosto…).

Renderti giustizia, dicevamo. Nella tua vita non c’erano solo le lame che ti trafiggevano il cuore di giovane emo. C’erano anche quelle con cui togliere il bordo marrone al pancarrè. Quelle con cui affettare una banana prima di frullarla e spalmarla mista a Nutella su quella morbida base bianca. Dopo aver arrotolato il tutto e dopo averlo fritto in una pentola con un po’ d’olio, ai panzerotti (involtini?) di Nutella e banana si tratta di aggiungere lo zucchero.

Questo ho visto, sul tuo profilo Facebook. Un tutorial per cucinare una schifezza.

Con il tuo commento, di cui conservo gli “a capo” e le maiuscole. Manco fosse una poesia.

No

Dobbiamo

Farli

Non c’è traccia, sui giornali, di questo tuo sogno di normalità (uno dei tanti). Ci sono soltanto segnali di morte e altri presupposti per il tuo tragico epilogo. Perfetti per un bel pezzo da giocarsi in edicola l’11 agosto.

Chissà se alla fine sei riuscita a farli, i panzerotti alla Nutella.

(La tua amica N., che invocavi come complice culinaria, nei commenti ti ammoniva: “Ma sono una bomba calorica!!!”. Tu, che eri pure un po’ sboccata, rispondevi: “Ma vaffanculo saranno solo buonissimi quando finiremo spiderman:)))))…”.

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