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La ragazza del risciò

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C’era una volta una ragazza che aveva un sogno. Si trattava di un sogno fragile e prezioso, da pronunciare quasi come un sussurro. “Voglio raccontare la Cina”, diceva.

Da quel paese avevano cominciato ad arrivare, in effetti, un sacco di notizie. Sarà stato il botto di quel boom economico, saranno stati gli articoli e i libri di quel Rampini che ci dava dentro con l’informazione, ma raccontare no, raccontare era un’altra cosa. La ragazza intanto aveva preso casa in affitto a Pechino ed era certa che la cosa giusta da fare, prima di mettere mano al suo sogno, fosse osservare e capire, farsi formica tra quei milioni di formiche, farsi bicicletta tra tutte quelle biciclette. No, i cinesi non erano soltanto soldi nelle mani e sputi per terra, e quella società – al netto delle spinose questioni aperte – non andava rinchiusa nel luogo comune della dittatura. L’aria era frizzante, nella capitale si respirava un’energia estranea al vecchio continente. La ragazza che voleva raccontare non ha smesso per un attimo di guardare, di impicciarsi con gli occhi di quelle faccende che stavano cambiando il mondo e prima ancora, la vita di centinaia di migliaia di esseri umani.

È salita sui grattacieli, la ragazza, ma prima ha passeggiato tra gli ultimi hutong. Della Cina ha visto tutto: i circuiti automobilistici e gli impianti sportivi dell’Olimpiade, le rare chiese cristiane e gli ospedali psichiatrici, le dighe chilometriche e gli hangar giganteschi dove milioni di babbinatale imparano ad arrampicarsi come l’uomo ragno sulle facciate delle case d’Occidente. Con tutto si è spostata dentro quel “continente”: aerei e treni, autobus, metropolitane e barche, fino agli immancabili taxi. All’occorrenza, quando certe piogge estive esagerano e allagano le vie di Pechino, ha detto sì al traino umano di un risciò.

La ragazza ha incontrato cinesi di ogni sorta, gettando nella mischia del dialogo quotidiano il suo cinese d’università. Strana faccenda anche quella della lingua: trovi lo scrittore di grido che ti rivolge sentiti complimenti per la tua pronuncia e dopo un paio d’ore la vecchietta che ti vende 2 pesche dal carretto ti abbruttisce come se stessi parlando in coreano. Un capitolo a parte, i bambini. Li ha fotografati spesso, la ragazza. Di nascosto, acquattandosi a margine di un gioco o di una fragola succhiata piano come un piccolo rosso tesoro. Scopro in questo istante che Flickr non è morto come pensavo, e allora andate a verificare se non dicono qualcosa di bello anche a voi, i bambini immortalati dalla ragazza.

Un giorno la ragazza è entrata in un ospedale di Pechino. C’era già stata qualche giorno prima con una troupe della Rai, per raccontare la storia di Li Yue, rimasta sepolta tra le macerie del terremoto in Sichuan, e rivelatasi stella, ballerina senza una gamba, nel corso della cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi 2008. La ragazza cercava Li Yue per consegnarle un regalo da parte di sua sorella bambina, prima tra gli italiani a ricevere quel racconto.

La vita in Cina della ragazza è durata sei lunghi anni, nel corso dei quali ha assaggiato ogni aspetto di quel mondo. Raccontare, tuttavia, non è mai stato semplice. Dopo i Giochi l’interesse per quel paese è vagamente scemato, la crisi dei giornali si è giorno per giorno acuita e l’idea di qualcuno che documenta il presente appoggiandoci sopra le suole è parsa a molti direttori eccessivamente costosa. Per vedersi concessa una pagina, servivano storie pazzesche, e la ragazza non si è fatta mancare neanche quelle. Basti pensare alla volta che si è infilata in un’assurda città ai confini con la Mongolia, celebre per i ritrovamenti paleontologici (celebrati da riproduzioni gigantesche di dinosauri in giro per le strade) e per la vivacissima vita dei suoi bordelli. Scambiata per una prostituta russa, ha raccontato la vita dei papponi e, soprattutto, delle vittime del traffico, in uno degli ultimi numeri del glorioso “Diario”.

Tornata in Italia, la ragazza ha fatto altro. Radio e Tv, soprattutto. Il sogno è rimasto lì, sottotraccia. Ogni tanto ha forse pensato di averlo perso, o che si fosse giocoforza prosciugato, estinto. Non è accaduto, invece.

Da oggi la ragazza ci riprova. Unite le forze con uno dei più attenti osservatori di quel mondo (dopo averlo anche lui lungamente percorso), si è inventata un Risciò parlante. Nel suo podcast la ragazza vi racconterà il presente del paese probabilmente già oggi più influente, ma lo farà alla luce di quegli anni di studio matto e disperato.

Lo farà come a qualcuno – a pochi – riesce di dare corpo ai propri sogni.

 

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Insegnanti per la cittadinanza

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Il 7 settembre ho avuto l’onore di intervistare il maestro Franco Lorenzoni nel corso di un convegno di insegnanti. Negli ultimi anni, da quando mi sono interessato alla sua figura e alle sue idee, ho potuto notare che parlare di lui come “il Maestro”, da parte di un buon numero di docenti, non ha nulla di diverso dal modo in cui per mezzo secolo abbondante gli italiani si sono riferiti ad un uomo, ricco di rughe e molto altro, chiamandolo “L’Avvocato”. Con la differenza non irrilevante che Lorenzoni il maestro lo fa per davvero, da un sacco di anni, tanto che dopo un minuto di chiacchierata con lui hai già davanti agli occhi la faccia di quel tal bambino Lorenzo che non riesce a stare fermo (beato lui) e quell’arguta bimba marocchina che non ama la matematica. Dopo un minuto, forse anche meno.

Al termine della conversazione pubblica, riferendomi ad un’intervista in cui dichiarava di non essere stato molto bravo, a inizio carriera, nel calmare i bambini e nell’aver avuto successo piuttosto nella missione di agitarli, gli ho chiesto cortesemente di provare ad “agitare” la platea che gli sedeva davanti. Non aveva molte pretese, quella domanda. Confesso che mi sarebbe bastato, dopo avergli fatto toccare altri temi alti e spinosi, un riferimento scherzoso su quell’episodio biografico.

E invece no.

Probabilmente per agitare qualcuno è necessario prima agitarsi. E Lorenzoni si è agitato. Non riusciva a stare composto, si contorceva sulla sedia. Ha quindi detto di essere in difficoltà davanti a un particolare momento della vita scolastica, quello in cui lo Stato italiano gli chiede per legge sacrosanta di insegnare agli alunni la disciplina “Cittadinanza e Costituzione” e lui davanti ha sempre più spesso bambini nati in Italia che quella cittadinanza non la possono esercitare, in quanto stranieri. La lezione diventa a quel punto una sorta di ora di religione da cui gli studenti di altre confessioni non possono, meno ipocritamente, essere esentati. Una situazione assurda, come impartire lezioni di alta cucina a chi non possa per legge esercitare il mestiere di cuoco. Come insegnare il rinnovato piano per la mobilità di una grande città (metropolitana, piste ciclabili, zone pedonali) agli inquilini del suo carcere di massima sicurezza.

Il Maestro ha quindi accennato ad un appello che aveva in mente di scrivere e diffondere. Un appello rivolto agli insegnanti, quelli che ogni giorno misurano concretamente la necessità di un provvedimento come quello arenato presso il Senato della Repubblica.

QUI il testo dell’appello.

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Prendete gli iPhone ché vi detto i compiti (quando il dibattito sugli smartphone smette di essere smart)

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Prima ora, due ragazzine stanno lavorando attorno ad alcune fotografie d’autore. Sfogliano le pagine di un volume patinato, discutono, fanno alcune scelte, selezionano e scartano. Una si chiede se dietro quel nome straniero scritto in copertina si celi un fotografo maschio o una fotografa femmina. Il prof, che conosce quegli scatti a memoria, confessa di non saperlo, prende l’iPhone, googla e risponde: è un maschio. I capelli sono da femmina, però, chiosa l’alunna. Il mondo è complicato.

Terza ora, nei dintorni della grammatica. Tra soggetti di verbi attivi e passivi, complementi oggetto e di luogo, piove in classe un nome una coppia di nomi un po’ insolita: Diabolik e Eva Kant. Le idee sono confuse, qualcuno è convinto c’entrino con Wonder Woman, altri ne sanno tantissimo, così tanto che con loro nei panni di Ginko i due personaggi marcirebbero in galera. Il prof. è democratico, tutti devono sapere. IPhone, Google, Ok abbiamo capito.

Quarta ora, italiano. La ragazza ha letto un libro, quest’estate. Lo cita ma non le viene il titolo, soltanto qualcosa di somigliante, perciò si contorce insoddisfatta, mette a ferro e fuoco la punta della lingua ma niente da fare. Probabilmente un iPhone X interverrebbe anche da solo, quello presente in classe ha bisogno del suo padrone, ma in 10 secondi titolo e autore sono lì, belli e squadernati. Un altro ragazzino annota curioso, rigorosamente a mano. Leggerà anche lui, forse.

Il dibattito sullo smartphone in classe nasce già esausto. Pensosi editoriali mettono in guardia e annunciano più o meno prossime fini di mondo e elencano le competenze tecniche e umane che perderemo delegando alle infernali macchine.

Nella mia scuola media i telefonini sono da sempre proibiti. Quello che questa mattina ha in qualche modo sbloccato virtuosamente tre situazioni è il mio. Mi si dirà: i ragazzi avrebbero potuto tenersi il dubbio sul sesso del fotografo, avrebbero potuto rintracciare un’immagine di Diabolik nel corso del pomeriggio. Ok, ma perché? Se un giorno con un Pc mostro ai ragazzi un quadro esposto al Louvre, devo per caso censurarmi pensando che un domani potranno recarsi fisicamente nel museo parigino?

Alcuni commentatori chiamano in causa la scomparsa delle competenze calligrafiche e di mille altre imprescindibili abilità manuali. Ma sono davvero convinti che in una scuola che non demonizza i cellulari siano bandite altre forme di didattica? I ragazzi di questo post, nel corso della stessa mattinata di Diabolik e Eva, hanno redatto e corretto brutte copie, ricopiato in bella copia, impostato, realizzato e colorato infografiche, hanno discusso e verbalizzato il frutto del loro dibattito, hanno intrecciato spaghi, piantato chiodi e restaurato carte geografiche. Cosa si sarebbero persi se avessero googlato al posto mio?

Hanno presente, i paladini della scrittura non digitale, che se gli alunni italiani hanno nel corso degli anni almeno dimezzato la quantità (e di conseguenza la qualità) della loro scrittura è a causa del proliferare delle prove di verifica “a crocette”, nella rincorsa estasiata al mito originario della valutazione oggettiva (o della correzione rapida, secondo altre scuole)? Lo sanno che ci sono più parole e frasi in italiano in due chat del Samsung scassato di un ragazzino di prima media che in tutti i suoi quaderni delle elementari ricolmi di fotocopie appiccicate?

Oggi su “Repubblica” lo scrittore Marco Lodoli chiede sarcastico la fine dell’accanimento terapeutico nei confronti dei libri e scrive: “…lo smartphone riluce trionfante; il libro è un reperto, un coccio etrusco, un capitello scheggiato dai secoli…”. Ma quando mai i ragazzi hanno posto i due oggetti in una prospettiva di aut aut! Preferire il telefono è un conto, essere scemi un altro paio di maniche.

Un tempo da un dibattito così il buon insegnante di lettere avrebbe tratto la traccia di un tema da assegnare alla sua classe. Gli smartphone e il futuro della scuola, la cultura a un bivio, opportunità e rischi. Uno studente del 2017 consegnerebbe in fretta il suo foglio a righe.

“Svolgimento.

Prof, ma lo sa di cosa parla?”.

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Le Ong, i migranti e la sinistra che preferisce di no

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Chi lavora per una Ong conosce perfettamente il significato del termine “persecuzione”. Lo conosce perché ha visto con i propri occhi delle persecuzioni in atto. Gli può essere capitato di operare addirittura nel mezzo, di una persecuzione, non soltanto dopo. Per questo ne conosce i colori, i rumori, gli odori.

Chi lavora per una Ong impegnata a salvare vite nel Mediterraneo sa benissimo che la questione sul tappeto in queste settimane – il codice Minniti, le indagini della procura di Taranto, le procedure di intervento in mare vecchie e nuove – non ha niente a che vedere con una persecuzione. Potrà chiamarla rogna, intoppo, ostacolo, pastoia burocratica, strumentalizzazione a fini politici, la chiamerà come ritiene, ma non utilizzerà mai il termine persecuzione.

Da ieri in Italia, un nutrito gruppo di intellettuali ha lanciato un appello che quella parola la usa eccome. Dice proprio così: “il Governo italiano perseguita le Ong”.

Altre espressioni di quel breve testo mi hanno colpito.

“È in corso un nuovo sterminio di massa“. Sterminio di massa, do you know?

“…il governo italiano si accanisce contro chi approda…”. Accanisce, come fa un cane rabbioso.

“Il nostro governo non è indifferente a questa carneficina, ma complice“. Carneficina, chiaro?

Alla fine, l’appello stigmatizza l’uso di parole enfatiche come “assedio” riferite all’approdo di migranti sul suolo italiano. Giustissimo, fa soltanto un po’ ridere se a scriverlo sono quelli di perseguita sterminio di massa carneficina, ecc.

Hanno letto e firmato invitando gli italiani a fare altrettanto. Sono una sessantina. Scrittori di cui ho letto i romanzi, uomini politici che ho seguito con interesse, uomini di chiesa, giornalisti. Li conosco praticamente tutti. Non essere quasi mai d’accordo con quello che affermano mi mette spesso in crisi, ultimamente, perché loro sono quelli che custodiscono il brand Sinistra® in Italia.

Ma io non voglio usare le parole a caso.

Io non chiamo olocausto tutto ciò che di brutto accade sul pianeta.

Io non voglio diventare uno che punta il dito, individua in quattroequattrotto i colpevoli (i carnefici…) dentro questioni complessissime di portata epocale.

Io non voglio affidarmi a una classe di intellettuali che firma svogliatamente, sulla fiducia, l’ennesimo appello senza prima manco correggerne i refusi.

Come al solito, l’appello indignato è anche rigorosamente un appello antifascista (il gruppo ha i diritti anche sul marchio Antifascismo®, si sa). Lo fa indirettamente, citando i 12 professori che non presero la tessera del Duce. Modestamente, ci fanno sapere, noi che abbiam firmato siamo come quelli lì.

Con la piccola differenza che i 12 all’epoca misero in gioco le loro cattedre e si abbonarono ad un futuro di persecuzioni vere, verissime. E questi? (Facile dire che Di Maio non è Pertini e dio solo sa quanto non sia Pertini, ma questi?).

Questi hanno “preferito di no” su whattsapp un venerdì d’agosto, e di coraggio non troveranno nemmeno quello di unirsi per evitare le soglie di sbarramento che verranno. E di migrazioni non si occuperanno mai se non così.

(Come è ovvio, questo post non sottovaluta e non dimentica i drammi dei migranti, le condizioni di chi si imbarcherà nonostante tutto e di chi invece sarà costretto a rimanere nella Libia di oggi. Questo post parla della mia parte politica che per non cambiare il proprio abito mentale, nel contempo vecchio e adolescenziale, ha rinunciato non solo a cambiare il mondo, ma anche a lenirne blandamente le ferite.)

 

 

 

 

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Soltanto una scena

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La scena di un film, soltanto la scena di un film che probabilmente vi siete persi.

Prima i personaggi.

La mamma. Una donna sui 35/40 anni, malata terminale, ricoverata in un hospice, costretta a letto. Non dirà una parola, non sarà necessario. Apparirà per pochi secondi.

La bambina. Si tratta di sua figlia, massimo 10 anni, due occhi vivaci, magra come un chiodo, capelli lisci e scuri.

Il padre. Sulla cinquantina, non è il genitore della bambina e quindi nemmeno il compagno della donna malata. È il padre di un ragazzo di 25 anni da poco deceduto nella stessa struttura ospedaliera. Conosce la mamma e la bambina per aver frequentato gli stessi asettici corridoi e le stesse stanze.

Il giovane uomo. Vedendolo – la barba incolta, i capelli lunghi e spettinati, i pantaloni corti, gli auricolari perennemente penzolanti – l’avreste chiamato “il ragazzo”, ma viaggia verso i 30. Vicino di casa e amico d’infanzia della giovane vittima del cancro, di cui si è detto sopra, quella da poco deceduta. Amico d’infanzia non significa inseparabile, i due si erano persi di vista. Il giovane uomo non è quindi disperato, soffre il giusto e prova piuttosto pena per il dolore dell’altro personaggio, il padre.

La scena facciamola cominciare da qui. Il padre è distrutto: non va, vaga. Deambula per la casa e per la strada. Decide di recarsi in ospedale per reclamare una coperta colorata, coloratissima, dimenticata dopo la morte del figlio. Si fa accompagnare dal giovane uomo. Mentre parla – e un pochino litiga – con un infermiere che non si applica nella ricerca di quell’oggetto, il giovane uomo incontra la bambina. Meglio: la bambina raggiunge il giovane uomo incuriosita dalla stranezza dei suoi gesti, mentre seduto aspetta il ritorno del padre.

Si sta allenando, il giovane uomo. Ascolta musica con le cuffiette e pratica l’air guitar. Il passatempo più stupido dell’universo. Suona una chitarra che non c’è. Si contorce, il corpo e il viso. Il trionfo della cazzonaggine, l’apoteosi del suo essere un bamboccione spiantato.

Ma la bambina è curiosa e si avvicina. “Cosa stai facendo? E cos’è quella?” – indicando la chitarra che non c’è.

Stacco.

Torniamo sul padre. Chinato sul bancone della reception continua a reclamare la coperta.

Mentre discute con un infermiere ciccione succede qualcosa a cui all’inizio non fai nemmeno caso.

Arrivano correndo la bambina e il giovane uomo. Evidentemente vanno d’accordo, si stanno simpatici. Corrono e sono sorridenti. In mano hanno delle lenzuola bianche. No, non sono lenzuola, sono camici. In un attimo li indossano. Un terzo lo passano al padre, che stranito si dimentica della coperta.

Stacco. La scena si fa interessante.

Siamo ora in una corsia d’ospedale. Uguale a tutte le corsie d’ospedale: corridoio e stanze.

Fuori attendono i due maschi. La bambina esce da una stanza e li rassicura: si può fare. Ha ottenuto il consenso. Ok anche per il mare, dopo.

Entrano.

Tocca alla colonna sonora.

Una canzone bellissima.

Dolce il giusto, ma anche moderna.

Indossano tutti e tre il camice.

Si dispongono attorno al letto.

Inizia la magia.

Air surgery. A questo punto credo si possa chiamare così.

Le mani della bambina, del padre e del giovane uomo indossano guanti invisibili. Panni che non si vedono tamponano sulle fronti un sudore che non c’è.

Le dita danzano, leggere. Affondano il bisturi, immergono le mani, cuciono intrecciando fili. Sorridono, ma sono concentratissimi.

La madre – su quel letto c’è la madre – è perfettamente immobile. Gli occhi sono aperti e guardano la bambina. Sul suo corpo, una coperta colorata (!).

Le mani riemergono, hanno trovato ciò che stavano cercando. Qualcosa di viscido e sgusciante: il padre lo passa alla bambina e la scena finisce. L’intervento chirurgico è perfettamente riuscito. Anche la scena è riuscita: sì, a commuovermi a morte.

Stacco.

Le mani della bambina si schiudono. Sono immerse nel mare. L’intruso è liberato come un pesce guizzante e fortunato.

Fine.

La scena di un film. Israeliano, del 2016. Una settimana e un giorno. Dentro c’è anche molto altro, e merita davvero.

Ma questa poesia non potevo non raccontarvela.

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La consegna espressa del bambino virgola

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Proprio accanto al cancello della scuola su cui un’infermiera dipinta somministrava a un bambino dipinto una vaccinazione antipolio dipinta, un circolo di donne assonnate, lavoratrici itineranti del cantiere stradale poco lontano, attorniava un bimbetto accovacciato come una virgola sull’orlo di un tombino aperto. le donne stavano in piedi appoggiate a badili e picconi in attesa che il divo si esibisse. La virgola teneva gli occhi fissi su una delle donne. La madre. Gli venne l’ispirazione. Produsse una piccola pozza. Una foglia gialla. La madre posò il piccone e gli lavò il sederino con l’acqua fangosa di una vecchia bottiglia di Bisleri. Con il liquido rimasto si sciacquò le mani e inondò la foglia per mandarla a finire nel tombino. Nulla in città apparteneva a quelle donne. Non un minuscolo lotto di terreno, non una baracca in uno slum, non un tetto di lamiera sopra la testa. Nemmeno il sistema fognario. Ma adesso avevano lasciato un poco ortodosso deposito diretto, una consegna espressa spedita nel sistema. Forse quello era il primo passo per appropriarsi della metropoli. La madre prese in braccio la virgola, si mise in spalla il piccone, e il piccolo contingente si  allontanò.

Arundhati Roy, Il Ministero della Suprema Felicità

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Le rose che non colsi, stavo svolgendo una prova Invalsi (il solito post polemico)

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Non possiedo un e-reader. Non ho mai letto un libro digitale. Accumulo soltanto testi cartacei ed ho due passioni: leggerli e lasciarli impolverare. Ciononostante, oggi la Prova Nazionale Invalsi mi ha fatto arrabbiare più del solito.

Come se non bastasse il consueto nozionismo grammatical-linguistico spacciato per test di logica, la prova odierna era pessima anche per un’altra ragione, questa volta tutta ideologica.

Tra tutte le tematiche in cui pescare un testo argomentativo da leggere e comprendere, il Miur ha scelto un brano che mette a confronto un testo cartaceo con un testo digitale. Promuovendo a pieni voti il primo e bocciando inesorabilmente il secondo.

Perché non scegliere un brano sugli accordi di Parigi sul clima?

Perché non optare per un articolo sulla mobilità alternativa nelle metropoli avanzate?

Ecco, perché?

Molte delle ragioni illustrate nel testo dall’autore sono le stesse che fanno di me un convinto mancato possessore di e-reader. Tuttavia, 3/4 delle letture effettuate nel corso della loro vita dai ragazzi che avevo davanti stamattina sono avvenute su uno schermo. A occhio e croce accadrà lo stesso per la quasi totalità di quello che leggeranno in futuro.

E allora: perché non metterli alla prova con un bel pezzo sugli ogm?

Perché non testare le loro competenze con un breve saggio sull’inquinamento degli oceani?

Perché no. Perché c’è una scuola dentro la scuola. Una scuola che vive fuori dalla realtà e che la realtà non accetta.

La scuola dei 600 prof. universitari che firmano appelli e chiedono gran voce il ritorno dei dettati.

Nel frattempo i ragazzi italiani leggono romanzi sullo smartphone e scrivono agli autori per influenzare gli sviluppi della trama.

E quelli del Miur oggi avrebbero potuto scegliere 60 righe sul massiccio ritorno degli orsi sulle Alpi. Avrebbero potuto incuriosire i quattordicenni con un bel testo sulle auto senza pilota progettate in California.

E invece no. Han preferito comunicare ai loro utenti, noti surfisti del web, che se sono a pagina 220 di un libro giallo tradizionale di 440 pagine possono con il tatto percepire la distanza che li separa dal nome dell’assassino. La scritta “220 di 440” su un Kindle non sembra al momento altrettanto esplicita.

Un testo sui pannelli solari: perché no?

Un reportage sui bonobo del Congo?

Il treno a levitazione magnetica di Shanghai?

Le virtù dello zenzero?

[…]

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Ariana Grande, Manchester e una giornata a scuola

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Ti ho pensata, dico stamani all’alunna che mi ha introdotto un anno fa, per tramite del suo quaderno, alla figura di Ariana Grande, star planetaria.

Ti ho pensata stanotte, appena ho saputo della strage al concerto. Non ho nominato la cantante, però. Ho detto “il tuo idolo”, e tanto è bastato per generare un equivoco. Si sa che i miti cambiano in fretta, a quell’età, durano un soffio di vento, o la vita di uno smartphone gonfio di mp3. Di quelli passati resta un nebuloso ricordo, come accade a noi adulti con la penultima delle città sfregiate dal terrore. Parigi? Bruxelles? O era Berlino?

Non ho avuto voglia di fare il solito viaggio nell’attualità, scompaginando il diario di bordo di questa mattinata di scuola. Quegli stessi occhietti mezzi addormentati sono già stati Charlie, hanno già visto il Bataclan, hanno riflettuto a settembre sui camion assassini dell’estate. Non ce l’ho fatta, oggi. Troppo poche le ore trascorse dall’attentato, troppo simili a loro le vittime. Troppa morte, davvero, troppa. Come fosse facile smaltire il peso anche soltanto di un angelo motociclista falciato in bicicletta. Come fosse facile.

Oggi poi c’erano le prove per lo spettacolo teatrale di fine anno, la cosa più lontana da un lutto che mi venga in mente. Anche quando in palestra si gioca a chi muore meglio, freddati da due dita di pistola. Quindi è finita che abbiamo riso più del solito, il giorno dopo Manchester, abbiamo scritto battute, abbiamo fatto andare avanti lo show che deve andare avanti.

Perché noi siamo quelli che devono farlo andare avanti.

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When We Were Grillo, quando eravamo tutti grillini

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Noterella a margine della notizia del giorno: il “New York Times” che accusa Grillo di aver alimentato la sfiducia nei confronti dei vaccini, agire del quale si cominciano ad avvertire i serissimi danni.

Il comico smentisce sdegnato: tutte balle.

La rete, tuttavia, non perdona e smaschera: migliaia di citazioni dal sacro blog, spezzoni video, documenti audio, proposte di legge antivax a firma M5S.

Mi capita quindi di vedere per la prima volta dai giornali online alcuni passaggi tratti dagli spettacoli di Grillo, anche apparentemente lontani nel tempo, almeno a giudicare dalla grana delle immagini. Non li ho frequentati, anche se ricordo un certo clamore da grande evento quando passavano dalle mie parti. C’erano quelli, poi, che ti dicevano “se vuoi ti passo il DVD di Grillo”, in genere una copia fresca di masterizzatore, e ti mostravano la custodia con modi da spacciatore guardingo. Era roba contro, era roba che scottava.

Nessuno che aggiungesse: è roba molto stupida.

Dov’era la nostra ragione in quegli anni?

Perché quelle parole non ci hanno fatto schifo fin da subito? Soltanto perché tra una porcheria antiscientifica e l’altra c’era una battuta di spirito?

Perché quegli spettacoli sono stati recensiti quasi sempre come gli exploit di una voce libera, di un guitto profetico?

Perché è andata così, ammettiamolo. Certo, il comico non candidava ancora nessuno alle elezioni e tutte quelle panzane sembravano morire lì dov’eran nate, nei tendoni, nei teatri.

Non sarà che in fondo è anche un po’ colpa nostra? Ci siamo fatti due risate, abbiamo detto “che matto”. Qualcuno avrà sinceramente pensato “che coraggio, che cane sciolto…”.

E quello ci stava dicendo di non vaccinare i bambini.

Lo abbiamo applaudito. Ci siamo fatti sputare addosso mentre blaterava passeggiando tra le seggiole dei teatri strapieni.

L’uomo si sarà pure montato un po’ la testa, ai tempi, si capisce, e oggi probabilmente i pochi che non lo votano gli sembreranno dei traditori.

 

 

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Forza Gabriele Del Grande, viva i suoi libri!

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C’è una cosa che possiamo fare davvero, e tutti, e subito, per Gabriele Del Grande.

Leggerlo.

Non è il momento per le polemiche, anche se fa impressione vederlo definito “documentarista” e blogger dalle testate che avrebbero dovuto contendersi il suo sguardo e la sua firma, negli anni in cui era palesemente il più attento e il più informato sul grande tema che avrebbe finito per sommergerci.

Non dev’essere un tipo che si perde d’animo, Gabriele, e nonostante le porte sbattute in faccia ha saputo tentare nuove strade e nuovi viaggi, per capire e raccontare ancora, in altre forme.

Non dev’essere nemmeno il tipo che si accanisce con i “ve l’avevo detto”, nonostante sia accaduto puntualmente tutto quello che già dieci anni fa lui andava scrivendo mentre navigava attorno ai muri della Fortress Europe, già assediata di assediati.

Ora si tratta di stargli accanto, si tratta di pronunciare e scrivere il suo nome. Vanno bene gli hashtag, gli #iostocongabriele (proprio come lui ci aveva insegnato a “stare con la Sposa”). Va bene tutto, ma va bene anche leggerlo.

I suoi libri si trovano ancora, gli scaffali online dicon “disponibilità immediata”.

Cosa aspettiamo a svuotarli?

Mamadou va a morire e Il mare di mezzo sono due fonti di inestimabile valore. Non saranno aggiornati sugli ultimissimi eventi, ma fanno luce su un fenomeno che – ahinoi – è rimasto lo stesso e scavano nei suoi tragici dettagli. Fanno di più: indagano il lessico delle migrazioni, componendone un utile glossario. Sono costruiti su testimonianze raccolte sul campo, sanno di deserto e mare, di prigione e di stiva.

Forza Gabriele Del Grande.

Ma anche: viva il suo lavoro!

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I danni che fa Report

2016-10-10aOrmai da 10 anni, in una stanza della mia scuoletta che si improvvisa ambulatorio, due volte all’anno un simpatico medico vaccina le mie alunne contro il papilloma virus. Da un po’ di tempo a questa parte si mettono in fila anche i maschietti, portatori del virus e a loro volta possibili vittime. Non sono mattine come tutte le altre. I ragazzi hanno il tesserino delle vaccinazioni ben in vista sul banco, si distraggono per ogni auto che sembra aver parcheggiato nel cortile della scuola, si allarmano per ogni sbattere di portone.

Poi, finalmente, il rito comincia. Si mettono in coda. Entrano nella stanza di cui sopra, uno alla volta. All’uscita a qualcuno scappa una lacrima, qualcuno chiede di essere esentato da ogni attività didattica per i postumi dell’iniezione.

L’ho chiamato rito.

Succede nella mia scuola, ma succede in migliaia di altre. Cambiano solo numeri e facce. Il dottore non sarà sempre simpatico, spessissimo sarà una dottoressa. Succede in Italia, ma succede anche nel Sichuan e in Alabama.
Succederà finché la scienza, e quindi la massima espressione della ragione umana, non avrà trovato una soluzione migliore. Succederà finché lo Stato laico sarà alleato della scienza e se ne servirà per il bene di tutti.

L’inchiesta di Report sui vaccini anti papilloma visus ha dato ieri sera una goffa spallata a quel rito civile.

Con le mani avanti di chi è consapevole esistano ben altre diaboliche ciarlatanerie sul tema vaccini, la trasmissione ha soltanto (!) insinuato, ha soltanto (!) alluso. Il terreno era già stato arato: si sa che le le industrie farmaceutiche sono il Male fattosi consiglio di amministrazione. Aggiungici un medico corrotto che non manca mai, una spruzzatina di tangenti e la postverità è  bella impiattata.

Grande assente: la scienza. C’è un medico specializzato su quel tema che da mesi fa parlare di sé per la sua strenua battaglia a favore delle pratiche vaccinatorie, che dite, lo sentiamo? No. Chissà perchè… Ne va bene anche un altro, uno qualsiasi, bastano tre clic per individuare una serie di nomi autorevoli. No. Vien da pensar male, ma si dia il caso che sia vietato pensar male dei professionisti del pensare male. Si passa subito per censori, per gente che dà la caccia all’Uomo Ragno mentre bande di criminali imperversano in città.

[Mi viene in mente la puntata di Report dedicata al mondo dei colossi del web, in particolare a YouTube. Una coppia di genitori lamentava l’utilizzo delle immagini del figlioletto di pochi mesi, girate e caricate sulla piattaforma al solo scopo di commuovere una nonna australiana, finite invece in un losco servizio Tv sui pedofili e ora a disposizione dei peggiori naviganti dell’intero pianeta. L’inchiesta metteva in guardia dal mostro YouTube, guidato da indicibili interessi economici manco si trattasse un’industria farmaceutica, e trascurava l’unica vera missione da servizio pubblico: indicare ai telespettatori la spunta da fare sul sito (tutt’altro che occultata) se non si vuol rendere visibile a tutti un video caricato.]

Stamani, intanto,  online c’erano già genitori che ringraziavano lo storico programma scoperchiatore di pentole. Grazie, abbiamo visto, non vaccineremo la bimba!

Bingo.

Dove andremo a finire di questo passo è difficile immaginarlo.

Tra un c’è sotto qualcosa, una puzza di bruciato e un conto che non torna, toccherà magari a Sigfrido Ranucci riportarci tutti alla ragione, nel suo discorso di capodanno a reti unificate.

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POZZANGHERA VS 600 PROFUNIVERSITARI

cacciari

Ho fatto le pulci all’appello dei 600 prof. sull’italiano a scuola.

Io sono quello colorato di blu, se non fosse chiaro.

Lo dico per i lettori più giovani, quelli deboli nella comprensione dei testi. Pronti, via.

 

Al Presidente del Consiglio

Alla Ministra dell’Istruzione

Al Parlamento

È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano (1), leggono poco (2) e faticano a esprimersi oralmente. (3) (Ma che ordine – logico? – è mai questo? Scrivere, leggere, parlare. Sembra una sciocchezza ma pensateci: in quanti avreste scritto le tre carenze in quell’ordine?). Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare (Le “Elementari” si chiamano ormai da molti anni “Scuola Primaria”. So perfettamente che diciamo ancora tutti così, ma questo è un appello indirizzato al Presidente del Consiglio, al Parlamento e alla Ministra che di scuola si occupa al livello più alto. Parliamo come mangiamo in un testo che denuncia la lingua approssimativa di molti italiani?). Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana.

A fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato,  anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi (Par di capire che esistano altri piani su cui declinare il tema dell’ortografia, e che generalmente se ne occupino i governi). Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema.

Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente (Ops, che succede? A nessuno dei 600 è venuto in mente un aggettivo che evitasse la proliferazione dei “sufficienti”? Consoliamoci: la “i” c’è entrambe le volte. Il lessico è poverello, ma l’ortografia è salva) possesso degli strumenti linguistici  di base da parte della grande maggioranza degli studenti. 

A questo scopo, noi sottoscritti docenti universitari ci permettiamo di proporre le seguenti linee di intervento:

– una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari. Tali indicazioni dovrebbero contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni;

–  l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale (E l’analisi logica? Soprassediamo? Ma sì, è troppo astratta, cosa si credono quelli, dei filosofi? Mica si va a scuola per discettare di cause e di fini, a scuola si va per spaccare il pronome in quattro e sondare il magico mondo dei verbi difettivi) e scrittura corsiva a mano (Meglio specificare, affinché nessuno si confonda e pensi a delle verifiche nazionali di “scrittura corsiva digitale”. Al massimo regionali, quelle.).

–  Sarebbe utile (In un elenco di sostantivi – revisione, introduzione, … – cosa ci fa un “sarebbe utile”?) la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria (ma allora lo sapete…) e all’esame di terza media (che non si chiama più così, ma tanto basta capirsi…), anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola.

(So di essere antipatico e saccente, ma se un elenco puntato si compone di n. elementi, al termine di ognuno di essi e fino al penultimo bisogna decidere se metterci il punto e virgola – sarebbe preferibile – oppure il punto o magari anche nulla. Se faccio un po’ come capita, poi corro il rischio di passare per un cialtrone sedicenne…)

Siamo convinti che l’introduzione di momenti di seria verifica durante l’iter scolastico sia una condizione indispensabile per l’acquisizione e il consolidamento delle competenze di base (Lo so che ci sono sempre quel saggetto da finire e quel pensoso editoriale da limare, ma anche rileggersi, a volte, non farebbe male. Sempre per quella faccenda del lessico e soprattutto per quella del suono. Eppure gli amati dettati dovrebbero avervi allenati all’ascolto, cari Profs. Le stonature sono dietro l’angolo e i vostri studenti fanno presto a recapitarvi un bel ciaone.) Questi momenti costituirebbero per gli allievi un incentivo a fare del proprio meglio e un’occasione per abituarsi ad affrontare delle prove, pur senza drammatizzarle, mentre gli insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro (3 righe, 7 verbi, 5 infiniti, de gustibus…).

(Sono almeno trent’anni che Cacciari vi dice che lui gli appelli li firma anche, ma voi li dovete almeno rileggere. E voi niente, sempre la stessa storia! Sgrunt!)

P.S.:

Ovviamente, si è fatto un po’ per scherzare. Tuttavia, sotto la polvere dell’appello ammuffito – ignorante di cosa sia già accaduto e stia accadendo nelle società contemporanee, apparentemente  inconsapevole di sconvolgimenti antropologici epocali – si staglia il profilo di un’Italietta smunta, sbiadita, allergica a qualunque progresso. Che torna sempre indietro – si tratti del proporzionale o del dettato ortografico – senza nemmeno la scusa di dover prender la rincorsa. 

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L’Amaca di Michele Serra, sospesa tra il passato e il futuro

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Le mani dei soccorritori, la marcia notturna sugli sci.

Come tutti, anche Michele Serra porta addosso i segni di una storia che ci ha condotti dinanzi all’essenza di tutto: “c’è un ritorno all’osso”, scrive, “alla materia bruta di cui sono fatte vita e morte, e la tecnologia torna ad essere un accessorio”.

Eccoci, di nuovo lì, al solito posto. Dopo poche righe, nell’Amaca in prima pagina, spunta una ragazza di quell’Abruzzo innevato: si lamenta per l’assenza di campo. Il telefonino non prende. Si capisce che per Serra, il contrario di quell’eroismo d’altri tempi sono i tempi odierni fatti di connessioni e di clic, di condivisioni e cinguettii digitali.

Eppure, è sullo schermo di un cellulare che ieri pomeriggio ho visto la faccia di quel vigile incredulo davanti al bambino che stava aiutando a riemergere da quel gelido abisso; l’immagine, quel viso barbuto, più vicina alla felicità che mi sia capitato di vedere da molto tempo a questa parte.

Gli sci, le mani, le pale e le ruspe (quelle buone, mica quelle metaforiche degli sciacalli coi doposci). Ma anche gli smartphone e Facebook. Tutto sta insieme a tutto, quello che c’è sempre stato con quello che è appena arrivato e dobbiamo ancora imparare a digerire. Siamo anche lì dentro, Michele Serra, ci possiamo riconoscere anche nei gesti nuovi. Siamo nei gesti stupidi così come nei gesti eroici. Il vigile del fuoco che si cala nella pancia delle valanghe domani mattina getterà alle ortiche venti minuti solo per scegliere il filtro giusto per una foto su Instagram, e la ragazza che non trovava campo potrà andare a trovare il bambino superstite all’ospedale di Pescara.

L’Amaca online verrà letta e meditata, se ci sarà campo verrà condivisa e arriverà più lontano.

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Ciao Darko

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E così – dopo Umberto Eco e Leonard Cohen, David Bowie, Ettore Scola e Dario Fo – questo 2016 si è portato via anche Darko.

Darko era un cane, un cane gigante. Di razze non capisco un fico secco e non ho voglia di cercare su Google una precisione che ora non mi serve a nulla. Anche perché per me Darko era un orso. Casa sua distava pochi passi dalla mia piccola scuola e il luogo dove ogni giorno parcheggio la macchina era per lui un corridoio di passaggio frequente, tant’è che lo incontravo spesso, mentre rimettevo uno sopra l’altro i quaderni corretti che si erano sparpagliati nel bagagliaio a causa delle curve. Lui passava e andava di fretta, con quell’andatura ciondolante per via di certe vecchie ferite alla zampa. Aveva l’aria tipica dei cani quando sembra abbiano chiarissima in mente la meta del percorso.  Un’aria invidiabile, a pensarci bene, ché a noi tocca in sorte molte meno volte di quelle che vorremmo.

Darko era il cane (l’orso) di una mia alunna, nel frattempo licenziata, diplomata e laureata. L’ho conosciuto mentre l’accompagnava standole al fianco, mai al guinzaglio, e chissà se ne aveva mai visto uno, di guinzaglio. L’ho accarezzato mentre lei lo stropicciava di abbracci e si faceva leccare la faccia, da selvaggio a selvaggia. Qualche volta l’ho avuto ospite nella mia biblioteca di montagna, dove si accucciava fedele attendendo che della padrona finissero le scelte librarie, o più spesso le chiacchiere. Mai un lamento, mai un guaito. Mai un bau (mica fanno bau, gli orsi). Era l’animale più grande del paese e faceva meno paura del più piccolo dei gatti.

Certe mattine l’orso Darko era il primo essere vivente con cui mi relazionavo. Perché un “ciao Darko”, mentre lui passava spedito a fianco della mia Peugeot, poco dopo le sette, io lo dicevo sul serio, ad alta voce, e aveva senso come oggi scriverlo qui.

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Res cogitans, Stream of consciousness

#BastaunNo, fermiamo sul nascere un nuovo dibattito sulla Sinistra

#BastaunNo, davvero.

Siete ancora in tempo.

Stoppate il dibattito sulla sinistra, vi prego.

Poi lo sapete che non riuscite a fermarvi, che vi fate prendere la mano. Vi parte quel gran rimescolo di ricordi, rimorsi e rimpianti e va a finire che davanti agli occhi non vi resta che quella grande nebbia avvolgente.

Michele Serra con il suo articolo di oggi ha evocato il grande sabba delle spocchie e delle superiorità morali. Uno tsunami di opinioni – le stesse già espresse in altre 56 occasioni, ristampe delle ristampe delle ristampe – sta ora per abbattersi sulla nazione. Un profluvio di brillanti allusioni, di maliziose insinuazioni e di orgogliose rivendicazioni di appartenenza. Il tutto ancora una volta meravigliosamente inutile, mentre il Paese rivolge il suo sguardo sempre più spesso verso visioni del mondo inedite e – ahinoi – basiche.

Per una marea di italiani a cui prude la matita copiativa

  • siamo invasi dai migranti (va da sé: bisogna cacciare i migranti)
  • la politica è il regno dei ladri
  • l’Europa è una merda
  • e comunque decide tutto qualche banca d’affari americana

E questi che fanno?

Dibattono della Sinistra, se debba o non debba accogliere Renzi tra le sue fila. Sminuzzano il 60% del 4 dicembre chiedendosi se fosse un No alle riforme, un No al Pd, un No a Renzi, un No alla seconda repubblica nel suo complesso, un No al Sì di Pisapia. Disquisiscono fondamentalmente di ombelichi, i loro.

Serra & Co: anziani che bisticciano – cardigan di lana beige,  mani intrecciate dietro la schiena – davanti al cantiere del nostro sciagurato domani.

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Parola di antonia, Soletta, Stream of consciousness

Riddando come pazzi in vetta ai roccioni

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Antonia Pozzi è morta il 3 dicembre 1938, suicida, a 26 anni. Sarebbe diventata il nostro poeta più grande. Per me lo è stata comunque.

Da ragazza  ha scritto versi come questi.

 

Questa notte è passato l’autunno:

l’accompagnava un’orchestrina arguta

di pioggia e folatelle e gli gemeva

una ballata, carezzosamente.

Tutto il corteo ha danzato sopra i tegoli

e zampettato dentro la grondaia

fin dopo il tocco; poi la brigatella

si è incamminata verso la montagna,

col suo fulvo signore. E tutta notte

hanno gozzovigliato in mezzo ai boschi,

i gaietti compari. In lunghe file,

hanno scalato i dossi più audaci,

hanno riddato come pazzi in vetta

ai roccioni più aspri. Verso l’alba,

si son scagliati in basso a precipizio,

scivolando sul capo dei castani,

investendo a rovina le betulle,

lacerando tra i ciuffi di robinie

le tuniche dorate, abbandonando

i drappeggi di nebbia in mezzo ai rovi.

Stamane, di buon’ora, quando il sole

ha profilato d’oro le montagne,

si sono dileguati. Ma sul dorso

d’ogni boscaglia, son rimaste tracce

del festino notturno: guizzi gialli,

guizzi rossastri, appesi ad ogni ramo

come stelle filanti; manciatelle

di ruggine nel folto del fogliame,

come pugni sfacciati di coriandoli;

tazzettine di colchici, smarrite

dalle fate nei prati, per la fretta;

e in noi, l’eco affiochita delle nenie

frusciate dalla pioggia, nella notte;

in noi una bontà dimenticata

– tenerezza calduccia di bambino –

in noi un abbandono senza nome

– desiderio di brace e di carezze –

 

Antonia Pozzi, 30 settembre 1929

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6 ragioni abbastanza originali per votare Sì il 4 dicembre

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Domenica 4 dicembre voterò convintamente “sì”.

Nel corso di questa estenuante campagna elettorale non ho mai cambiato idea, ma ho cercato di mettere in crisi il più possibile la mia posizione. Ho letto i libri di Zagrebelsky, di Onida e di Pertici: tutti e tre paladini del No. Mentana, Gruber, Floris, Semprini, Berlinguer, Vespa: ho dato. Quando ho cominciato ad addormentarmi nonostante gli ospiti dei dibattiti stessero litigando furiosamente, ho capito che ne sapevo abbastanza.

Credo che le differenti posizioni emerse in questi mesi siano tutte più o meno rispettabili: c’è chi ritiene salvifica la riforma costituzionale e chi la reputa una sciagura; tra gli equidistanti c’è chi ritiene brutta la Carta vigente e pessima quella che potrebbe nascere, ma c’è anche chi giudica ininfluenti per i destini dell’Italia entrambe le versioni, la vecchia e la nuova, perché i problemi starebbero altrove.

Quelle che seguono sono pertanto alcune considerazioni a margine, che tentano fondamentalmente di non ripetere troppo il già detto. Si tratta di pensieri che non fanno finta si tratti soltanto di faccende costituzionali, ma hanno ben chiaro come oggetto del contendere – tutto politico – siano pure l’alba del 5 dicembre e gli anni che ci aspettano.

Pensiero numero uno: la metafora della foresta

Ogni fautore del No ha sventolato i suoi spauracchi. Onida e Zagrebelsky non temono affatto gli stessi effetti nefasti derivanti dalla nuova Costituzione. Entrambi non sembrano dare tutto questo peso all’immunità parlamentare dei Senatori additata invece dal manettaro Travaglio. Alcuni invitano a considerare i rischi del combinato disposto, altri ne fanno una questione di forma (il nuovo testo sarebbe scritto in fretta e male). C’è chi vede derive autoritarie e chi premette con forza che derive autoritarie all’orizzonte non ce ne sono.

Se mi dicono che una buia foresta nordica è pericolosa, io mi spavento e arresto i miei passi. Qualcuno mi dice che è un ambiente gelido. Qualcun altro accenna a belve feroci pronte a sbranarmi. Un terzo consigliere non sa nulla di bestie e mi mette in guardia da certe bacche velenose. Arriva un tizio che mi sconsiglia di avventurarmi perché è in arrivo una tempesta, ma in compenso non ha notizia di frutti mortiferi. Insomma, continuo a considerare quel luogo un inferno oppure provo a proseguire con le precauzioni del caso contro gelo, animali, bacche, gocce di pioggia e altre cose che capitano normalmente nelle foreste?

Pensiero numero due: Maria Elena Boschi

Ormai ne ho fatto una ragione di approfondimento quotidiano, di studio, di analisi. Una piccola ossessione. Io devo capire perché la Ministra delle Riforme sarebbe inadeguata a ricoprire quel ruolo. Inadeguata, anche se quelli più tosti preferiscono “unfit”. Da subito, hanno cominciato a dirlo. Niente a che vedere con questa legge di riforma che ha preso il nome della giovane esponente del Pd: fior di Costituzionalisti  criticano aspramente la nuova Costituzione, ma molti loro colleghi altrettanto titolati la promuovono a pieni voti. Uno dei ritornelli più cantati in questa campagna elettorale è stato l’evergreen “entrare nel merito”. E io, nel merito fino al collo, non ho trovato uno straccetto di prova per l’inadeguatezza presunta della Ministra. Uno strafalcione, un qui pro quo, un capire fischi per fiaschi: nulla, zero pezze d’appoggio per la tesi “Boschi-unfit”, ma il paese sembra unanime: quella donna siede sulla poltrona sbagliata. In un paese (anche) di femministe agguerrite, la Boschi può diventare “la fatina delle riforme” senza che si levi una voce critica. Zero, inadeguata e priva di esperienza, punto. In un paese che in quel ruolo ha visto operare un dentista che se vede un’africana pensa subito (e solo) alle banane.

Posso immaginare un coro di voci pronte a smentirmi: c’è la frase sui Partigiani (che poi basta guardare il video…), c’è la Banca Etruria… Nulla che abbia qualcosa a che vedere con le competenze in materia di riforme, quelle che fin da subito han fatto dire ad una (ahimè) maggioranza di italiani che Maria Elena Boschi non era all’altezza.

Ecco, l’improbabile vittoria del Sì avrebbe di buono la sconfitta di un pregiudizio come quello.

Pensiero numero tre: la scuola

L’anno scolastico 2006-2007 si aprì con un annuncio dell’allora Ministro Fioroni (esponente della Margherita, oggi Pd), ai tempi del secondo governo Prodi. “Sarà un ministero-ponte, e io sarò un ministro-ponte”. Come a dire: “mi han messo qui e so che sarà per poco. Sappiate che non intendo rompervi le scatole”. Non accadde nulla e durò quel battito di ciglia, e nessuno nel mondo della scuola ha un ricordo cattivo di quell’esperienza. Nessuno ha nemmeno un ricordo qualsiasi, però. In buona sostanza, fu il contrario del renzismo furibondo e sgraziato applicato alla scuola. Dal 2014 più di centomila assunzioni, una gran bella botta al precariato storico (quella auspicata da tutti), un’iniezione di denari come non accadeva da decenni. Parole d’ordine roboanti, confusione ma anche idee e non solo idee confuse. Bandi sull’innovazione e bandi sull’inclusione. Una comunicazione sbagliata, un po’ di supponenza, chi lo può negare, ma soprattutto soldi, soldi, soldi. Piovuti sopra la scuola italiana che li chiedeva senza risposte da tanto, troppo tempo.

Vincerà il no e tornerà un ministro-ponte. Sarà comunque meglio di un Ministro dell’Istruzione grillino (ve lo immaginate?), che arriverà comunque a breve. Sarà quello dopo.

Pensiero numero quattro: la laicità

Il Governo di cui ci stiamo per liberare è il più laico della storia repubblicana. Vi viene da ridere, vero? Forse è perché non ci avete mai pensato. Il merito va equamente diviso con il Papato meno ingombrante e intrusivo per la vita civile della nazione, lo so. Ma tant’è. Le unioni civili sono lì a testimoniare questa verità: il “cattolico adulto” Prodi, con i suoi governi molto rimpianti, è riuscito solamente a dare un sacco di nomi – pure brutti – ad un diritto sacrosanto. La sinistra che più sinistra non si può ha definito la Cirinnà una legge che discrimina. Ottimo, intanto mille coppie di omosessuali si sono potute unire civilmente e la lingua italiana, libera dal capestro di commi e codicilli, ha fatto il resto: viva gli sposi!

Pensiero numero cinque: i migranti

Poche le critiche all’operato dell’esecutivo in materia di accoglienza. Il problema è enorme: imprevedibili e inquietanti sono i suoi sviluppi. Le istituzioni centrali, tuttavia, hanno gestito l’emergenza e in alcuni casi si sono distinte per slanci umanitari non certo scontati (…lo stesso non si può dire di moltissimi comuni). Abbiamo soccorso i vivi e anche recuperato i cadaveri dei morti. Di tanti morti. Era scontato? No, non lo era. Vent’anni fa, in epoca pre-crisi (i recuperi in mare aperto costano), il primo governo Prodi lasciò sul fondo del Mediterraneo i fantasmi di Portopalo, nonostante l’accorato appello di tutti i nostri premi Nobel.

Immaginate, quando ai comandi ci sarà un governo leghista o quando sul recupero di una nave di disperati si pronuncerà il web.

Pensiero numero sei: la lista

Mi sono allontanato dalla carta costituzionale da modificare o non modificare. Ci torno per l’ultima considerazione. Gira in rete quel meme, quella foto che campeggia sulla bacheca di un italiano su due. Ci son due colonne, il gioco è semplice: da una parte i Costituenti del ’46, dall’altra la banda di Matteo Renzi. Calamandrei contro Boschi, Croce contro Del Rio, Di Vittorio contro Scalfarotto, La Pira contro il Ministro Martina. Sfida impari, no? Volete mettere? Qualcuno ha risposto alla provocazione invitando ad immaginare una nuova colonna inserita a sinistra, dove iscrivere i nomi di Mazzini, Garibaldi, Cavour, ecc. Ci sarà sempre qualcuno di più grande e autorevole, qualcuno che sarà per forza venuto prima. Io provo invece ad immaginare una colonna inserita a destra, con i nomi tutti nuovi da inserire a partire da lunedì 5 dicembre 2016. Sono sicuro che molti di voi la stileranno in un lampo, con ottimismo. Io c’ho provato, mi sono intristito e ho cominciato a scrivere questo post.

 

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Il mondo salvato da Bebe Vio

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Piccola noterella divergente.

Bebe Vio alla Casa Bianca, una notizia di cui si è parlato molto. Come? Così:

  • un 96% di italiani fieri e toccati, quasi commossi;
  • un 2% (fisiologico) di idioti;
  • un 2% di speculatori (“è un gesto strumentale, la campionessa vale, ma nella fattispecie serve solo a raccattare in vista del referendum”).

Poteva andare peggio.

La notizia a mio parere era un’altra. Se Renzi avesse cercato la storia di uno sportivo paralimpico emancipatosi da un passato di dolore, voltato clamorosamente in gioia di vivere come fosse un calzino, avrebbe potuto pescare nel mazzo dei tanti atleti esemplari del Team Italia reduce da Rio. Nessuno avrebbe avuto nulla in contrario se al tavolo di Obama si fosse seduto a banchettare Alex Zanardi. Quella casella – chiedo scusa per la semplificazione – sarebbe stata comunque degnamente riempita.

Bebe Vio, invece, è soprattutto una ragazza. Una ragazza che, se uno non sapesse già diplomata e sul punto di intraprendere una carriera lavorativa, male non starebbe dentro la definizione di ragazzina. Sarà l’aria sbarazzina, sarà per quel sorriso che – en garde – è come una stoccata vincente. Una giovane italiana sul punto di chiudere il cartone dell’adolescenza, prima di dimettersi da quello sporco lavoro fatto di scelte ed errori, sbalzi d’umore e sbalzi d’amore, pianti e brufoli, eroi di cartone, interrogazioni di diritto, selfie e ricerche disperate di identità smarrite. Una tipologia di persona di cui tutti conosciamo l’esistenza, ma che tutti lasciamo spesso lì parcheggiata, in attesa di compiersi, né carne né pesce.

Metti una sera a cena da Obama e invece, per una volta, no.

Premi Oscar, donne che portano sulle spalle responsabilità enormi e hanno meriti universalmente riconosciuti, leader di potenze mondiali e una ragazzina che ricorda a tutti come la vita sia sostanzialmente una figata.

Un punto di vista indispensabile, direttamente da un pianeta misconosciuto.

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I compiti per le vacanze e il papà Ikea

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Ritorna – c’era d’aspettarselo – il dibattito sui compiti delle vacanze/compiti per casa. Sterile come pochi, questa volta finisce in prima pagina grazie alla lettera di un padre che spiega ai docenti del figlio come quest’ultimo risulterà privo di consegne domestiche svolte, alla ripresa settembrina delle lezioni. Mi sforzo di pensare che i colleghi capitati in sorte al giovane Mattia siano insegnanti della peggior specie e che i compiti in questione fossero esercitazioni sterili, noiose ripetizioni di meccanismi già rodati, applicazione di schemi acquisiti da tempo. Tuttavia, i compiti non sono sempre e soltanto quello che “la gente” pensa che siano. La parola compiti può significare tante diversissime cose: tutte faticose, siamo d’accordo, tutte implicanti un sacrificio che mai assoceremmo al concetto di vacanza. Mai mi sono illuso che possano essere divertenti, i compiti. Utili, molto spesso sì.

I compiti devono essere sfidanti. Devono stanarti, venirti a cercare nella tua quiete intellettuale per colpirti con un sasso. Un buon esempio? La scrivania che il padre finito sui giornali dice di aver costruito insieme al figlio, in sostituzione dei compiti. Esattamente così, sono i compiti.

C’era una scatola di cartone spigolosa che a fatica era entrata in macchina. Era piena di tavolette di legno e di un numero imprecisato di viti e altri pezzetti di plastica. Era accompagnata da un unico foglietto di istruzioni per niente chiaro, reticente su tanti indispensabili passaggi. Una sfida. Accettata e alla fine magari vinta, anche se a voler esser puntigliosi quel cassetto proprio dritto dritto non è. (Daddy, letterina all’Ikea?).

O popolo che numeroso ti sei schierato con il coraggioso genitore, sappi che i compiti non sono sempre una maledizione. Alcuni sono molto meglio di montare una scrivania. I migliori, per esempio, escludono addirittura la partecipazione attiva dei familiari. Proprio non la rendono possibile, sono strutturati affinché la farina provenga tutta dal sacco giusto. Li auguro a tutti i papà, regalano un sacco di tempo libero e permettono, che so…, di montare (senza i figli) una libreria in mogano.

A proposito, il buon Mattia non ha nemmeno letto un libro quest’estate? C’era sicuramente qualche indicazione in proposito, tra i suoi compiti delle vacanze. La lettera non fa cenno a buone letture, si parla di biciclette, campeggi, gestione della casa (non hanno pedalato, forse, i bimbi in regola con la compitazione? Non hanno attraversato boschi e piantato tende? Non lavano i piatti? Non stendono calzini?). Durante l’estate, sul loro blog delle vacanze, i miei alunni mi hanno giorno per giorno raccontato avventure, bagni, viaggi, escursioni, partite di questo e di quello, sogni, ambizioni… Mi hanno raccontato quella vita che stanno giorno per giorno scoprendo anche, come è giusto, da soli. Sostenuti ovviamente da mamme e papà, ma senza che di quelle giovani vite si sentano artefici soltanto perché tengono in mano le istruzioni, in svedese, della libreria da montare.

P.S.

Pochi hanno notato questo passaggio nella lettera del babbo di Mattia. “Diversi docenti, psicologi e avvocati condividono i mio pensiero…”. Avvocati??? E cosa diavolo c’entrano gli avvocati? Che ne sa un avvocato di compiti per le vacanze? Che ne sa più di un panettiere, di un architetto, di un disoccupato?

Evidentemente, si tratta di una nemmeno troppo velata minaccia.

Ebbene sì, il papà conosce un principe del foro che lo aiuta con il trapano a montare le scrivanie.

P.S. 2

La lettera che il papà ha recapitato ai docenti del figlio è scritta a mano, in bella grafia.

Lungi da me ogni tecnoestremismo, ma non sarà il caso di regalare a Mattia un pc economico con una stampante? Magari i suoi insegnanti, passate le vacanze e caduto il divieto, voglion darci dentro con classi virtuali, lezioni capovolte, episodi di apprendimento situato, raffiche di link… La vita di Mattia è proprio finita, tocca rassegnarsi.

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