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Insegnanti per la cittadinanza

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Il 7 settembre ho avuto l’onore di intervistare il maestro Franco Lorenzoni nel corso di un convegno di insegnanti. Negli ultimi anni, da quando mi sono interessato alla sua figura e alle sue idee, ho potuto notare che parlare di lui come “il Maestro”, da parte di un buon numero di docenti, non ha nulla di diverso dal modo in cui per mezzo secolo abbondante gli italiani si sono riferiti ad un uomo, ricco di rughe e molto altro, chiamandolo “L’Avvocato”. Con la differenza non irrilevante che Lorenzoni il maestro lo fa per davvero, da un sacco di anni, tanto che dopo un minuto di chiacchierata con lui hai già davanti agli occhi la faccia di quel tal bambino Lorenzo che non riesce a stare fermo (beato lui) e quell’arguta bimba marocchina che non ama la matematica. Dopo un minuto, forse anche meno.

Al termine della conversazione pubblica, riferendomi ad un’intervista in cui dichiarava di non essere stato molto bravo, a inizio carriera, nel calmare i bambini e nell’aver avuto successo piuttosto nella missione di agitarli, gli ho chiesto cortesemente di provare ad “agitare” la platea che gli sedeva davanti. Non aveva molte pretese, quella domanda. Confesso che mi sarebbe bastato, dopo avergli fatto toccare altri temi alti e spinosi, un riferimento scherzoso su quell’episodio biografico.

E invece no.

Probabilmente per agitare qualcuno è necessario prima agitarsi. E Lorenzoni si è agitato. Non riusciva a stare composto, si contorceva sulla sedia. Ha quindi detto di essere in difficoltà davanti a un particolare momento della vita scolastica, quello in cui lo Stato italiano gli chiede per legge sacrosanta di insegnare agli alunni la disciplina “Cittadinanza e Costituzione” e lui davanti ha sempre più spesso bambini nati in Italia che quella cittadinanza non la possono esercitare, in quanto stranieri. La lezione diventa a quel punto una sorta di ora di religione da cui gli studenti di altre confessioni non possono, meno ipocritamente, essere esentati. Una situazione assurda, come impartire lezioni di alta cucina a chi non possa per legge esercitare il mestiere di cuoco. Come insegnare il rinnovato piano per la mobilità di una grande città (metropolitana, piste ciclabili, zone pedonali) agli inquilini del suo carcere di massima sicurezza.

Il Maestro ha quindi accennato ad un appello che aveva in mente di scrivere e diffondere. Un appello rivolto agli insegnanti, quelli che ogni giorno misurano concretamente la necessità di un provvedimento come quello arenato presso il Senato della Repubblica.

QUI il testo dell’appello.

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Soletta, Stream of consciousness

Soltanto una scena

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La scena di un film, soltanto la scena di un film che probabilmente vi siete persi.

Prima i personaggi.

La mamma. Una donna sui 35/40 anni, malata terminale, ricoverata in un hospice, costretta a letto. Non dirà una parola, non sarà necessario. Apparirà per pochi secondi.

La bambina. Si tratta di sua figlia, massimo 10 anni, due occhi vivaci, magra come un chiodo, capelli lisci e scuri.

Il padre. Sulla cinquantina, non è il genitore della bambina e quindi nemmeno il compagno della donna malata. È il padre di un ragazzo di 25 anni da poco deceduto nella stessa struttura ospedaliera. Conosce la mamma e la bambina per aver frequentato gli stessi asettici corridoi e le stesse stanze.

Il giovane uomo. Vedendolo – la barba incolta, i capelli lunghi e spettinati, i pantaloni corti, gli auricolari perennemente penzolanti – l’avreste chiamato “il ragazzo”, ma viaggia verso i 30. Vicino di casa e amico d’infanzia della giovane vittima del cancro, di cui si è detto sopra, quella da poco deceduta. Amico d’infanzia non significa inseparabile, i due si erano persi di vista. Il giovane uomo non è quindi disperato, soffre il giusto e prova piuttosto pena per il dolore dell’altro personaggio, il padre.

La scena facciamola cominciare da qui. Il padre è distrutto: non va, vaga. Deambula per la casa e per la strada. Decide di recarsi in ospedale per reclamare una coperta colorata, coloratissima, dimenticata dopo la morte del figlio. Si fa accompagnare dal giovane uomo. Mentre parla – e un pochino litiga – con un infermiere che non si applica nella ricerca di quell’oggetto, il giovane uomo incontra la bambina. Meglio: la bambina raggiunge il giovane uomo incuriosita dalla stranezza dei suoi gesti, mentre seduto aspetta il ritorno del padre.

Si sta allenando, il giovane uomo. Ascolta musica con le cuffiette e pratica l’air guitar. Il passatempo più stupido dell’universo. Suona una chitarra che non c’è. Si contorce, il corpo e il viso. Il trionfo della cazzonaggine, l’apoteosi del suo essere un bamboccione spiantato.

Ma la bambina è curiosa e si avvicina. “Cosa stai facendo? E cos’è quella?” – indicando la chitarra che non c’è.

Stacco.

Torniamo sul padre. Chinato sul bancone della reception continua a reclamare la coperta.

Mentre discute con un infermiere ciccione succede qualcosa a cui all’inizio non fai nemmeno caso.

Arrivano correndo la bambina e il giovane uomo. Evidentemente vanno d’accordo, si stanno simpatici. Corrono e sono sorridenti. In mano hanno delle lenzuola bianche. No, non sono lenzuola, sono camici. In un attimo li indossano. Un terzo lo passano al padre, che stranito si dimentica della coperta.

Stacco. La scena si fa interessante.

Siamo ora in una corsia d’ospedale. Uguale a tutte le corsie d’ospedale: corridoio e stanze.

Fuori attendono i due maschi. La bambina esce da una stanza e li rassicura: si può fare. Ha ottenuto il consenso. Ok anche per il mare, dopo.

Entrano.

Tocca alla colonna sonora.

Una canzone bellissima.

Dolce il giusto, ma anche moderna.

Indossano tutti e tre il camice.

Si dispongono attorno al letto.

Inizia la magia.

Air surgery. A questo punto credo si possa chiamare così.

Le mani della bambina, del padre e del giovane uomo indossano guanti invisibili. Panni che non si vedono tamponano sulle fronti un sudore che non c’è.

Le dita danzano, leggere. Affondano il bisturi, immergono le mani, cuciono intrecciando fili. Sorridono, ma sono concentratissimi.

La madre – su quel letto c’è la madre – è perfettamente immobile. Gli occhi sono aperti e guardano la bambina. Sul suo corpo, una coperta colorata (!).

Le mani riemergono, hanno trovato ciò che stavano cercando. Qualcosa di viscido e sgusciante: il padre lo passa alla bambina e la scena finisce. L’intervento chirurgico è perfettamente riuscito. Anche la scena è riuscita: sì, a commuovermi a morte.

Stacco.

Le mani della bambina si schiudono. Sono immerse nel mare. L’intruso è liberato come un pesce guizzante e fortunato.

Fine.

La scena di un film. Israeliano, del 2016. Una settimana e un giorno. Dentro c’è anche molto altro, e merita davvero.

Ma questa poesia non potevo non raccontarvela.

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Soletta, Stream of consciousness

La consegna espressa del bambino virgola

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Proprio accanto al cancello della scuola su cui un’infermiera dipinta somministrava a un bambino dipinto una vaccinazione antipolio dipinta, un circolo di donne assonnate, lavoratrici itineranti del cantiere stradale poco lontano, attorniava un bimbetto accovacciato come una virgola sull’orlo di un tombino aperto. le donne stavano in piedi appoggiate a badili e picconi in attesa che il divo si esibisse. La virgola teneva gli occhi fissi su una delle donne. La madre. Gli venne l’ispirazione. Produsse una piccola pozza. Una foglia gialla. La madre posò il piccone e gli lavò il sederino con l’acqua fangosa di una vecchia bottiglia di Bisleri. Con il liquido rimasto si sciacquò le mani e inondò la foglia per mandarla a finire nel tombino. Nulla in città apparteneva a quelle donne. Non un minuscolo lotto di terreno, non una baracca in uno slum, non un tetto di lamiera sopra la testa. Nemmeno il sistema fognario. Ma adesso avevano lasciato un poco ortodosso deposito diretto, una consegna espressa spedita nel sistema. Forse quello era il primo passo per appropriarsi della metropoli. La madre prese in braccio la virgola, si mise in spalla il piccone, e il piccolo contingente si  allontanò.

Arundhati Roy, Il Ministero della Suprema Felicità

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Forza Gabriele Del Grande, viva i suoi libri!

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C’è una cosa che possiamo fare davvero, e tutti, e subito, per Gabriele Del Grande.

Leggerlo.

Non è il momento per le polemiche, anche se fa impressione vederlo definito “documentarista” e blogger dalle testate che avrebbero dovuto contendersi il suo sguardo e la sua firma, negli anni in cui era palesemente il più attento e il più informato sul grande tema che avrebbe finito per sommergerci.

Non dev’essere un tipo che si perde d’animo, Gabriele, e nonostante le porte sbattute in faccia ha saputo tentare nuove strade e nuovi viaggi, per capire e raccontare ancora, in altre forme.

Non dev’essere nemmeno il tipo che si accanisce con i “ve l’avevo detto”, nonostante sia accaduto puntualmente tutto quello che già dieci anni fa lui andava scrivendo mentre navigava attorno ai muri della Fortress Europe, già assediata di assediati.

Ora si tratta di stargli accanto, si tratta di pronunciare e scrivere il suo nome. Vanno bene gli hashtag, gli #iostocongabriele (proprio come lui ci aveva insegnato a “stare con la Sposa”). Va bene tutto, ma va bene anche leggerlo.

I suoi libri si trovano ancora, gli scaffali online dicon “disponibilità immediata”.

Cosa aspettiamo a svuotarli?

Mamadou va a morire e Il mare di mezzo sono due fonti di inestimabile valore. Non saranno aggiornati sugli ultimissimi eventi, ma fanno luce su un fenomeno che – ahinoi – è rimasto lo stesso e scavano nei suoi tragici dettagli. Fanno di più: indagano il lessico delle migrazioni, componendone un utile glossario. Sono costruiti su testimonianze raccolte sul campo, sanno di deserto e mare, di prigione e di stiva.

Forza Gabriele Del Grande.

Ma anche: viva il suo lavoro!

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Riddando come pazzi in vetta ai roccioni

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Antonia Pozzi è morta il 3 dicembre 1938, suicida, a 26 anni. Sarebbe diventata il nostro poeta più grande. Per me lo è stata comunque.

Da ragazza  ha scritto versi come questi.

 

Questa notte è passato l’autunno:

l’accompagnava un’orchestrina arguta

di pioggia e folatelle e gli gemeva

una ballata, carezzosamente.

Tutto il corteo ha danzato sopra i tegoli

e zampettato dentro la grondaia

fin dopo il tocco; poi la brigatella

si è incamminata verso la montagna,

col suo fulvo signore. E tutta notte

hanno gozzovigliato in mezzo ai boschi,

i gaietti compari. In lunghe file,

hanno scalato i dossi più audaci,

hanno riddato come pazzi in vetta

ai roccioni più aspri. Verso l’alba,

si son scagliati in basso a precipizio,

scivolando sul capo dei castani,

investendo a rovina le betulle,

lacerando tra i ciuffi di robinie

le tuniche dorate, abbandonando

i drappeggi di nebbia in mezzo ai rovi.

Stamane, di buon’ora, quando il sole

ha profilato d’oro le montagne,

si sono dileguati. Ma sul dorso

d’ogni boscaglia, son rimaste tracce

del festino notturno: guizzi gialli,

guizzi rossastri, appesi ad ogni ramo

come stelle filanti; manciatelle

di ruggine nel folto del fogliame,

come pugni sfacciati di coriandoli;

tazzettine di colchici, smarrite

dalle fate nei prati, per la fretta;

e in noi, l’eco affiochita delle nenie

frusciate dalla pioggia, nella notte;

in noi una bontà dimenticata

– tenerezza calduccia di bambino –

in noi un abbandono senza nome

– desiderio di brace e di carezze –

 

Antonia Pozzi, 30 settembre 1929

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6 ragioni abbastanza originali per votare Sì il 4 dicembre

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Domenica 4 dicembre voterò convintamente “sì”.

Nel corso di questa estenuante campagna elettorale non ho mai cambiato idea, ma ho cercato di mettere in crisi il più possibile la mia posizione. Ho letto i libri di Zagrebelsky, di Onida e di Pertici: tutti e tre paladini del No. Mentana, Gruber, Floris, Semprini, Berlinguer, Vespa: ho dato. Quando ho cominciato ad addormentarmi nonostante gli ospiti dei dibattiti stessero litigando furiosamente, ho capito che ne sapevo abbastanza.

Credo che le differenti posizioni emerse in questi mesi siano tutte più o meno rispettabili: c’è chi ritiene salvifica la riforma costituzionale e chi la reputa una sciagura; tra gli equidistanti c’è chi ritiene brutta la Carta vigente e pessima quella che potrebbe nascere, ma c’è anche chi giudica ininfluenti per i destini dell’Italia entrambe le versioni, la vecchia e la nuova, perché i problemi starebbero altrove.

Quelle che seguono sono pertanto alcune considerazioni a margine, che tentano fondamentalmente di non ripetere troppo il già detto. Si tratta di pensieri che non fanno finta si tratti soltanto di faccende costituzionali, ma hanno ben chiaro come oggetto del contendere – tutto politico – siano pure l’alba del 5 dicembre e gli anni che ci aspettano.

Pensiero numero uno: la metafora della foresta

Ogni fautore del No ha sventolato i suoi spauracchi. Onida e Zagrebelsky non temono affatto gli stessi effetti nefasti derivanti dalla nuova Costituzione. Entrambi non sembrano dare tutto questo peso all’immunità parlamentare dei Senatori additata invece dal manettaro Travaglio. Alcuni invitano a considerare i rischi del combinato disposto, altri ne fanno una questione di forma (il nuovo testo sarebbe scritto in fretta e male). C’è chi vede derive autoritarie e chi premette con forza che derive autoritarie all’orizzonte non ce ne sono.

Se mi dicono che una buia foresta nordica è pericolosa, io mi spavento e arresto i miei passi. Qualcuno mi dice che è un ambiente gelido. Qualcun altro accenna a belve feroci pronte a sbranarmi. Un terzo consigliere non sa nulla di bestie e mi mette in guardia da certe bacche velenose. Arriva un tizio che mi sconsiglia di avventurarmi perché è in arrivo una tempesta, ma in compenso non ha notizia di frutti mortiferi. Insomma, continuo a considerare quel luogo un inferno oppure provo a proseguire con le precauzioni del caso contro gelo, animali, bacche, gocce di pioggia e altre cose che capitano normalmente nelle foreste?

Pensiero numero due: Maria Elena Boschi

Ormai ne ho fatto una ragione di approfondimento quotidiano, di studio, di analisi. Una piccola ossessione. Io devo capire perché la Ministra delle Riforme sarebbe inadeguata a ricoprire quel ruolo. Inadeguata, anche se quelli più tosti preferiscono “unfit”. Da subito, hanno cominciato a dirlo. Niente a che vedere con questa legge di riforma che ha preso il nome della giovane esponente del Pd: fior di Costituzionalisti  criticano aspramente la nuova Costituzione, ma molti loro colleghi altrettanto titolati la promuovono a pieni voti. Uno dei ritornelli più cantati in questa campagna elettorale è stato l’evergreen “entrare nel merito”. E io, nel merito fino al collo, non ho trovato uno straccetto di prova per l’inadeguatezza presunta della Ministra. Uno strafalcione, un qui pro quo, un capire fischi per fiaschi: nulla, zero pezze d’appoggio per la tesi “Boschi-unfit”, ma il paese sembra unanime: quella donna siede sulla poltrona sbagliata. In un paese (anche) di femministe agguerrite, la Boschi può diventare “la fatina delle riforme” senza che si levi una voce critica. Zero, inadeguata e priva di esperienza, punto. In un paese che in quel ruolo ha visto operare un dentista che se vede un’africana pensa subito (e solo) alle banane.

Posso immaginare un coro di voci pronte a smentirmi: c’è la frase sui Partigiani (che poi basta guardare il video…), c’è la Banca Etruria… Nulla che abbia qualcosa a che vedere con le competenze in materia di riforme, quelle che fin da subito han fatto dire ad una (ahimè) maggioranza di italiani che Maria Elena Boschi non era all’altezza.

Ecco, l’improbabile vittoria del Sì avrebbe di buono la sconfitta di un pregiudizio come quello.

Pensiero numero tre: la scuola

L’anno scolastico 2006-2007 si aprì con un annuncio dell’allora Ministro Fioroni (esponente della Margherita, oggi Pd), ai tempi del secondo governo Prodi. “Sarà un ministero-ponte, e io sarò un ministro-ponte”. Come a dire: “mi han messo qui e so che sarà per poco. Sappiate che non intendo rompervi le scatole”. Non accadde nulla e durò quel battito di ciglia, e nessuno nel mondo della scuola ha un ricordo cattivo di quell’esperienza. Nessuno ha nemmeno un ricordo qualsiasi, però. In buona sostanza, fu il contrario del renzismo furibondo e sgraziato applicato alla scuola. Dal 2014 più di centomila assunzioni, una gran bella botta al precariato storico (quella auspicata da tutti), un’iniezione di denari come non accadeva da decenni. Parole d’ordine roboanti, confusione ma anche idee e non solo idee confuse. Bandi sull’innovazione e bandi sull’inclusione. Una comunicazione sbagliata, un po’ di supponenza, chi lo può negare, ma soprattutto soldi, soldi, soldi. Piovuti sopra la scuola italiana che li chiedeva senza risposte da tanto, troppo tempo.

Vincerà il no e tornerà un ministro-ponte. Sarà comunque meglio di un Ministro dell’Istruzione grillino (ve lo immaginate?), che arriverà comunque a breve. Sarà quello dopo.

Pensiero numero quattro: la laicità

Il Governo di cui ci stiamo per liberare è il più laico della storia repubblicana. Vi viene da ridere, vero? Forse è perché non ci avete mai pensato. Il merito va equamente diviso con il Papato meno ingombrante e intrusivo per la vita civile della nazione, lo so. Ma tant’è. Le unioni civili sono lì a testimoniare questa verità: il “cattolico adulto” Prodi, con i suoi governi molto rimpianti, è riuscito solamente a dare un sacco di nomi – pure brutti – ad un diritto sacrosanto. La sinistra che più sinistra non si può ha definito la Cirinnà una legge che discrimina. Ottimo, intanto mille coppie di omosessuali si sono potute unire civilmente e la lingua italiana, libera dal capestro di commi e codicilli, ha fatto il resto: viva gli sposi!

Pensiero numero cinque: i migranti

Poche le critiche all’operato dell’esecutivo in materia di accoglienza. Il problema è enorme: imprevedibili e inquietanti sono i suoi sviluppi. Le istituzioni centrali, tuttavia, hanno gestito l’emergenza e in alcuni casi si sono distinte per slanci umanitari non certo scontati (…lo stesso non si può dire di moltissimi comuni). Abbiamo soccorso i vivi e anche recuperato i cadaveri dei morti. Di tanti morti. Era scontato? No, non lo era. Vent’anni fa, in epoca pre-crisi (i recuperi in mare aperto costano), il primo governo Prodi lasciò sul fondo del Mediterraneo i fantasmi di Portopalo, nonostante l’accorato appello di tutti i nostri premi Nobel.

Immaginate, quando ai comandi ci sarà un governo leghista o quando sul recupero di una nave di disperati si pronuncerà il web.

Pensiero numero sei: la lista

Mi sono allontanato dalla carta costituzionale da modificare o non modificare. Ci torno per l’ultima considerazione. Gira in rete quel meme, quella foto che campeggia sulla bacheca di un italiano su due. Ci son due colonne, il gioco è semplice: da una parte i Costituenti del ’46, dall’altra la banda di Matteo Renzi. Calamandrei contro Boschi, Croce contro Del Rio, Di Vittorio contro Scalfarotto, La Pira contro il Ministro Martina. Sfida impari, no? Volete mettere? Qualcuno ha risposto alla provocazione invitando ad immaginare una nuova colonna inserita a sinistra, dove iscrivere i nomi di Mazzini, Garibaldi, Cavour, ecc. Ci sarà sempre qualcuno di più grande e autorevole, qualcuno che sarà per forza venuto prima. Io provo invece ad immaginare una colonna inserita a destra, con i nomi tutti nuovi da inserire a partire da lunedì 5 dicembre 2016. Sono sicuro che molti di voi la stileranno in un lampo, con ottimismo. Io c’ho provato, mi sono intristito e ho cominciato a scrivere questo post.

 

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Un bicchiere di vino frizzante per Gianmaria Testa

Dentro la tasca di un qualunque mattino è stata la mia prima canzone sua. Un pezzo sorprendente, semplice e originalissimo. Ore a chiedersi chi fosse quel genio in ritardo, mostrosacro senza apparente passato. Ore spese a cercare la nota nascosta dalle parti di quel SOL maggiore, minuscola ma indispensabile. Per poi cantare, cantare, cantare ancora.

Mi piace ricordare un grande cantautore ricercando per i fatti miei quella nota maledetta – si è nascosta di nuovo, ma la scovo, sì che la scovo – e postando questo video.

Gianmaria sta sul trespolo, l’arpeggio già si muove come onda, la canzone è salpata. Arriva una ragazza, commessa di libreria. Gli versa in un calice un vinello frizzante, sussurra qualcosa di inutile, che niente a che fare con quella magia in corso. Il cantautore sorride gentile, fa sì con la testa, la bocca ancora al riparo sotto la coperta dei baffi. Dolce. Inizia a cantare. Dentro la tasca di un qualunque mattino, dentro la tasca ti porterei.

 

 

 

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#ilmioPNSD a Scuolamagia

 

Cronaca di una giornata evento presso la Scuola Secondaria di 1° grado di Forni Avoltri (Scuolamagia), nell’ambito della Settimana internazionale dell’Ora del codice.

Martedì 15 dicembre 2015.

Un piccolo plesso ha riaperto le sue porte nel tardo pomeriggio (18.00 – 20.00) per permettere alle famiglie degli alunni, agli ex alunni e agli abitanti di un piccolo comune di montagna di testare e toccare con mano la scuola di domani.

Rigorosamente guidati dai 13 studenti di Scuolamagia, i numerosi partecipanti all’evento hanno potuto sperimentare:

–          una lezione attraverso Skype, in collegamento con la coordinatrice della rete di scuole Sbilf dell’Alto Friuli, con cui l’Istituto Comprensivo di Comeglians collabora assiduamente;

–          un’appassionante sfida di conoscenze, grazie a kahoot.it, utilizzando Lim e smartphone;

–          l’utilizzo di edmodo.com, risolvendo quiz e rompicapi ideati dai ragazzi;

–          l’utilizzo di alcuni tablet con svariate applicazioni didattiche, giochi di strategia e di pensiero, strumenti musicali;

–          l’utilizzo della Lim (Geogebra, disegno manuale, disegno tecnico, ecc.);

–          il web come inestimabile fonte di informazioni, ma anche come ricettacolo di pericolose bufale e mistificazioni della realtà;

Nel corso della serata gli ospiti hanno potuto consultare, con una postazione dedicata, il Piano Nazionale Scuola Digitale.

Un’aula ha accolto inoltre un discreto numero di pezzi d’antiquariato digitale (Pc, telefoni cellulari, stampanti, sistemi operativi, supporti di memoria, ecc.), forniti da un genitore appassionato collezionista, a testimonianza di un affascinante passato remoto.

#ilmioPNSD a Scuolamagia

è un evento organizzato da Alex C., Serena, Patrick, Alex R., Giorgia, Gaia, Eric, Matteo, Angelo, Pietro, Maia, Micael, Marco con i prof. Barbara Gonano e Andrea Disint. Con l’aiuto di Ines Caneva e Ivan Tamussin.

Scuolamagia (Scuola Secondaria di 1° grado di Forni Avoltri – I.C. di Comeglians – Ud)

http://www.unapozzanghera.it/category/scuolamagia/

Twitter: @Scuolamagia_FA

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Il Gioco del Rispetto

Ve lo ricordate il pornoasilo di Trieste?

Strillavano proprio così, i titoli sui giornali. Era l’inizio del 2015 e tutto ruotava attorno alle scuole dell’infanzia del capoluogo del Friuli Venezia Giulia, ad alcune maestre con i loro alunni, ad una scatolina rossa. E di che colore volevate che fosse, l’involucro di un gioco pornografico?

Immaginate ora dei marmocchi che corrono. Hanno poco più di 3 anni e tutto quel movimento fa parte del gioco. Si fermano e le maestre che li stanno guidando chiedono loro di appoggiarsi vicendevolmente una mano sul petto. Si tratta di rintracciare il battito del cuore, e non è difficile dopo quella corsa. Per riconoscersi uguali, vivi, energici, al di là delle forme e delle chiome, del colore dei vestiti, della forma degli occhiali. Un piccolo passo di consapevolezza, per chi conosce i bambini. Una sorta di precoce atto sessuale, per qualche sguardo esterno, lucidamente folle, pronto a denunciare.

Ma il gioco continua, perché la scatolina rossa è un vero serbatoio di idee e di attività. Adesso si gioca a carte: in una c’è un elefante col grembiule: è maschio o femmina? E quello con la valigetta ventiquattrore, pachiderma in affari? M o F? Scommetto che riuscite ad indovinare le risposte più frequentate, voi che vi dilettate di statistica. Sotto lo sguardo esterno, intanto, si storce il naso.

Sotto con altre carte: ci sono la casalinga e il casalingo, la maestra e il maestro, la muratrice e il muratore, la calciatrice e il calciatore. Si somigliano perché hanno gli stessi vestiti e gli stessi strumenti. Certo non per i tratti somatici, seppur stilizzati nel disegno. Non basta, lo sguardo esterno sente lontano un miglio la puzza di gender.

Non di gender gap, quella che uno dovrebbe sentire davvero, la puzza di teoria del gender. Il resto viene da sé, come in un triste cliché: gli articoli su “Libero”, i tweet di Salvini, le interrogazioni dei politici. Il tutto mentre le famiglie dei bambini che hanno giocato il Gioco del Rispetto esprimono unanimi consensi all’iniziativa didattica.

La bufala è facilmente smontabile, ma le leggende metropolitane sono difficili da estirpare, e il clima si fa più pesante. Quelli (che poi sarebbero Quelle) del Gioco del Rispetto hanno le spalle larghe e vanno avanti, non si fermano. Tant’è che oggi chiedono aiuto affinché la scatolina rossa della discordia possa essere prodotta e distribuita in un’edizione scolastica e in una domestica, da giocare direttamente in famiglia. Lo fanno con un crowdfunding, chiedendo quindi il contributo di tutti.

Pensateci, può dipendere da tutti noi il destino di un’elefante carina e ammodo, con il sogno proibito di cavalcare il suo skateboard.

Alla faccia degli sguardi esterni.

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Soletta

Rigore! Lo tira Pasolini

[…]

Pasolini fu l’ultimo a tirare, quando era pari il punteggio. Il tiro decisivo.

Il poeta prese con le mani il pallone, lo strinse come se volesse schiacciarlo, poi se lo fece rimbalzare qualche volta accanto, mentre lui era serio serio, come se stesse pensando. Che pensa in quei momento un giocatore? Ha la mente sgombra, oppure è in preda al terrore che un istante di follia butti al vento tutto? Sono solo undici metri, la porta davanti è immensa, eppure far passare il pallone sembra un’impresa. Quella sera, al campo dell’Idroscalo, Pasolini era il Caos, era dieci ragazzi con un sogno affidato ai suoi piedi, a quell’unico calcio da tirare. Dieci ragazzi dentro di sé, dentro il suo petto e davanti a lui gli occhi azzurri di Riccetto che l’avevano fatto di colpo innamorare.

Il poeta posò il pallone sul dischetto, fece due passi indietro fissando la terra. Poi scattò in avanti e tirò senza guardare. Il pallone si infilò in rete e lui sentì un boato, mentre il Manetta, Spino, il Catena già gli saltavano addosso. Dal mucchio dei compagni, un temporale di abbracci, vide Riccetto sdraiato sulla linea di porta.

Mentre Giglio arrivava con la coppa promessa, e i ragazzi del Caos erano stelle, lui andò verso il portiere, col cuore in tumulto.

“Mi dispiace davvero” gli disse.

Il ragazzo piangeva.

Le urla felici, le lacrime negli occhi del portiere battuto.

Pasolini sentì che era tutto perduto.

Ugo Riccarelli, L’angelo di Coppi, Oscar Mondadori

Il racconto integrale, qui

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Ragazze davvero pronte alla vita

 

Non era male, l’idea di esser “pronti alla vita”. Ci si poteva quasi credere. Poi basta mezzo pomeriggio di strade milanesi in fiamme con il più prevedibile dibattito che ne potesse sorgere (infiltrazioni, manganelli, Alfano, figlidipapà, Genova, la Diaz, Bolzaneto, i cappucci, i servizidordine, Fedez, i tatuaggidiFedez, gli errori di grammatica di Fedez, arrestiamolitutti, arrestiamoFedez, il manifestante intervistato a TGcom24 che voleva fare “bordello”, la mamma di Baltimora, la mamma di Fedez, la mamma di quello che voleva fare bordello ma qualcuno ci pensa a quella povera mamma?, gli hashtag di Severgnini, le ragioni della protesta, la tipa in posa davanti alla macchina bruciata, quelli che “erano solo 500”, …) e tutto si ridimensiona, a cominciare proprio dai i sogni.

Non siam per niente pronti. Alla vita, s’intende.

Non è detto che non lo sia qualcun altro, però.

Come ad esempio le Skate Girls of Kabul fotografate da Jessica Fulford-Dobson, che con i loro colori sono riuscite a strapparmi dal nero dei cappucci e dal grigio delle parole, le nostre parole, in questo strambo primomaggio.

Nessun riassunto, ché si capisce tutto al volo. Quei visi sono più che sufficienti.

La prontezza alla vita, insomma, spiegata bene bene.

Per quando magari decidiamo di riprovarci.

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Une semence di tiere

E si murive d’estât, in montagne,
bella ciao, cuntun façolet ros tal cuel
magari propit sul plui biel
di une vite dute di suspirâ
o tra i bleons frescs di une biele matine
e si murive in invier
platâts ae vite intal fen
di cualchi casere
cuntune femine mai viodude
a fâ fente di jessi tô mari
o la tô femine
si murive in autun, intai fossâi
maraveâts di fueis 
come cialis inmagadis dal glaç
e si disparive frutats, in avrîl, in avost, 
fermâts e petenâts sul puest
o suntun vecjo vagon plombât
dopo si è muarts di bombis e di tramis
di stragjis che cumò
o clamin di stât 
imbroiantsi la viste
intal lengaç dolcit dal podê
cul cuâl strisciamo la notizia 
de pâs armade
e des bombis inteligjentis
che vuê, a sorprese, a copin cualchidun
e si domandìn ducj
tele-vuidâts tai salotti bene di RAI 1 
ce storie sedi mai deventade cheste
che no rivin plui a clamâ la nestre
siamo i ribelli della montagna
il vot di setembar, Ustica, 
un barcon in cuesture
di li che si cole e si mûr
revisions, procès
indagjins che no puartin mai a nuie
e dut il sanc tal sanc
tai voi stracs de int
che à invuluçât di lagrimis e lavôr
cheste so semence di tiere
di li cal è nassût un paîs che al repudie la vuere.

Maurizio Mattiuzza

 

Un seme di terra

E si moriva d’estate, in montagna,/bella ciao, con un fazzoletto rosso al collo/magari proprio sul più bello/d’una vita tutta da desiderare/o tra le lenzuola fresche di una bella mattina/e si moriva d’inverno/nascosti alla vita nel fieno /di qualche cascina/con una donna mai vista/a fingere d’esser tua madre/o tua moglie/si moriva d’autunno, nei fossi,/sorpresi di foglie/come cicale curiose del gelo/e si spariva ragazzi, in aprile, d’agosto,/fermati e freddati sul posto/o su un vecchio vagone piombato/poi si è morti di ordigni e di trame/di stragi che adesso/chiamiamo di stato /truffandoci la vista/nel linguaggio dolciastro del potere/con cui strisciamo la notizia della pace armata/e delle bombe intelligenti/che oggi, a sorpresa, uccidono qualcuno/e ci chiediamo tutti/teleguidati nei salotti bene di RAI 1/che storia sia davvero questa/che non riusciamo più a chiamare nostra/siamo i ribelli della montagna/l’Otto Settembre, Ustica,/una finestra in questura/da cui si cade e si muore/revisioni, processi/indagini che non portano mai a niente/e tutto il sangue nel sangue/negli occhi stanchi della gente/che ha stretto di lacrime e lavoro/questo suo seme di terra/da cui è nato un paese che ripudia la guerra.

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Le storie di Scuolamagia, Res cogitans, Soletta, Tutte queste cose passare

To Be Continued 2015: anche Scuolamagia listening point

Per il terzo anno consecutivo nella mia scuoletta il 24 marzo non sarà un giorno come gli altri.

Nell’aria, infatti, oltre alle voci consuete, ai rimproveri, alle canzoni, alle nozioni, alle imprecazioni, alle campanelle, ai rubinetti aperti per infilarci le guance dopo la partita di ricreazione, alle porte sbattute per la corrente, alle risate, alle sgroppate da bufali su e giù per le scale, ai morsi avidi nella carne dei panini, agli evidenziatori stappati come tappi di spumante, alle parolacce… oltre a tutto questo ci sarà una musica, un rumore di fondo che proverrà da vicino, da lontano e da lontanissimo, da praticamente ovunque nel mondo.

Perché domani c’è To Be Continued, il concertone folle e visionario come un esperanto, la quintessenza dell’idea di internet, la più buona delle buonecause.

24 ore di musica non stop, al ritmo di un artista ogni mezzora.

Noi ci saremo. E ci sarete anche voi se cliccherete

qui

 

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Parola di antonia, Soletta, Stream of consciousness

7 cose su Il nome del figlio

Ho visto Il nome del figlio. Dopo una settimana ho rivisto Il nome del figlio. Ora, forse, posso mettere a verbale due o tre cose che so di lui e della sua autrice.

  • Per prima cosa Il nome del figlio è (questo verbo ha vinto le primarie sbaragliando la concorrenza di “sembra”, “somiglia a”, “ricorda”) un film di Scola. Scorrono i titoli di coda e in quella casa ti ci muoveresti non dico con disinvoltura, ma quasi. Sapresti andare in bagno, andare a chiedere il curry ai vicini, affacciarti sul lato della ferrovia. Quella casa è un vero e proprio personaggio, probabilmente uno dei più complessi da gestire, davanti alla macchina da presa.
  • Francesca Archibugi ancora una volta dimostra di saper dirigere bambini e ragazzi come nessun altro. Capita che ottimi film facciano naufragio per colpa di adolescenti male ammaestrati. Archibugi sa scovare invece facce bimbesche più vere del vero. Ad esempio: da dove è uscita Scintilla, che porta il nome di una staffetta partigiana e una staffetta partigiana ricorda anche nei tratti del viso? (E a me ha ricordato pure Antonia Pozzi, ma quelle son p.d.r.: “perversioni del redattore”)
  • Ne Il nome del figlio come negli altri film della regista i personaggi cantano. In un modo o nell’altro, o prima o dopo, cantano sempre. Io non ho nulla in contrario e lascio fare. Se serve, do pure una mano. Una voce, pardon. Nelle visioni casalinghe, s’intende.
  • Nelle storie raccontate da Francesca Archibugi ci sono comportamenti mostruosi, modi di essere spigolosi, personalità ferite e traballanti; ognuno soffre la sua ombra e nessuno è privo di macchie d’unto sull’anima, più o meno lavabili. L’autrice, tuttavia, si rivela fortemente innocentista. Condanna le colpe e grazia il colpevole, guardato con indulgenza in quanto essere umano. A parte il personaggio interpretato da Guia Soncini, ça va sans dire, non ci sono veri cattivi. È una lezione, questa, che dal cinema di Francesca Archibugi cerco di trasferire nel mio mestiere di insegnante. Si fanno grosse cretinate, ma non esistono cretini. La realtà confuta ogni giorno la teoria, ma bisognerà pur credere in qualcosa.
  • Francesca Archibugi sorvola Roma da dio. In questo film va oltre, e sorvola anche una zuppa di broccoli.
  • I film della regista de Il nome del figlio traboccano di libri. Citati nei dialoghi dai personaggi, letti dalla voce fuori campo, appoggiati su un divano o dispersi in una borsetta tra un assorbente e un mazzo di chiavi.
  • I film di Francesca Archibugi sono scritti molto meglio di tanti libri. La preghiera di Siddharta ne L’albero delle pere, il discorso sull’amore e sulle lampadine pronunciato da Giovanna Mezzogiorno in Lezioni di Volo. Fino alla telefonata di Valeria Golino alla madre, nella pellicola ora nelle sale.

Ce ne sarebbero altri, di pallini. Ma questa è solo una piccola pozzanghera, mica i “Cahiers du cinéma”.

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Soletta, Stream of consciousness, Tutte queste cose passare

Le canzoni son di tutti ma di qualcuno, forse, un po’ di più…

 

Le canzoni son di quelli che sputan sul parabrezza mentre le cantano, e che antepongono il tornare indietro su quel passaggio meraviglioso a una ripartenza col verde dal semaforo.

Le canzoni sono di quelli che hanno il vinile originale, di quelli che hanno il CD con la custodia rotta, di quelli che avevano la cassetta ma o l’hanno persa o c’han registrato sopra della musica più brutta, di quelli che te le passano col telefonino prima di accorgersi che in pugno stringi un Nokia 3310.

Le canzoni sono di quelli che hanno sviscerato il testo e la sanno lunghissima sulla genesi e sui retroscena, sulle citazioni e sugli aneddoti connessi.

Le canzoni sono di quelli che gli sembra sempre già sentita e che dietro c’è sicuramente l’ombra di un plagio (con le due varianti: “lo scriverò a Travaglio!” e “ma in fondo, le note sono solo 7”).

Le canzoni sono di quelli che dopo quel disco non ne ha più fatte di così, valido per tutti gli interpreti e per tutti gli album dopo il primo.

Le canzoni sono di quelli che le sanno a memoria.

Le canzoni sono di quelli che sanno anche gli accordi.

Le canzoni sono di quelli che le parole non le sanno e a volte ci metton quelle della strofa prima.

Le canzoni sono di quelli che le parole non le sanno e a volte le inventano di sana pianta.

Le canzoni sono di quelli che le parole non le sanno e allora cantano appena fuori sync, giusto quei due secondi, con un improbabile effetto eco da valle dolomitica.

Le canzoni sono di quelli che c’hanno creduto quella volta che De Gregori al 1° Maggio si è chiesto “perché una canzone è una canzone popolare?” e si è risposto – manco fosse da Marzullo – “perché l’abbiamo scritta tutti quanti assieme”.

Le canzoni sono di quelli che le cantano a squarciagola anche se sono trasmesse in sottofondo dentro un negozio di scarpe.

Le canzoni sono di quelli che una volta le ricopiavano a mano sulla carta, altro che “angolotesti” o “testimania”.

Le canzoni sono di quelli che fanno le seconde voci, tra gli occhi sgranati degli astanti.

Le canzoni sono di quelli che “meno male che c’è sempre qualcuno che canta e la tristezza ce la fa passare…”.

Le canzoni sono di quelli “con gli amici cantiamo una nuova canzone”, ma le domande consuete son sempre le stesse.

Le canzoni sono di quelli con la chitarra classica simile a quella del loro idolo, che si filmano e postano su YouTube mentre le eseguono, mentre le stonano, mentre le sbagliano, ma le amano dio se le amano, e alla fine sono i primi a scrivere un commento sotto: «Ragazzi, scusate se sono un po’ impacciato…».

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Res cogitans, Soletta, Stream of consciousness

Quando Marilyn era già abbastanza infelice

Da giorni rifletto sulla carta e sulle parole scritte a mano che sempre meno tendono ad abitarla. Non sono un apocalittico e non costruirò barricate. Sono pure sconvolto dall’efficacia di certi messaggi audio su WhatsApp, che stanno mandando in pensione tastiere, t9 e faccine. Se state imparando ora quel tipo di alfabeto da smartphone, lasciate perdere. Tra qualche mese stringerete tra le mani una simpatica clava.

Però che nostalgia. Le lettere, dentro alle buste, o soltanto piegate in quattro. Una facciata, due, mezza soltanto. I bigliettini scritti a scuola e fatti scivolare sotto i banchi da una fila all’altra, alcuni li conservo ancora (e in classe, da insegnante, li combatto il meno possibile…). Gli appunti dell’università, rigorosamente a matita, pieni di disegni quelli dei Prof. noiosi, o troppo matti. Le bruttecopie, gli elenchi di cose da fare.

Capita quindi di rimanere incantati davanti ad questo foglio fitto fitto, la pagina di un’agenda, riempito nientepopodimeno che da Marilyn Monroe, nel 1955.

60 anni dopo, parla ancora (…nella traduzione de “Il Post”). Sussurra, urla. Sussurla.

Sono i propositi per l’anno nuovo, elencati un po’ confusamente. Con una chiusa drammatica, scritta di traverso, come si fa per non essere costretti a girare pagina, quando si è davvero vicini alla fine.

«Try to enjoy myself when I can – I’ll be miserable enough as it is.»

«Cercare di divertirmi e stare bene quando posso – tanto sarò già abbastanza infelice».

 

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Soletta, Stream of consciousness

Chi ti manda, Chimamanda?

Che i due libri preferiti di questo mio 2014 siano entrambi scritti da donne certo non mi sorprende. Che le due autrici si chiamino Auður Ava Ólafsdóttir e Chimamanda Ngozi Adichie mi fa sorridere e ringraziare il presente dei libri acquistati on line, con un clic, senza dover passare per una libraia od un libraio davanti ai quali incartarsi: “avete mica l’ultimo di… ehm… ecco… l’ho scritto qui, sul bigliettino…”.

Americanah è un romanzo strepitoso. Riempie i giorni, e li cambia. Anche se lui è rimasto buono buono sul comodino, finisce che ti ritrovi a sorvolare la Nigeria con Google Earth mentre sei in un’altra stanza per fare altro. Il fatto è che vuoi vedere le strade polverose di Lagos e le automobili che le percorrono, i grattacieli, e le università. Anche se sei fuori casa e l’Einaudi bianco è a chilometri da te, ti ritrovi su YouTube, col telefono, ad ascoltare la canzone (stupidina) che sentono in macchina i due protagonisti appena si rincontrano dopo molti anni di lontananza.

Americanah è bellissimo perché ha tante facce come un diamante. Mille temi universali intrecciati ad arte che mai disturbano lo scorrere della storia d’amore, quella della canzone stupidina, al centro delle vicende narrate.

Dentro Americanah ci sono la Storia e la Geografia, il colonialismo e Barack Obama. Leggi Americanah e capisci il clima di Ferguson-Missouri, capisci perché un africano, anche benestante, non può non voler partire per qualche altrove.

E poi c’è l’amore, dentro Americanah, quello che fa rimanere due persone  unite nella distanza, invulnerabili dinanzi allo scorrere del tempo, “allacciate in un cerchio di completezza”.

 

 

«Le sue parole erano come musica, e si sentì respirare in modo sconnesso, inghiottendo l’aria. Non voleva piangere, era ridicolo piangere dopo tanto tempo, ma i suoi occhi si stavano riempiendo di lacrime e sentiva un macigno nel petto e la gola le pungeva. Le lacrime le facevano prudere il viso. Non fece rumore. Lui le prese la mano nella sua, entrambe strette sul tavolo, e tra loro crebbe il silenzio, un antico silenzio che antrambi conoscevano. Lei era dentro quel silenzio e stava al sicuro».

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah

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