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Migliorare il 25 Aprile

Lib

Mi sono chiesto se si può fare meglio del 25 Aprile.
Mi sono chiesto se si può fare di meglio, il 25 Aprile.
Mi sono chiesto se di può lavorare ad un 25 Aprile migliore.

Ovviamente scrivo per chi, come me, è fortunatamente libero da impacci biografici. Non ho parenti tra le vittime innocenti di quella guerra, non ho memorie incandescenti da proteggere. Sento sulle spalle la memoria del mio Paese, ma anche il destino che va costruito per lui.

Premessa ulteriore: chi oggi si definisce ancora fascista è materia di ordine pubblico. Dovrebbe stare in un fascicolo sulla scrivania del Ministro dell’Interno, se non stesse già nella rubrica del telefono del Ministro dell’Interno. Per capirci, per costruire un 25 Aprile migliore non mi rivolgerei ad un Irriducibile della Lazio, anche se non posso dimenticarmi che esista o ridurlo ad un dettaglio di tutta questa faccenda (è appunto irriducibile, lo dice anche il nome).
La smettessimo per esempio di esaltare, con più o meno ironia, la pratica degli appendimenti a testa in giù. Si fa coi tiranni, ricorda qualcuno. Ok, di salamicidi è piena la storia, ma allora che ce ne facciamo dello stato di diritto? Con tutta la fatica che c’è costato dotarcene. Noi siamo – dovremmo essere – i BUONI. Sei un dittatore e hai mandato a morire gli innocenti? E noi ti diamo un avvocato d’ufficio, per marcare ancora di più la differenza che ci distingue da te. Se proprio dev’essere un derby, come dice quello, noi la squadra la schieriamo in tutt’altra maniera. Tu fai il catenaccio e incateni, noi facciamo il calcio totale di Cruijff, e LIBERI tutti.
La smettessimo di dire che in quella memorabile stagione e in quell’aprile “gli abbiamo fatto il culo”, a quelli. L’ho letto in duecento tweet e post, oggi. È scritto ancora su tanti cartelli, nelle piazze. Primo: LORO gli hanno fatto il culo. NOI siamo quelli venuti dopo. LORO stavano dentro una guerra. NOI “i nemici” dobbiamo portarli dentro una scuola, semmai. O dentro una pagina di un libro di storia. I nostri nemici sono quelli con cui dovremmo costruire il domani del pa… ma che paese e paese, almeno dell’Europa. Esistono casi emblematici di riconciliazioni nazionali post guerre civili che hanno dato risultati sorprendenti in pochissimo tempo. Non è un po’ poco che nel 2019 noi si rstia inchiodati alla rivendicazione di un culo fatto (da altri) nel 1945?
A Sant’Anna di Stazzema il sopravvissuto Enrico Pieri raccontò a me e ai miei alunni dell’incaponimento con cui fece studiare le lingue ai suoi figli, e di come scelse di indirizzarli, per ragioni di studio e lavoro, proprio verso la Germania degli sterminatori della sua famiglia. Andare avanti, aggiustando le cose storte. Questo fanno i Buoni.
La cosa che mi impressiona è lo stallo: da una parte duri e puri, dall’altra duri e neri. Ogni santissimo 25 Aprile. Ma qualcuno è davvero convinto che alla lunga una delle due fazioni avrà la meglio sull’altra? Pensiamo di convincerli delle nostre ragioni per sfinimento? Qualcuno riesce ad individuare anche una minuscola ragione che induca a sperare in un miglioramento di questo meccanismo bloccato? E in virtù di cosa?
Non sarà che, come in tutte le faccende identitarie, l’esistenza di un nemico in fondo ci conforta e ci conferma nel nostro impianto valoriale, buono o cattivo che sia? Perché diciamolo: chi scenderebbe in piazza un giorno di fine d’aprile, magari colla pioggia, se non percepisse un pericoloso autoritarismo strisciante, se non sentisse tanfo di fascio? (E viceversa.)
Lungi da me “mettere sullo stesso piano”, dare dignità a posizioni che non ne hanno.

C’era e c’è una parte giusta.

C’era e c’è una parte sbagliata.

(Lo sapeva anche il cuoco di Salò, che oggi forse giudicherebbe impiattamenti a Masterchef.)

C’erano e ci sono ancora. Ma il quadro è quello, il 25 Aprile 2019. Aspettiamo che un segnale di una qualche natura (distensione, riconciliazione, pace…) arrivi da un “Irriducibile”?
Oppure ci ricordiamo, in questa storia sgocciolata fuori dalla Storia, che noi siamo i BUONI?

 

“Ogni rimando a valori atemporali o metastorici altro non sarebbe che una fuga dal mondo, se non fosse accompagnato da una coraggiosa messa in relazione della propria esistenza con la storicità della stessa”. (Alex Langer)

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Une semence di tiere

E si murive d’estât, in montagne,
bella ciao, cuntun façolet ros tal cuel
magari propit sul plui biel
di une vite dute di suspirâ
o tra i bleons frescs di une biele matine
e si murive in invier
platâts ae vite intal fen
di cualchi casere
cuntune femine mai viodude
a fâ fente di jessi tô mari
o la tô femine
si murive in autun, intai fossâi
maraveâts di fueis 
come cialis inmagadis dal glaç
e si disparive frutats, in avrîl, in avost, 
fermâts e petenâts sul puest
o suntun vecjo vagon plombât
dopo si è muarts di bombis e di tramis
di stragjis che cumò
o clamin di stât 
imbroiantsi la viste
intal lengaç dolcit dal podê
cul cuâl strisciamo la notizia 
de pâs armade
e des bombis inteligjentis
che vuê, a sorprese, a copin cualchidun
e si domandìn ducj
tele-vuidâts tai salotti bene di RAI 1 
ce storie sedi mai deventade cheste
che no rivin plui a clamâ la nestre
siamo i ribelli della montagna
il vot di setembar, Ustica, 
un barcon in cuesture
di li che si cole e si mûr
revisions, procès
indagjins che no puartin mai a nuie
e dut il sanc tal sanc
tai voi stracs de int
che à invuluçât di lagrimis e lavôr
cheste so semence di tiere
di li cal è nassût un paîs che al repudie la vuere.

Maurizio Mattiuzza

 

Un seme di terra

E si moriva d’estate, in montagna,/bella ciao, con un fazzoletto rosso al collo/magari proprio sul più bello/d’una vita tutta da desiderare/o tra le lenzuola fresche di una bella mattina/e si moriva d’inverno/nascosti alla vita nel fieno /di qualche cascina/con una donna mai vista/a fingere d’esser tua madre/o tua moglie/si moriva d’autunno, nei fossi,/sorpresi di foglie/come cicale curiose del gelo/e si spariva ragazzi, in aprile, d’agosto,/fermati e freddati sul posto/o su un vecchio vagone piombato/poi si è morti di ordigni e di trame/di stragi che adesso/chiamiamo di stato /truffandoci la vista/nel linguaggio dolciastro del potere/con cui strisciamo la notizia della pace armata/e delle bombe intelligenti/che oggi, a sorpresa, uccidono qualcuno/e ci chiediamo tutti/teleguidati nei salotti bene di RAI 1/che storia sia davvero questa/che non riusciamo più a chiamare nostra/siamo i ribelli della montagna/l’Otto Settembre, Ustica,/una finestra in questura/da cui si cade e si muore/revisioni, processi/indagini che non portano mai a niente/e tutto il sangue nel sangue/negli occhi stanchi della gente/che ha stretto di lacrime e lavoro/questo suo seme di terra/da cui è nato un paese che ripudia la guerra.

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