Le storie di Scuolamagia, Res cogitans, Soletta, Stream of consciousness, Tutte queste cose passare

Insegnanti per la cittadinanza

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Il 7 settembre ho avuto l’onore di intervistare il maestro Franco Lorenzoni nel corso di un convegno di insegnanti. Negli ultimi anni, da quando mi sono interessato alla sua figura e alle sue idee, ho potuto notare che parlare di lui come “il Maestro”, da parte di un buon numero di docenti, non ha nulla di diverso dal modo in cui per mezzo secolo abbondante gli italiani si sono riferiti ad un uomo, ricco di rughe e molto altro, chiamandolo “L’Avvocato”. Con la differenza non irrilevante che Lorenzoni il maestro lo fa per davvero, da un sacco di anni, tanto che dopo un minuto di chiacchierata con lui hai già davanti agli occhi la faccia di quel tal bambino Lorenzo che non riesce a stare fermo (beato lui) e quell’arguta bimba marocchina che non ama la matematica. Dopo un minuto, forse anche meno.

Al termine della conversazione pubblica, riferendomi ad un’intervista in cui dichiarava di non essere stato molto bravo, a inizio carriera, nel calmare i bambini e nell’aver avuto successo piuttosto nella missione di agitarli, gli ho chiesto cortesemente di provare ad “agitare” la platea che gli sedeva davanti. Non aveva molte pretese, quella domanda. Confesso che mi sarebbe bastato, dopo avergli fatto toccare altri temi alti e spinosi, un riferimento scherzoso su quell’episodio biografico.

E invece no.

Probabilmente per agitare qualcuno è necessario prima agitarsi. E Lorenzoni si è agitato. Non riusciva a stare composto, si contorceva sulla sedia. Ha quindi detto di essere in difficoltà davanti a un particolare momento della vita scolastica, quello in cui lo Stato italiano gli chiede per legge sacrosanta di insegnare agli alunni la disciplina “Cittadinanza e Costituzione” e lui davanti ha sempre più spesso bambini nati in Italia che quella cittadinanza non la possono esercitare, in quanto stranieri. La lezione diventa a quel punto una sorta di ora di religione da cui gli studenti di altre confessioni non possono, meno ipocritamente, essere esentati. Una situazione assurda, come impartire lezioni di alta cucina a chi non possa per legge esercitare il mestiere di cuoco. Come insegnare il rinnovato piano per la mobilità di una grande città (metropolitana, piste ciclabili, zone pedonali) agli inquilini del suo carcere di massima sicurezza.

Il Maestro ha quindi accennato ad un appello che aveva in mente di scrivere e diffondere. Un appello rivolto agli insegnanti, quelli che ogni giorno misurano concretamente la necessità di un provvedimento come quello arenato presso il Senato della Repubblica.

QUI il testo dell’appello.

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Prendete gli iPhone ché vi detto i compiti (quando il dibattito sugli smartphone smette di essere smart)

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Prima ora, due ragazzine stanno lavorando attorno ad alcune fotografie d’autore. Sfogliano le pagine di un volume patinato, discutono, fanno alcune scelte, selezionano e scartano. Una si chiede se dietro quel nome straniero scritto in copertina si celi un fotografo maschio o una fotografa femmina. Il prof, che conosce quegli scatti a memoria, confessa di non saperlo, prende l’iPhone, googla e risponde: è un maschio. I capelli sono da femmina, però, chiosa l’alunna. Il mondo è complicato.

Terza ora, nei dintorni della grammatica. Tra soggetti di verbi attivi e passivi, complementi oggetto e di luogo, piove in classe un nome una coppia di nomi un po’ insolita: Diabolik e Eva Kant. Le idee sono confuse, qualcuno è convinto c’entrino con Wonder Woman, altri ne sanno tantissimo, così tanto che con loro nei panni di Ginko i due personaggi marcirebbero in galera. Il prof. è democratico, tutti devono sapere. IPhone, Google, Ok abbiamo capito.

Quarta ora, italiano. La ragazza ha letto un libro, quest’estate. Lo cita ma non le viene il titolo, soltanto qualcosa di somigliante, perciò si contorce insoddisfatta, mette a ferro e fuoco la punta della lingua ma niente da fare. Probabilmente un iPhone X interverrebbe anche da solo, quello presente in classe ha bisogno del suo padrone, ma in 10 secondi titolo e autore sono lì, belli e squadernati. Un altro ragazzino annota curioso, rigorosamente a mano. Leggerà anche lui, forse.

Il dibattito sullo smartphone in classe nasce già esausto. Pensosi editoriali mettono in guardia e annunciano più o meno prossime fini di mondo e elencano le competenze tecniche e umane che perderemo delegando alle infernali macchine.

Nella mia scuola media i telefonini sono da sempre proibiti. Quello che questa mattina ha in qualche modo sbloccato virtuosamente tre situazioni è il mio. Mi si dirà: i ragazzi avrebbero potuto tenersi il dubbio sul sesso del fotografo, avrebbero potuto rintracciare un’immagine di Diabolik nel corso del pomeriggio. Ok, ma perché? Se un giorno con un Pc mostro ai ragazzi un quadro esposto al Louvre, devo per caso censurarmi pensando che un domani potranno recarsi fisicamente nel museo parigino?

Alcuni commentatori chiamano in causa la scomparsa delle competenze calligrafiche e di mille altre imprescindibili abilità manuali. Ma sono davvero convinti che in una scuola che non demonizza i cellulari siano bandite altre forme di didattica? I ragazzi di questo post, nel corso della stessa mattinata di Diabolik e Eva, hanno redatto e corretto brutte copie, ricopiato in bella copia, impostato, realizzato e colorato infografiche, hanno discusso e verbalizzato il frutto del loro dibattito, hanno intrecciato spaghi, piantato chiodi e restaurato carte geografiche. Cosa si sarebbero persi se avessero googlato al posto mio?

Hanno presente, i paladini della scrittura non digitale, che se gli alunni italiani hanno nel corso degli anni almeno dimezzato la quantità (e di conseguenza la qualità) della loro scrittura è a causa del proliferare delle prove di verifica “a crocette”, nella rincorsa estasiata al mito originario della valutazione oggettiva (o della correzione rapida, secondo altre scuole)? Lo sanno che ci sono più parole e frasi in italiano in due chat del Samsung scassato di un ragazzino di prima media che in tutti i suoi quaderni delle elementari ricolmi di fotocopie appiccicate?

Oggi su “Repubblica” lo scrittore Marco Lodoli chiede sarcastico la fine dell’accanimento terapeutico nei confronti dei libri e scrive: “…lo smartphone riluce trionfante; il libro è un reperto, un coccio etrusco, un capitello scheggiato dai secoli…”. Ma quando mai i ragazzi hanno posto i due oggetti in una prospettiva di aut aut! Preferire il telefono è un conto, essere scemi un altro paio di maniche.

Un tempo da un dibattito così il buon insegnante di lettere avrebbe tratto la traccia di un tema da assegnare alla sua classe. Gli smartphone e il futuro della scuola, la cultura a un bivio, opportunità e rischi. Uno studente del 2017 consegnerebbe in fretta il suo foglio a righe.

“Svolgimento.

Prof, ma lo sa di cosa parla?”.

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Le rose che non colsi, stavo svolgendo una prova Invalsi (il solito post polemico)

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Non possiedo un e-reader. Non ho mai letto un libro digitale. Accumulo soltanto testi cartacei ed ho due passioni: leggerli e lasciarli impolverare. Ciononostante, oggi la Prova Nazionale Invalsi mi ha fatto arrabbiare più del solito.

Come se non bastasse il consueto nozionismo grammatical-linguistico spacciato per test di logica, la prova odierna era pessima anche per un’altra ragione, questa volta tutta ideologica.

Tra tutte le tematiche in cui pescare un testo argomentativo da leggere e comprendere, il Miur ha scelto un brano che mette a confronto un testo cartaceo con un testo digitale. Promuovendo a pieni voti il primo e bocciando inesorabilmente il secondo.

Perché non scegliere un brano sugli accordi di Parigi sul clima?

Perché non optare per un articolo sulla mobilità alternativa nelle metropoli avanzate?

Ecco, perché?

Molte delle ragioni illustrate nel testo dall’autore sono le stesse che fanno di me un convinto mancato possessore di e-reader. Tuttavia, 3/4 delle letture effettuate nel corso della loro vita dai ragazzi che avevo davanti stamattina sono avvenute su uno schermo. A occhio e croce accadrà lo stesso per la quasi totalità di quello che leggeranno in futuro.

E allora: perché non metterli alla prova con un bel pezzo sugli ogm?

Perché non testare le loro competenze con un breve saggio sull’inquinamento degli oceani?

Perché no. Perché c’è una scuola dentro la scuola. Una scuola che vive fuori dalla realtà e che la realtà non accetta.

La scuola dei 600 prof. universitari che firmano appelli e chiedono gran voce il ritorno dei dettati.

Nel frattempo i ragazzi italiani leggono romanzi sullo smartphone e scrivono agli autori per influenzare gli sviluppi della trama.

E quelli del Miur oggi avrebbero potuto scegliere 60 righe sul massiccio ritorno degli orsi sulle Alpi. Avrebbero potuto incuriosire i quattordicenni con un bel testo sulle auto senza pilota progettate in California.

E invece no. Han preferito comunicare ai loro utenti, noti surfisti del web, che se sono a pagina 220 di un libro giallo tradizionale di 440 pagine possono con il tatto percepire la distanza che li separa dal nome dell’assassino. La scritta “220 di 440” su un Kindle non sembra al momento altrettanto esplicita.

Un testo sui pannelli solari: perché no?

Un reportage sui bonobo del Congo?

Il treno a levitazione magnetica di Shanghai?

Le virtù dello zenzero?

[…]

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Ariana Grande, Manchester e una giornata a scuola

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Ti ho pensata, dico stamani all’alunna che mi ha introdotto un anno fa, per tramite del suo quaderno, alla figura di Ariana Grande, star planetaria.

Ti ho pensata stanotte, appena ho saputo della strage al concerto. Non ho nominato la cantante, però. Ho detto “il tuo idolo”, e tanto è bastato per generare un equivoco. Si sa che i miti cambiano in fretta, a quell’età, durano un soffio di vento, o la vita di uno smartphone gonfio di mp3. Di quelli passati resta un nebuloso ricordo, come accade a noi adulti con la penultima delle città sfregiate dal terrore. Parigi? Bruxelles? O era Berlino?

Non ho avuto voglia di fare il solito viaggio nell’attualità, scompaginando il diario di bordo di questa mattinata di scuola. Quegli stessi occhietti mezzi addormentati sono già stati Charlie, hanno già visto il Bataclan, hanno riflettuto a settembre sui camion assassini dell’estate. Non ce l’ho fatta, oggi. Troppo poche le ore trascorse dall’attentato, troppo simili a loro le vittime. Troppa morte, davvero, troppa. Come fosse facile smaltire il peso anche soltanto di un angelo motociclista falciato in bicicletta. Come fosse facile.

Oggi poi c’erano le prove per lo spettacolo teatrale di fine anno, la cosa più lontana da un lutto che mi venga in mente. Anche quando in palestra si gioca a chi muore meglio, freddati da due dita di pistola. Quindi è finita che abbiamo riso più del solito, il giorno dopo Manchester, abbiamo scritto battute, abbiamo fatto andare avanti lo show che deve andare avanti.

Perché noi siamo quelli che devono farlo andare avanti.

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I danni che fa Report

2016-10-10aOrmai da 10 anni, in una stanza della mia scuoletta che si improvvisa ambulatorio, due volte all’anno un simpatico medico vaccina le mie alunne contro il papilloma virus. Da un po’ di tempo a questa parte si mettono in fila anche i maschietti, portatori del virus e a loro volta possibili vittime. Non sono mattine come tutte le altre. I ragazzi hanno il tesserino delle vaccinazioni ben in vista sul banco, si distraggono per ogni auto che sembra aver parcheggiato nel cortile della scuola, si allarmano per ogni sbattere di portone.

Poi, finalmente, il rito comincia. Si mettono in coda. Entrano nella stanza di cui sopra, uno alla volta. All’uscita a qualcuno scappa una lacrima, qualcuno chiede di essere esentato da ogni attività didattica per i postumi dell’iniezione.

L’ho chiamato rito.

Succede nella mia scuola, ma succede in migliaia di altre. Cambiano solo numeri e facce. Il dottore non sarà sempre simpatico, spessissimo sarà una dottoressa. Succede in Italia, ma succede anche nel Sichuan e in Alabama.
Succederà finché la scienza, e quindi la massima espressione della ragione umana, non avrà trovato una soluzione migliore. Succederà finché lo Stato laico sarà alleato della scienza e se ne servirà per il bene di tutti.

L’inchiesta di Report sui vaccini anti papilloma visus ha dato ieri sera una goffa spallata a quel rito civile.

Con le mani avanti di chi è consapevole esistano ben altre diaboliche ciarlatanerie sul tema vaccini, la trasmissione ha soltanto (!) insinuato, ha soltanto (!) alluso. Il terreno era già stato arato: si sa che le le industrie farmaceutiche sono il Male fattosi consiglio di amministrazione. Aggiungici un medico corrotto che non manca mai, una spruzzatina di tangenti e la postverità è  bella impiattata.

Grande assente: la scienza. C’è un medico specializzato su quel tema che da mesi fa parlare di sé per la sua strenua battaglia a favore delle pratiche vaccinatorie, che dite, lo sentiamo? No. Chissà perchè… Ne va bene anche un altro, uno qualsiasi, bastano tre clic per individuare una serie di nomi autorevoli. No. Vien da pensar male, ma si dia il caso che sia vietato pensar male dei professionisti del pensare male. Si passa subito per censori, per gente che dà la caccia all’Uomo Ragno mentre bande di criminali imperversano in città.

[Mi viene in mente la puntata di Report dedicata al mondo dei colossi del web, in particolare a YouTube. Una coppia di genitori lamentava l’utilizzo delle immagini del figlioletto di pochi mesi, girate e caricate sulla piattaforma al solo scopo di commuovere una nonna australiana, finite invece in un losco servizio Tv sui pedofili e ora a disposizione dei peggiori naviganti dell’intero pianeta. L’inchiesta metteva in guardia dal mostro YouTube, guidato da indicibili interessi economici manco si trattasse un’industria farmaceutica, e trascurava l’unica vera missione da servizio pubblico: indicare ai telespettatori la spunta da fare sul sito (tutt’altro che occultata) se non si vuol rendere visibile a tutti un video caricato.]

Stamani, intanto,  online c’erano già genitori che ringraziavano lo storico programma scoperchiatore di pentole. Grazie, abbiamo visto, non vaccineremo la bimba!

Bingo.

Dove andremo a finire di questo passo è difficile immaginarlo.

Tra un c’è sotto qualcosa, una puzza di bruciato e un conto che non torna, toccherà magari a Sigfrido Ranucci riportarci tutti alla ragione, nel suo discorso di capodanno a reti unificate.

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POZZANGHERA VS 600 PROFUNIVERSITARI

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Ho fatto le pulci all’appello dei 600 prof. sull’italiano a scuola.

Io sono quello colorato di blu, se non fosse chiaro.

Lo dico per i lettori più giovani, quelli deboli nella comprensione dei testi. Pronti, via.

 

Al Presidente del Consiglio

Alla Ministra dell’Istruzione

Al Parlamento

È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano (1), leggono poco (2) e faticano a esprimersi oralmente. (3) (Ma che ordine – logico? – è mai questo? Scrivere, leggere, parlare. Sembra una sciocchezza ma pensateci: in quanti avreste scritto le tre carenze in quell’ordine?). Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare (Le “Elementari” si chiamano ormai da molti anni “Scuola Primaria”. So perfettamente che diciamo ancora tutti così, ma questo è un appello indirizzato al Presidente del Consiglio, al Parlamento e alla Ministra che di scuola si occupa al livello più alto. Parliamo come mangiamo in un testo che denuncia la lingua approssimativa di molti italiani?). Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana.

A fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato,  anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi (Par di capire che esistano altri piani su cui declinare il tema dell’ortografia, e che generalmente se ne occupino i governi). Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema.

Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente (Ops, che succede? A nessuno dei 600 è venuto in mente un aggettivo che evitasse la proliferazione dei “sufficienti”? Consoliamoci: la “i” c’è entrambe le volte. Il lessico è poverello, ma l’ortografia è salva) possesso degli strumenti linguistici  di base da parte della grande maggioranza degli studenti. 

A questo scopo, noi sottoscritti docenti universitari ci permettiamo di proporre le seguenti linee di intervento:

– una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari. Tali indicazioni dovrebbero contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni;

–  l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale (E l’analisi logica? Soprassediamo? Ma sì, è troppo astratta, cosa si credono quelli, dei filosofi? Mica si va a scuola per discettare di cause e di fini, a scuola si va per spaccare il pronome in quattro e sondare il magico mondo dei verbi difettivi) e scrittura corsiva a mano (Meglio specificare, affinché nessuno si confonda e pensi a delle verifiche nazionali di “scrittura corsiva digitale”. Al massimo regionali, quelle.).

–  Sarebbe utile (In un elenco di sostantivi – revisione, introduzione, … – cosa ci fa un “sarebbe utile”?) la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria (ma allora lo sapete…) e all’esame di terza media (che non si chiama più così, ma tanto basta capirsi…), anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola.

(So di essere antipatico e saccente, ma se un elenco puntato si compone di n. elementi, al termine di ognuno di essi e fino al penultimo bisogna decidere se metterci il punto e virgola – sarebbe preferibile – oppure il punto o magari anche nulla. Se faccio un po’ come capita, poi corro il rischio di passare per un cialtrone sedicenne…)

Siamo convinti che l’introduzione di momenti di seria verifica durante l’iter scolastico sia una condizione indispensabile per l’acquisizione e il consolidamento delle competenze di base (Lo so che ci sono sempre quel saggetto da finire e quel pensoso editoriale da limare, ma anche rileggersi, a volte, non farebbe male. Sempre per quella faccenda del lessico e soprattutto per quella del suono. Eppure gli amati dettati dovrebbero avervi allenati all’ascolto, cari Profs. Le stonature sono dietro l’angolo e i vostri studenti fanno presto a recapitarvi un bel ciaone.) Questi momenti costituirebbero per gli allievi un incentivo a fare del proprio meglio e un’occasione per abituarsi ad affrontare delle prove, pur senza drammatizzarle, mentre gli insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro (3 righe, 7 verbi, 5 infiniti, de gustibus…).

(Sono almeno trent’anni che Cacciari vi dice che lui gli appelli li firma anche, ma voi li dovete almeno rileggere. E voi niente, sempre la stessa storia! Sgrunt!)

P.S.:

Ovviamente, si è fatto un po’ per scherzare. Tuttavia, sotto la polvere dell’appello ammuffito – ignorante di cosa sia già accaduto e stia accadendo nelle società contemporanee, apparentemente  inconsapevole di sconvolgimenti antropologici epocali – si staglia il profilo di un’Italietta smunta, sbiadita, allergica a qualunque progresso. Che torna sempre indietro – si tratti del proporzionale o del dettato ortografico – senza nemmeno la scusa di dover prender la rincorsa. 

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Ciao Darko

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E così – dopo Umberto Eco e Leonard Cohen, David Bowie, Ettore Scola e Dario Fo – questo 2016 si è portato via anche Darko.

Darko era un cane, un cane gigante. Di razze non capisco un fico secco e non ho voglia di cercare su Google una precisione che ora non mi serve a nulla. Anche perché per me Darko era un orso. Casa sua distava pochi passi dalla mia piccola scuola e il luogo dove ogni giorno parcheggio la macchina era per lui un corridoio di passaggio frequente, tant’è che lo incontravo spesso, mentre rimettevo uno sopra l’altro i quaderni corretti che si erano sparpagliati nel bagagliaio a causa delle curve. Lui passava e andava di fretta, con quell’andatura ciondolante per via di certe vecchie ferite alla zampa. Aveva l’aria tipica dei cani quando sembra abbiano chiarissima in mente la meta del percorso.  Un’aria invidiabile, a pensarci bene, ché a noi tocca in sorte molte meno volte di quelle che vorremmo.

Darko era il cane (l’orso) di una mia alunna, nel frattempo licenziata, diplomata e laureata. L’ho conosciuto mentre l’accompagnava standole al fianco, mai al guinzaglio, e chissà se ne aveva mai visto uno, di guinzaglio. L’ho accarezzato mentre lei lo stropicciava di abbracci e si faceva leccare la faccia, da selvaggio a selvaggia. Qualche volta l’ho avuto ospite nella mia biblioteca di montagna, dove si accucciava fedele attendendo che della padrona finissero le scelte librarie, o più spesso le chiacchiere. Mai un lamento, mai un guaito. Mai un bau (mica fanno bau, gli orsi). Era l’animale più grande del paese e faceva meno paura del più piccolo dei gatti.

Certe mattine l’orso Darko era il primo essere vivente con cui mi relazionavo. Perché un “ciao Darko”, mentre lui passava spedito a fianco della mia Peugeot, poco dopo le sette, io lo dicevo sul serio, ad alta voce, e aveva senso come oggi scriverlo qui.

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I compiti per le vacanze e il papà Ikea

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Ritorna – c’era d’aspettarselo – il dibattito sui compiti delle vacanze/compiti per casa. Sterile come pochi, questa volta finisce in prima pagina grazie alla lettera di un padre che spiega ai docenti del figlio come quest’ultimo risulterà privo di consegne domestiche svolte, alla ripresa settembrina delle lezioni. Mi sforzo di pensare che i colleghi capitati in sorte al giovane Mattia siano insegnanti della peggior specie e che i compiti in questione fossero esercitazioni sterili, noiose ripetizioni di meccanismi già rodati, applicazione di schemi acquisiti da tempo. Tuttavia, i compiti non sono sempre e soltanto quello che “la gente” pensa che siano. La parola compiti può significare tante diversissime cose: tutte faticose, siamo d’accordo, tutte implicanti un sacrificio che mai assoceremmo al concetto di vacanza. Mai mi sono illuso che possano essere divertenti, i compiti. Utili, molto spesso sì.

I compiti devono essere sfidanti. Devono stanarti, venirti a cercare nella tua quiete intellettuale per colpirti con un sasso. Un buon esempio? La scrivania che il padre finito sui giornali dice di aver costruito insieme al figlio, in sostituzione dei compiti. Esattamente così, sono i compiti.

C’era una scatola di cartone spigolosa che a fatica era entrata in macchina. Era piena di tavolette di legno e di un numero imprecisato di viti e altri pezzetti di plastica. Era accompagnata da un unico foglietto di istruzioni per niente chiaro, reticente su tanti indispensabili passaggi. Una sfida. Accettata e alla fine magari vinta, anche se a voler esser puntigliosi quel cassetto proprio dritto dritto non è. (Daddy, letterina all’Ikea?).

O popolo che numeroso ti sei schierato con il coraggioso genitore, sappi che i compiti non sono sempre una maledizione. Alcuni sono molto meglio di montare una scrivania. I migliori, per esempio, escludono addirittura la partecipazione attiva dei familiari. Proprio non la rendono possibile, sono strutturati affinché la farina provenga tutta dal sacco giusto. Li auguro a tutti i papà, regalano un sacco di tempo libero e permettono, che so…, di montare (senza i figli) una libreria in mogano.

A proposito, il buon Mattia non ha nemmeno letto un libro quest’estate? C’era sicuramente qualche indicazione in proposito, tra i suoi compiti delle vacanze. La lettera non fa cenno a buone letture, si parla di biciclette, campeggi, gestione della casa (non hanno pedalato, forse, i bimbi in regola con la compitazione? Non hanno attraversato boschi e piantato tende? Non lavano i piatti? Non stendono calzini?). Durante l’estate, sul loro blog delle vacanze, i miei alunni mi hanno giorno per giorno raccontato avventure, bagni, viaggi, escursioni, partite di questo e di quello, sogni, ambizioni… Mi hanno raccontato quella vita che stanno giorno per giorno scoprendo anche, come è giusto, da soli. Sostenuti ovviamente da mamme e papà, ma senza che di quelle giovani vite si sentano artefici soltanto perché tengono in mano le istruzioni, in svedese, della libreria da montare.

P.S.

Pochi hanno notato questo passaggio nella lettera del babbo di Mattia. “Diversi docenti, psicologi e avvocati condividono i mio pensiero…”. Avvocati??? E cosa diavolo c’entrano gli avvocati? Che ne sa un avvocato di compiti per le vacanze? Che ne sa più di un panettiere, di un architetto, di un disoccupato?

Evidentemente, si tratta di una nemmeno troppo velata minaccia.

Ebbene sì, il papà conosce un principe del foro che lo aiuta con il trapano a montare le scrivanie.

P.S. 2

La lettera che il papà ha recapitato ai docenti del figlio è scritta a mano, in bella grafia.

Lungi da me ogni tecnoestremismo, ma non sarà il caso di regalare a Mattia un pc economico con una stampante? Magari i suoi insegnanti, passate le vacanze e caduto il divieto, voglion darci dentro con classi virtuali, lezioni capovolte, episodi di apprendimento situato, raffiche di link… La vita di Mattia è proprio finita, tocca rassegnarsi.

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#ToBeContinued2016

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Peccato, davvero. Domani niente concerto in streaming a Scuolamagia, niente listening point di ToBeContinued come negli scorsi anni. Colpa di nessuno: sono soltanto iniziate le vacanze di Pasqua.

Le prime volte è stato complicato, le connessioni erano fragili, fragilissime, e si perdeva continuamente il filo.

Nel 2015 è stato bellissimo, con la Lim nuova fiammante e il lavoro giornalistico svolto dalla redazione di Radiomagia. Bellissime le porte aperte, con quelle musiche così particolari pronte a cercarti, a stanarti in ogni angolo del plesso, classi, corridoi e bagni. E la curiosità, soprattutto, la curiosità di domandarsi da dove, da dove quelle note, quei battiti, quei sibili, quei cigolii. E poi tuffarsi negli atlanti, nelle mappe digitali, nelle tabelle coi fusi orari per guardare, per toccare con mano luoghi lontani suggeriti appena dal suono.

Proprio un peccato, perdersi una giornata di scuola così.

La maratona sonora di ToBeContinued, comunque, per tutti, comincia a mezzanotte, qui.

 

P.S.: come ogni anno il manifesto dell’iniziativa, realizzato da Cosimo Miorelli, è un capolavoro.

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La volta che Umberto Eco ha scritto una cazzata

Eco

Sono stato in un’altra vita un grande ritagliatore di giornali. Ritagliatore e sottolineatore, come no. Ritagliatore, sottolineatore e catalogatore. Possiedo una serie di quaderni ad anelli pieni di micheleserra d’annata, zeppi di adrianosofri imperdibili di cui ricordo ancora i titoli (“Le braci del sesso in carcere”, “Il 25 aprile sulle magliette”, “Il dovere di amare lo stato di Israele”), traboccanti di claudiomagris, alessandrobaricco, antoniotabucchi.
Ovviamente ritagliavo anche Umberto Eco.
E proprio di un ritaglio di quelli sono andato a caccia, oggi. L’ho fatto sorridendo, e probabilmente ne avrebbe sorriso pure lui, perché quel lungo articolo ormai ingiallito metteva in fila un considerevole numero di cazzate. Era tutto sbagliato, sì, perché guardava al futuro senza prenderci mai. Da poco c’era stato l’11 settembre, davanti avevamo scenari di guerra. Eco da par suo guardava prima indietro, e segnalava le altre occasioni in cui il mondo si era polarizzato e si erano fronteggiati un Est ed un Ovest, un Nord ed un Sud. Il tempo delle Crociate, ad esempio, che tanto bene lo scrittore sapeva illuminare con le parole. Fino a giungere alla conclusione, il Maestro, che uno scontro così non sarebbe più stato possibile, essendo frattanto il nostro villaggio divenuto globale. Tutto troppo interconnesso ormai, scriveva, in un gomitolo di relazioni che ci costringe tutti a dipendere dagli altri. Ti odio ma mi servi, insomma. Giocava alla fantascienza, Eco, e involontariamente lanciava profezie al contrario. Gli islamici cattivi del Pakistan ci odiano? Come no, però ci sono anche quelli che studiano felici nelle nostre università europee, quelli che abitano tranquilli le nostre periferie. In un passaggio dell’articolo si parlava addirittura di un mondo islamico impazzito che decide di radere al suolo Parigi. Ma quando mai, c’è la globalizzazione.
So di aver letto quella riflessione in classe. Troppo dotta, infatti a matita ho cancellato alcuni passaggi da saltare per non inficiarne la comprensione da parte dei tredicenni. Volevo tranquillizzasse quegli alunni spaventati dagli aerei impazziti che continuavano, mille volte al giorno, a far crollare le due torri stipate di innocenti. So di aver creduto a quelle parole, e oggi le rileggo con gratitudine e simpatia. Erano parole che correvano rischi, erano parole che osavano, guardavano lontano. L’errore ci sta tutto, siamo umani, e gli uomini nella storia hanno creduto esistessero creature che si riparavano dal sole grazie ad un unico enorme piede. Me l’ha insegnato Eco, guarda un po’.
I giornali del 2016 sono pieni di tristi passati recenti. Smascherano tante piccole disonestà, squarciano piccolissimi veli davanti a minuscole e spesso inutili verità. Costruiscono i capri espiatori che le pance dei lettori bramano. Volano basso, se cadono al massimo si sporcano col fango.
Io nel frattempo continuo a comprare giornali che non ritaglio più, a volte non ho nemmeno il tempo di sfogliarli. La vita è tutta un tweet, e un tweet mi ha rivelato oggi al risveglio che Umberto Eco era morto.

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#ilmioPNSD a Scuolamagia

 

Cronaca di una giornata evento presso la Scuola Secondaria di 1° grado di Forni Avoltri (Scuolamagia), nell’ambito della Settimana internazionale dell’Ora del codice.

Martedì 15 dicembre 2015.

Un piccolo plesso ha riaperto le sue porte nel tardo pomeriggio (18.00 – 20.00) per permettere alle famiglie degli alunni, agli ex alunni e agli abitanti di un piccolo comune di montagna di testare e toccare con mano la scuola di domani.

Rigorosamente guidati dai 13 studenti di Scuolamagia, i numerosi partecipanti all’evento hanno potuto sperimentare:

–          una lezione attraverso Skype, in collegamento con la coordinatrice della rete di scuole Sbilf dell’Alto Friuli, con cui l’Istituto Comprensivo di Comeglians collabora assiduamente;

–          un’appassionante sfida di conoscenze, grazie a kahoot.it, utilizzando Lim e smartphone;

–          l’utilizzo di edmodo.com, risolvendo quiz e rompicapi ideati dai ragazzi;

–          l’utilizzo di alcuni tablet con svariate applicazioni didattiche, giochi di strategia e di pensiero, strumenti musicali;

–          l’utilizzo della Lim (Geogebra, disegno manuale, disegno tecnico, ecc.);

–          il web come inestimabile fonte di informazioni, ma anche come ricettacolo di pericolose bufale e mistificazioni della realtà;

Nel corso della serata gli ospiti hanno potuto consultare, con una postazione dedicata, il Piano Nazionale Scuola Digitale.

Un’aula ha accolto inoltre un discreto numero di pezzi d’antiquariato digitale (Pc, telefoni cellulari, stampanti, sistemi operativi, supporti di memoria, ecc.), forniti da un genitore appassionato collezionista, a testimonianza di un affascinante passato remoto.

#ilmioPNSD a Scuolamagia

è un evento organizzato da Alex C., Serena, Patrick, Alex R., Giorgia, Gaia, Eric, Matteo, Angelo, Pietro, Maia, Micael, Marco con i prof. Barbara Gonano e Andrea Disint. Con l’aiuto di Ines Caneva e Ivan Tamussin.

Scuolamagia (Scuola Secondaria di 1° grado di Forni Avoltri – I.C. di Comeglians – Ud)

http://www.unapozzanghera.it/category/scuolamagia/

Twitter: @Scuolamagia_FA

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Il Gioco del Rispetto

Ve lo ricordate il pornoasilo di Trieste?

Strillavano proprio così, i titoli sui giornali. Era l’inizio del 2015 e tutto ruotava attorno alle scuole dell’infanzia del capoluogo del Friuli Venezia Giulia, ad alcune maestre con i loro alunni, ad una scatolina rossa. E di che colore volevate che fosse, l’involucro di un gioco pornografico?

Immaginate ora dei marmocchi che corrono. Hanno poco più di 3 anni e tutto quel movimento fa parte del gioco. Si fermano e le maestre che li stanno guidando chiedono loro di appoggiarsi vicendevolmente una mano sul petto. Si tratta di rintracciare il battito del cuore, e non è difficile dopo quella corsa. Per riconoscersi uguali, vivi, energici, al di là delle forme e delle chiome, del colore dei vestiti, della forma degli occhiali. Un piccolo passo di consapevolezza, per chi conosce i bambini. Una sorta di precoce atto sessuale, per qualche sguardo esterno, lucidamente folle, pronto a denunciare.

Ma il gioco continua, perché la scatolina rossa è un vero serbatoio di idee e di attività. Adesso si gioca a carte: in una c’è un elefante col grembiule: è maschio o femmina? E quello con la valigetta ventiquattrore, pachiderma in affari? M o F? Scommetto che riuscite ad indovinare le risposte più frequentate, voi che vi dilettate di statistica. Sotto lo sguardo esterno, intanto, si storce il naso.

Sotto con altre carte: ci sono la casalinga e il casalingo, la maestra e il maestro, la muratrice e il muratore, la calciatrice e il calciatore. Si somigliano perché hanno gli stessi vestiti e gli stessi strumenti. Certo non per i tratti somatici, seppur stilizzati nel disegno. Non basta, lo sguardo esterno sente lontano un miglio la puzza di gender.

Non di gender gap, quella che uno dovrebbe sentire davvero, la puzza di teoria del gender. Il resto viene da sé, come in un triste cliché: gli articoli su “Libero”, i tweet di Salvini, le interrogazioni dei politici. Il tutto mentre le famiglie dei bambini che hanno giocato il Gioco del Rispetto esprimono unanimi consensi all’iniziativa didattica.

La bufala è facilmente smontabile, ma le leggende metropolitane sono difficili da estirpare, e il clima si fa più pesante. Quelli (che poi sarebbero Quelle) del Gioco del Rispetto hanno le spalle larghe e vanno avanti, non si fermano. Tant’è che oggi chiedono aiuto affinché la scatolina rossa della discordia possa essere prodotta e distribuita in un’edizione scolastica e in una domestica, da giocare direttamente in famiglia. Lo fanno con un crowdfunding, chiedendo quindi il contributo di tutti.

Pensateci, può dipendere da tutti noi il destino di un’elefante carina e ammodo, con il sogno proibito di cavalcare il suo skateboard.

Alla faccia degli sguardi esterni.

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I ragazzini delle medie, tra il Samsung Galaxy S4 e l’AK-47

I ragazzini delle medie sanno cos’è un AK-47. Lo sanno e s’indignano se sei tu a non saperlo. Poi si tranquillizzano se scoprono che fino a Kalashnikov c’arrivi, ché qualche film americano prima o dopo l’hai guardato anche tu.

I ragazzini delle medie parlano di Isis da almeno un anno. Anche senza lezioni come quella di oggi, hanno capito benissimo che quei pugnali puntati alla gola stavano dentro il telegiornale, e non dentro i film quelli coi Kalashnikov che ha guardato anche il prof.

I ragazzini delle medie sanno che l’Islam è una religione come le altre. Le religioni esistono, cambiano la vita alle persone ma così è troppo, non ci si crede. Ci dev’essere dell’altro, pensano i ragazzini delle medie.

I ragazzini delle medie faticano non poco davanti alla parola laicità. Sono nati e vissuti in Italia e non capiscono che senso possa avere limitare e confinare qualcosa che considerano un’inoffensiva carta da parati sul fondale delle loro esistenze. Dalle pubbliche cerimonie per i caduti, il 4 novembre, in genere tornano con un’unica e incontenibile impressione, dopo una perizia sul labiale: “il prof non recitava il padrenostro”. Già.

I ragazzini delle medie sanno produrre un silenzio di ghiaccio, durante un minuto di raccoglimento. Poi però ricominciano con le domande, sono macchine costruite per produrre domande. Veri animali geopolitici: sono dei piccoli lucicaraccioli. Prendi un gesso, lo fai cigolare sulla lavagna e subito ti dicono se il Mediterraneo che hai disegnato è credibile, se ti sei dimenticato la Sardegna, oppure Cipro. Poi però ti ascoltano, seguono con gli occhi le tue frecce, si perdono tra gli imperi colorati a pois e quelli a righine oblique.

Non hanno capo né coda, le domande dei ragazzini delle medie. C’entrano qualcosa le due torri gemelle? È stato l’Isis anche lì? Ma cosa vuol dire che l’Isis è uno stato? E allora qual è la capitale? Chi è quella che piange in diretta? (è l’inviata Rai Lucia Goracci) Ma è vero che attaccheranno Roma, l’ho sentito a “Pomeriggio Cinque”? (Chi è quello che piange? È il prof…) Ma è vero che nel teatro li hanno uccisi uno per uno? L’hai vista la foto del teatro quella presa dall’alto, eh, l’hai vista? Ci credi che quello si è salvato perché il proiettile è rimbalzato sul suo cellulare? Guarda che un Galaxy è troooooppo sottile…

Di una cosa sono sicuro, dopo una mattina di occhi addosso come poche altre. I ragazzini delle medie hanno paura. Hanno capito che i grandi sanno un sacco di cose e hanno un sacco pieno di parole. Pronunciano nomi in tutte le lingue e scrivono date lontane alla lavagna. Ma sono senza il filo per unire i pezzi, collegarli tra loro. E senza il filo gli cade tutto per terra.

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Expo 2015, perché ci porterei i miei alunni

Tornando da Expo mi chiedevo se ne avrei scritto qui. No, mi ero risposto: le cose che mi erano piaciute e quelle che non mi avevano convinto per niente, entrambe, erano abbondantemente già state dette, e meglio di come avrei saputo fare io.

Poi ieri ho letto questo post del maestro Alex Corlazzoli e non c’ho visto più. Non per le legittime critiche all’evento – anch’esse in realtà tutt’altro che inedite – ma perché il collega, fin dal titolo, afferma che negherebbe l’esperienza di Expo ai suoi alunni.

E perché mai?

Mancherebbe da Expo, secondo Corlazzoli, semplicemente la verità. Si tace su tragedie e sfruttamento, sperequazioni e drammi vari. Che nel mondo ci sono e vanno raccontati.

Dimentica il maestro, o finge di dimenticare, la natura stessa dell’evento. Da sempre l’esposizione universale guarda in avanti, parla di progresso, di domani. Non si tratta di nascondere la polvere sotto il tappeto, ogni nazione porta da sempre ad Expo una sua chiave di interpretazione del futuro. Sbaglia Corlazzoli a considerare l’Expo un funerale, perché si tratta di un battesimo. Invitato alla festa, tra bicchieri tintinnanti e fette di torta, il collega vorrebbe che i genitori del bambino battezzato parlassero a tutti dei loro problemi di coppia, di quando lui tradiva lei con la giovane collega, dei casini con il mutuo, delle liti furibonde tra le suocere.

“Non ho imparato niente nel Padiglione del Rwanda”.

Dice Corlazzoli. E cosa voleva imparare, il genocidio? Voleva vedere i machete insanguinati del ’94 in una teca? Anch’io, sconvolto dalla tardiva scoperta dei tragici fatti di quel paese, ho alle spalle qualche annetto di lezioni pulp sugli Hutu che ammazzano gli scarafaggi Tutsi. Oggi però ho capito che non basta. E a quelle lezioni ne ho aggiunte altre in cui parlo della riconciliazione tentata in quel luogo, a pochissimi anni da quel sangue versato, di amnistie e di progresso da compiere necessariamente insieme, guidati – male non fa – da uno dei parlamenti al mondo con più donne sugli scranni (almeno il doppio rispetto al nostro). Nello spazio espositivo tutto questo, magari scavando un po’, si trova.

“Sono partito dalla Palestina: non un’immagine, una riga, una fotografia dell’occupazione”.

Senza voler negare alcuna tragedia, ma proprio lì, ad Expo? Sicuro sicuro? Al battesimo? Con magari qualcun altro, in un padiglione nemmeno troppo lontano, ad esporre le foto di qualche autobus sventrato da un attentato suicida? Ok, ma per andare dove, tutta questa verità?

Appurato che il visitatore non troverà ad Expo nessun riferimento alla guerra d’Algeria, alle torture nelle carceri iraniane e alla corruzione degli oligarchi russi, mi piacerebbe ora indicare alcuni luoghi notevoli del grande luna park di Rho, e segnalarli agli alunni di Corlazzoli.

Il padiglione dell’Angola. Gigante, sorprendente, ricchissimo di informazioni. Si sviluppa attorno ad un baobab ipertecnologico e racconta un paese africano che cresce (tanto) e si emancipa. È pieno di donne angolane, in carne d’ossa e nelle immagini proiettate. Contadine e avvocate. In Angola le donne contano abbastanza, sapete bimbi? Il capo della spedizione milanese è una donna, e prima faceva il ministro del petrolio (che da quelle parti è un po’ come dire ministro dell’economia).

Il padiglione della Cina. Cinese all’ennesima potenza, nel bene e nel male. Qui però mi concentrerei solo sul messaggio video del premier del celeste impero. Ascoltate Xi Jinping, bambini: vero che mette un po’ paura? Pensate, è una specie di dittatore. Sì, uno di quelli che comandan solo loro. Una roba brutta brutta, davvero. Però ascoltate quello che dice della scienza e del progresso. Sono parole un po’ aride, vanno diritte al sodo. Tuttavia, se un miliardo e mezzo di cinesi oggi hanno di che nutrirsi lo devono anche a quei pensieri spigolosi ma chiarissimi. Pensateci, a quelle parole sulla scienza, soprattutto quando qualche italiano vi indicherà nel cielo le scie chimiche.

(E sapete che quel signore cinese brutto e cattivo sta contribuendo a costruire le ferrovie dell’Angola? Non lo fa gratis, ci mancherebbe. Ma i frutti del baobab, se li vuoi vendere a qualcuno, scopri che non scorrono fluidamente sulle nostre belle parole.)

Il padiglione del Principato di Monaco. Piccolo e brutto (riproduce una pila di container), ad ottobre verrà smontato e collocato in un villaggio del Burkina Faso. Diventerà una scuola e un centro medico, in un luogo senza scuole e centri medici. Goccia nel mare? Può darsi, ma dovete sapere che il tetto tecnologico permette di raccogliere la pioggia per riutilizzarla. A Milano, all’Expo, ci bagnano le piante ornamentali, in Burkina Faso magari imparano pure a replicarlo in altre strutture e ci fanno qualcosa di più essenziale. Purtroppo nel padiglione non si accenna agli evasori fiscali che sono accolti a braccia aperte nel Principato, ma il vostro maestro colmerà la lacuna con una scheda di approfondimento da leggere in classe.

I padiglioni dei paesi di cultura islamica. Sono tanti, forse troppi per dei bambini della vostra età. Facciamo soltanto un rapido giro, sorvoliamoli. Guardate i capelli delle donne che vi accolgono. Solo quelli. Vi chiedo di notare le differenze. Ragazze iraniane, ragazze del Qatar, dell’Oman, degli Emirati Arabi Uniti: sono tutte uguali? Sapete che il futuro del pianeta dipende anche da quei capelli? Ci credete se vi dico che se la cameriera del ristorantino iraniano ha una ciocca che esce libera dal velo, senza che nessuno la rimproveri, quello è un buon segnale, un piccolo barlume di speranza? Ci credete che dobbiamo fare il tifo per quella ribellione di chiome e riccioli?

Poi ci sono gli imprevisti, le cose che a Expo non puoi programmare.

È successo a me, camminavo lungo il decumano dopo un pomeriggio tra i padiglioni e le relative code, stremato e arrancante come un Dorando Pietri.

Sono stato travolto dalla festa del Senegal. Era, a mia insaputa, il giorno dedicato a quel paese. Immaginate una nostra banda di paese, ma metteteci i colori, l’energia, la potenza. Toglieteci le scarpe, alla banda di paese, e toglieteci il sudore. Aggiungeteci i salti, le capriole, la vitalità. Tutto è durato 4 minuti, ma mai come in quei 4 minuti avrei voluto vicino i mei alunni, tutti, quelli che ho mandato in vacanza e rivedrò a settembre, e anche quelli che studiano alle superiori o già lavorano e svezzano figli.

Conclude, Corlazzoli, notando l’assenza di librerie all’interno del sito.

Io ho visto anche i libri, a Expo, anche se in effetti non rappresentano l’articolo più diffuso. Dice che tra i padiglioni va di più il videoproiettore, e all’ingresso di quello giapponese le ragazze dell’organizzazione ti schifano se non ti sei scaricato l’apposita app.

Cari bambini, ringraziate il maestro per tutte le ingiustizie che vi ha insegnato a guardare, a distinguere e a combattere. Esistono tutte, stanno lì davanti a noi. Convincetelo a portarvi ad Expo, però. Fategli capire che Renzi non c’entra proprio niente, e rassicuratelo: non farete la spia col direttore del giornale per cui scrive. Non salverà né nutrirà il pianeta, l’Expo. Ma qualche fettina di mondo ve la mostra, e male non vi farà.

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To Be Continued 2015: anche Scuolamagia listening point

Per il terzo anno consecutivo nella mia scuoletta il 24 marzo non sarà un giorno come gli altri.

Nell’aria, infatti, oltre alle voci consuete, ai rimproveri, alle canzoni, alle nozioni, alle imprecazioni, alle campanelle, ai rubinetti aperti per infilarci le guance dopo la partita di ricreazione, alle porte sbattute per la corrente, alle risate, alle sgroppate da bufali su e giù per le scale, ai morsi avidi nella carne dei panini, agli evidenziatori stappati come tappi di spumante, alle parolacce… oltre a tutto questo ci sarà una musica, un rumore di fondo che proverrà da vicino, da lontano e da lontanissimo, da praticamente ovunque nel mondo.

Perché domani c’è To Be Continued, il concertone folle e visionario come un esperanto, la quintessenza dell’idea di internet, la più buona delle buonecause.

24 ore di musica non stop, al ritmo di un artista ogni mezzora.

Noi ci saremo. E ci sarete anche voi se cliccherete

qui

 

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#ConsigliRichiesti

Come molti già sanno, una decina d’anni fa ho inventato con i miei alunni la biblioteca comunale del paesino in cui insegno e con loro mi occupo della sua apertura settimanale il venerdì pomeriggio. Io sono sempre lo stesso, gli alunni sono ovviamente cambiati nel tempo.

Quella della biblioteca era ed è soltanto una scusa. Io volevo farmi bello agli occhi del mondo e i ragazzi avevano bisogno di un luogo riscaldato dove suonare le loro chitarre, sgranocchiare i loro biscotti, raggiungere i loro profili su Facebook lontani dagli sguardi delle madri.

Quando periodicamente le istituzioni elargiscono un contributo economico per l’acquisto di nuovi libri andiamo in difficoltà. Gli spazi sugli scaffali sono quelli che sono e quei parallelepipedi di carta sono degli straordinari ricettacoli di polvere, ma soprattutto non abbiamo la più pallida idea di cosa scrivere in quel maledetto foglio excel che ci ordinano di compilare.

Per questo vi sto chiedendo aiuto.

Mi indicate – qui sul blog, su Facebook nei commenti, su Twitter chi vorrà – alcuni titoli che potremmo infilare in quel file affinché noi si eviti la figura degli zoticoni e la copertura “culturale” ai nostri venerdì pomeriggio possa reggere? Roba buona, eh, roba di qualità, e tenete presente che storie come quella di quei due che si volevan sposare dalle parti di Como (no, non c’entra George Clooney, altri due…), sì, insomma, quella ce l’abbiamo già.

Un titolo, due, massimo tre a testa, non mandatemi l’elenco delle vostre letture dalla scuola elementare in poi. So che leggete un sacco, voi altri, ma il contributo ammonta più o meno a quella che è una pensione minima in Italia. Siete liberi di girare questo appello a chiunque pensate possa regalare un consiglio originale.

Grazie mille, siete degli amici della mia biblioteca di montagna e sui libri che mi indicherete comparirà la dicitura “consigliato da…”. Promesso. (In fondo, lo fate per quello, no?).

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L’Ammiraglio Inverno e i suoi morti di freddo

Arrivano all’improvviso, mentre parlo di antichi imperi che crollano, di epidemie che decimano, di economie che ristagnano, di popoli che hanno fame e partono.

Arrivano nelle parole di uno che puoi chiamare solo bimbo, ragazzo è davvero un’esagerazione.

«Come quelli di Lampedusa, li ho visti ieri sera».

Anche altri hanno visto, e non era la prima volta.

Li colpisce, li taglia, li ferisce la novità di quello che controvoglia presto spiegherò loro essere un complemento di causa.

«Di freddo».

Sì, di freddo.

La ricreazione arriva in fretta, per fortuna.

Le ragazze fanno zumba sulla Lim, io e i maschi usciamo in felpa a tirare pallonate contro il muro.

-3°, dice il termometro, ma non li sentiamo: il Generale Inverno nel 2015 fa l’Ammiraglio.

(Foto di Massimo Sestini)

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Io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista, …blu.

Una volta all’anno i compiti per casa consistono nell’esaudire le richieste di un foglio colorato, un A4 tagliato verticalmente, con la caratteristica forma di torre. Chi butteresti tra questo e quello? Segue elenco di cose in potenziale conflitto: Coca Cola/Fanta, vacanze al mare/vacanze in montagna, pomeriggio di sole/nevicata, Messi/Cristiano Ronaldo (è consentita l’obiezione di coscienza per femmine apallonare), ecc.

Una coppia proposta in questa versione 2015 era questa, decisamente classica:

 

PENNA NERA / PENNA BLU.

 

Ed è proprio qui, dinanzi a questo bivio d’inchiostro, che sono stato colto da un’illuminazione che Rimbaud se la sognava. La questione appare centrale, e per di più inesplorata, vergine d’indagine scientifica. Potrebbe vertere sui misteri di questa dicotomia il saggio che mi proietterà tra i grandi del pensiero.

Perché non ci sono dubbi: pur avendo utilizzato entrambi gli inchiostri, io sono e rimarrò una penna blu.

E così le persone che meglio conosco: o sono penne blu, o sono penne nere. Rarissime sono le eccezioni, le calligrafie che non riesco a classificare – basta mezzo secondo – con questo banalissimo criterio.

Mezzo secondo davvero. Passo in rassegna, ad esempio, il catalogo dei miei ex alunni, risalendo fino al primo giorno in cui sono entrato terrorizzato in un’aula con in mano soltanto un’idea, per giunta rubata da un libro di Starnone.

Maddalena era blu.

Elisa era nera.

Credo lo sappiano, credo lo siano ancora.

Andrea era blu, Daniele nero. Procedo a caso: Mirco era assolutamente blu, come Eleonora e Federico. Arianna: nero; Donatella; blu. Mattia e Simone, blu pure loro. Greta e Alessandra, blu. Raffaele nero come Ilaria, sua sorella. Nero anche per Camilla e Francesca. Samu, Anna, Mattia e ora Pietro: fratelli, rigorosamente blu. Ho avuto in classe 3 Nicola: 2 blu e 1 nero, nessun tentennamento. Evelyn e Marcello, fratelli: neri. Nicole: blu. Cristiano: nero tutta la vita.

Ci sono anche gli altri, tutti gli altri. Me lo chiedano come fosse un quiz. Io la so perfettamente, la loro “penna madre” (c’è tutto un lessico specifico da inventare, a margine della teoria…).

In realtà, alcuni, pochissimi casi di indecifrabilità esistono, dopo questa primissima analisi. Ho già avvisato le autorità e tali individui, evidentemente disturbati (Rebby sei nera, no? Dimmi Irene, vero che sei blu?), saranno opportunamente isolati e messi nelle condizioni di non nuocere alla collettività.

Ora, non mi resta che indagare tra le pieghe della questione. E capire perché, a un certo punto della nostra vita, prendiamo una strada piuttosto che l’altra e perché, nonostante una penna in prestito o una firma all’ufficio postale ci possano far deviare dal nostro standard, la tendenza di fondo rimanga inossidabilmente quella.

Devo fare in fretta, però: tra qualche tempo blu o neri lo saremo soltanto stati.

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Le cose cambiano, e la scuola è gay

Chissà che conclusioni avrebbero raggiunto, gli insegnanti sguinzagliati dalla curia milanese alla scoperta di come e quanto l’immaginario gay abbia invaso le classi, le file di banchi, i corridoi, le file davanti ai distributori di merendine.

Probabilmente al termine della loro “indagine informale” avrebbero tratto un bilancio confortante, dal loro punto di vista, ché i docenti italiani tutto sono fuorché un’avanguardia. In nessun campo, figuriamoci in quello.

Le cose, tuttavia, cambiano. Indipendentemente da chi sieda in cattedra.

“Prof., nel tema posso metterci un gay? In tutte le serie americane ce n’è almeno uno…”.

Rimasi stupito, ed era il 2003. Certo che si poteva.

Poi qualche anno dopo venne un tema cupo e di difficile lettura. Ma era colpa mia, non riuscivo a capacitarmi – aprendo e richiudendo il protocollo – che la protagonista fosse trans. Messa a fuoco la cosa, tutto scorreva liscio nel racconto di un’identità complessa e tormentata. Racconto che io non avrei saputo scrivere, figuriamoci in seconda media.

Molta strada rimane da percorrere, per gli insegnanti, per gli alunni e per gli 007 delle curie curiose.

Ma intanto non posso non pensare agli esami di stato di questo giugno, con una ragazza concentrata sulla brutta del suo tema: dentro c’è il suo futuro, il suo realizzarsi nel mondo della moda, tra collezioni da disegnare, sfilate da allestire, party e jet lag. Un futuro di fama e soldi a palate, ma anche di fatica e di stress. Tanto da rendere indispensabile la presenza costante di un assistente tuttofare. Ma i lettori non si facciano strane idee, tra la stilista e l’efficientissimo Andrew (in mio onore, NdR) non c’è niente. Quello è gay fino al midollo.

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