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Se in Italia esistesse una sinistra, pronuncerebbe il nome di Alice

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Se in Italia esistesse oggi una sinistra, non avrebbe dubbi e si schiererebbe con forza dalla parte di Alice Sebesta, la giovane donna tedesca protagonista del tragico gesto nel carcere di Rebibbia.

Se esistesse una parte politica che ha a cuore gli svantaggiati, i dimenticati, chi meglio di quella persona sola e disperata potrebbe essere il centro del suo agire, l’oggetto delle sue attenzioni.

Non sarebbe una bestemmia: quale ultimo è più ultimo di quella madre malata e disperata? Chi ha più bisogno di cura, di attenzione e forse, un giorno, di una nuova chance?

Se in Italia esistesse oggi una sinistra, direbbe forte che nessun bambino deve entrare in un carcere, a sei mesi così come a 15 anni. Se in Italia esistesse oggi una sinistra, non tratterebbe la vita di un bambino ed un astratto afflato legalitario come fossero la stessa moneta.

Contrariamente a quanto accade con i delitti che riempiono cronache e palinsesti, dove c’è sempre un byte libero per uno Ziomichele da mandare a memoria, Alice che ha bisogno di noi, oggi come non mai, nemmeno troviamo il coraggio di nominarla. “La madre”, e ce la siamo cavata.

Scrive oggi Adriano Sofri:

“Tutto questo e molto altro si pensa e si discute, finché si sta dentro il cerchio, il recinto stretto e irto del famoso consorzio civile e della sua scorza annerita. Ma ad uscirne per un momento, ad avere ancora un consunto ricordo dell’essere umani, della tragedia che è la vita, allora non c’è da discutere o da distinguere: c’è solo da gridare all’infamia e alla pazzia, c’è solo da sentire quale colpa deliberata, stagionata, incistata sta addosso a una società simile, che prende distrattamente in un giorno qualsiasi di agosto quella madre e quei bambini e li butta via, coloro che lo fanno per mestiere e coloro in nome dei quali viene fatto”.

Altro da dire, proprio non c’è.

 

 

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Claudio Lolli, Poeta

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Se questo blog si chiama Pozzanghera è colpa di un verso di Claudio Lolli, intanto.

Poi penso al destino che lo accomunava ad Andrea Pazienza, che disegnava le copertine dei suoi LP. Essere conosciuti e ricordati quasi esclusivamente per la dimensione politica della loro arte – l’impegno, il Movimento, la ribellione, Bologna, il ’77, “quegli anni” – mentre sfugge, incanalata come pioggia in un tombino, la grandezza inarrivabile della Poesia. Ogni volta che ho visto Lolli muoversi quasi svogliatamente sopra un palco, con tra le mani il libro ingiallito e consumato dei suoi testi, ho pensato che fosse l’unico cantautore a poter essere davvero soltanto letto, senza chitarre, arpeggi, bassisti e ritornelli. Come un poeta, appunto.

Un altro poeta, Gianni D’Elia, di Claudio Lolli scriveva così.

 

Claudio, sapessi
quanta malinconia
nell’attacco arioso del sax
quanta via
fatta dagli anni della nostalgia

quanta vita
riemersa ma vaga
una sola fitta strana
uno struggimento
nel movimento ampio del sax
che risoffia la sua fiammata
e riapre la ferita d’ogni giornata.

Claudio, sapessi
verso il mare
mentre il passo trasale
e i brividi
arrivano ai denti
come la canzone dei tuoi zingari
che suona più nel petto che nel sole
come i lividi
il languore e lo smarrimento
che risuona dentro
nel solco del cuore.

Claudio, quello non fu
il sogno di un momento
e fu l’amore
fu il sogno vero
fu il vento
di cambiare con la testa
il cuore la gioia
di fare della gioventù un portento.

No, venuta su in mezzo alle bombe
generazione
contro il muro dei padri schiantata
educata a un dolore senza amore
a sparare nello specchio
aizzata
per una giustizia di strada sbarrata.
non fosti
il sogno di un momento
generazione.

Claudio, sapessi
quanta malinconia
nel sax
che risoffia la sua fiammata
e riapre la ferita d’ogni giornata
per quegli anni già pieni d’energia
per la speranza comune a ogni cuore
che risuona più nel petto che nel sole
come i lividi, il languore e lo smarrimento
stracciata nel vento col suo amore.

Claudio, ricanta la nostra canzone

 

Gianni D’Elia, Riascoltando gli Zingari Felici

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Ponte Morandi e le cose più grandi di noi

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Una cosa che non dice nessuno. Magari a ragione, ché sicuramente sbaglio io. Però, in mezzo a tutto questo pressapochismo dei tanti ingegneri autonominati, davanti ai distributori di colpe e di ammende (150.000.ooo di multa, abbiamo già la cifra tonda, come si trattasse di un divieto di sosta e non di una vicenda che andrà a sentenza tra 18 anni e 7 governi…), davanti a chi sulle macerie di questa tragedia marcia sopra da ore… ecco, pensare che qualcosa di davvero imprevedibile possa essere accaduto. Qualcosa che possa essersi infilato nel muro spesso dei calcoli matematici che facevano reggere la struttura di quell’opera, qualcosa di ovviamente associato a qualcos’altro che a sua volta era legato ad altro ancora, perché come diceva Gadda i fatti hanno cause e concause concatenate assieme e sono uno gnommero, diceva lui, un garbuglio inestricabile, insomma un gomitolo disordinato in cui i capi del filo va a finire che si smarriscono. Mettiamo pure che ci siano stati errori umani, a vari livelli, e superficialità – tante – ma che siano stati “piccoli”, trascurabili davanti alla forza di quell’imponderabile. Sono consapevole che quando costruisci un viadotto pieno di Tir sopra un condominio pieno di bambini l’imponderabile dovresti averlo domato, ma so anche che a volte noi umani ci siamo illusi delle nostre possibilità, e infinito è l’elenco dei nostri passi più lunghi della gamba.

Non fatalità, quindi, ma fallacità: l’immenso inganno del nostro essere uomini. Perché no?

(Poi ho sicuramente torto, ma se l’alternativa è Benetton che nuota nella piscina riempita di euro e ridacchia mentre sbatte giù il telefono ai tecnici che gli riferiscono gli scricchiolii sinistri del ponte, ecco…) 

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#ANTIFA, ma basterà?

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Cosa vuol dire essere antifascisti? Vuol dire essere i buoni: è chiaro, non ci piove. Ma per essere i buoni è davvero sufficiente non comportarsi come fanno i cattivi? Ecco, questo è il punto.

Io nell’antifascismo, così come è andato configurandosi, vedo questo limite.

Il nervo è scoperto, benissimo. Gli allarmi suonano subito e suonano forte. Un fascista che spara su una folla di migranti ci fa saltare sulla sedia, ma provocherebbe la stessa reazione in noi anche la semplice foto della sua cameretta con scritti hitleriani in bella mostra, o la sua tempia decorata a svastiche. “Il Lupo” ci fa paura e ci indigna. Perfetto, ma se diciamo che tutto questo ci offende e ci fa schifo siamo stati sufficientemente antifascisti?

Secondo me, no. Per essere i buoni, bisogna fare le cose buone. Le cose buone scacciano le cose cattive, e i cattivi con loro. Oggi a Macerata – e il 24, a Roma – si canterà Bella ciao e molte persone grideranno che i fascisti fanno schifo, perché è vero e perché è giusto. Probabilmente non basterà. Il contrario della mancata strage marchigiana è una piazza aperta agli stranieri che vivono in Italia, ai loro canti e ai loro balli. Aperta ai loro nomi, perché siamo antifascisti e antirazzisti ma se ci chiedono di dire 5 nomi propri di africani dopo Abdul e Mohammed siamo già fermi al palo, mentre in Italia ormai i Mamadou sono più dei Giuseppe. Il partito che vuole davvero combattere Forza Nuova e Casa Pound apre le sue sedi ai migranti, li accoglie nelle sue fila anche se non può raccoglierne i voti o candidarli in un collegio, o affidare loro un assessorato.

Ci sono gruppi di intellettuali, penso ai Wu Ming, che fanno un lavoro meritorio di caccia al fascista contemporaneo: scovano minuscoli assessori che hanno fornito sporchi patrocini a iniziative nostalgiche, stanano candidati che hanno banchettato in passato coi gerarchi delle nuove formazioni nere. Con la pars destruens ci siamo, grazie di cuore, ma poi?

Periodicamente scattano infinite polemiche attorno all’antifascismo altrui. Leggendo queste righe sicuramente qualcuno potrebbe già mettere in discussione il mio livello di distanza dalla sporca idea. L’immagine di Gobetti in testa al blog parrebbe dare garanzie piuttosto solide, ma poi, se uno critica le manifestazioni di piazza contro i fasci…

L’antifascismo antagonista andrebbe accompagnato con qualcosa di nuovo proprio per una semplicissima ragione: fino ad ora non ha funzionato. Cosa succede alle teste rasate come “il Lupo” di Macerata mentre la città sta scandendo le classiche parole della tradizione antifascista? Succede che le stiamo caricando come fossero macchine elettriche. Le stiamo motivando, stiamo dando loro le ragioni per organizzare una rivincita (pure più eccitante perché – per ora, fortunatamente – clandestina).

Mai che qualcuno proponga di sparigliare. Siamo a tutti gli effetti davanti agli strascichi di una guerra civile e nel mondo non mancano gli esempi di soluzioni alternative, nel tentativo di ricucire le ferite di una nazione, anche quando la sproporzione tra le responsabilità dei contendenti è abissale. Non si tratta di trovare delle ragioni nel Fascismo per farci un compromesso. Si tratta di provare ad andare da qualche parte più o meno tutti insieme.

Sarebbe bello che quando “il Lupo” ci viene a cercare non ci trovasse in casa. Ripassa più tardi, sono usciti. Sono scesi nelle strade del mondo, dovevano compiere il loro dovere di buoni. Ci rimarrebbe male, e mai colpo più forte al Fascismo sarebbe stato assestato.

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Tra gli odiatori di Gentiloni e i bibliofili di Lodovica Comello

Lodo

Fate quest’esperienza, o se non avete tempo lasciate che ve la faccia fare io nelle poche righe che seguono.

Andate sul profilo Twitter del Presidente del Consiglio. Il 27 dicembre, ieri rispetto a questo post, ha fatto gli auguri alla Costituzione. Piuttosto banalmente, ha scritto “Evviva”. Banale, ma le banalità bisogna sapersele permettere. Oggi, infatti, nel corso della conferenza stampa di fine anno ha  riconosciuto ridacchiando di aver pronunciato poco prima una Frase Storica. Aveva detto che “il Governo governerà”. Ecco, adesso però leggete cos’hanno scritto sotto (al momento) 605 italiani come me, come voi. Adulti con nome  e cognome, gente con un titolo di studio ed un lavoro, appassionati di politica, non profili fake dai nomi improbabili.

Ok, so che non ci siete andati, a leggere. E vi capisco. Però avete capito cosa avreste trovato.

Andiamo avanti.

Andate ora sul profilo Instagram di Lodovica Comello. Esatto, sì, proprio lei, la mia conterranea. 28 dicembre: la giovane cantante è in partenza per Buenos Aires. Raggiunta Milano, prima di arrivare farà scalo a San Paolo. Una bella maratona, tant’è che la Nostra esibisce sulle ginocchia il libro che l’accompagnerà durante il viaggio: David Grossman, Qualcuno con cui correre.

Ora fate come con Gentiloni: leggete sotto. Tenete a mente che l’illustre friulana spopola tra i tredicenni e forse l’età l’ho pure sparata grossa. Spopola tra ragazzine che si autonominano “lodo.my.heaven”, “lodofanatica” e “lodofanaticaxsempre”…

Ecco, invece, sorpresa.

Sotto quella foto trovate un ricco elenco di letture. Sì, le fan, quasi tutte femmine, ricambiano il consiglio e elencano ognuna la lettura del cuore, quella che ti cambia la vita.

Una festa di libri, un elenco che manderebbe felicemente in soffitta gli elenchi distribuiti da certi insegnanti di lettere prima dell’estate, con Il sentiero dei nidi di ragno stufo anch’esso di starsene lì da 25 anni, tra Pavese e Edgar Allan Poe.

Questo Cormac McCarthy, Lodo, segnatelo. E anche quel Ray Bradbury.

Il diario di Anna Frank, sì cara, quello dei tifosi della Lazio.

E poi Stieg Larsson, Carlos Ruiz Zafon.

Ma anche Wonder, magari complice il film nelle sale.

Un amore di Buzzati, oh yeah. Cime tempestose e la biografia di Bebe Vio, Delitto e castigo e Macbeth.

L’arte della Gioia, Lodoooooo, di Goliarda Sapienza: “Bello impegnativo ma di un’intensità pazzesca”. Come dare torto alla tua fan?

Poi c’è quella che non ricorda il titolo e quella che ha scordato l’autore, pazienza.

Io intanto sto molto meglio e penso all’idea che hanno gli adulti dei ragazzini sui social.

(Nel frattempo, Comello ha già detto se si candida con Renzi o con Liberi e Uguali?)

 

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Insegnanti per la cittadinanza

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Il 7 settembre ho avuto l’onore di intervistare il maestro Franco Lorenzoni nel corso di un convegno di insegnanti. Negli ultimi anni, da quando mi sono interessato alla sua figura e alle sue idee, ho potuto notare che parlare di lui come “il Maestro”, da parte di un buon numero di docenti, non ha nulla di diverso dal modo in cui per mezzo secolo abbondante gli italiani si sono riferiti ad un uomo, ricco di rughe e molto altro, chiamandolo “L’Avvocato”. Con la differenza non irrilevante che Lorenzoni il maestro lo fa per davvero, da un sacco di anni, tanto che dopo un minuto di chiacchierata con lui hai già davanti agli occhi la faccia di quel tal bambino Lorenzo che non riesce a stare fermo (beato lui) e quell’arguta bimba marocchina che non ama la matematica. Dopo un minuto, forse anche meno.

Al termine della conversazione pubblica, riferendomi ad un’intervista in cui dichiarava di non essere stato molto bravo, a inizio carriera, nel calmare i bambini e nell’aver avuto successo piuttosto nella missione di agitarli, gli ho chiesto cortesemente di provare ad “agitare” la platea che gli sedeva davanti. Non aveva molte pretese, quella domanda. Confesso che mi sarebbe bastato, dopo avergli fatto toccare altri temi alti e spinosi, un riferimento scherzoso su quell’episodio biografico.

E invece no.

Probabilmente per agitare qualcuno è necessario prima agitarsi. E Lorenzoni si è agitato. Non riusciva a stare composto, si contorceva sulla sedia. Ha quindi detto di essere in difficoltà davanti a un particolare momento della vita scolastica, quello in cui lo Stato italiano gli chiede per legge sacrosanta di insegnare agli alunni la disciplina “Cittadinanza e Costituzione” e lui davanti ha sempre più spesso bambini nati in Italia che quella cittadinanza non la possono esercitare, in quanto stranieri. La lezione diventa a quel punto una sorta di ora di religione da cui gli studenti di altre confessioni non possono, meno ipocritamente, essere esentati. Una situazione assurda, come impartire lezioni di alta cucina a chi non possa per legge esercitare il mestiere di cuoco. Come insegnare il rinnovato piano per la mobilità di una grande città (metropolitana, piste ciclabili, zone pedonali) agli inquilini del suo carcere di massima sicurezza.

Il Maestro ha quindi accennato ad un appello che aveva in mente di scrivere e diffondere. Un appello rivolto agli insegnanti, quelli che ogni giorno misurano concretamente la necessità di un provvedimento come quello arenato presso il Senato della Repubblica.

QUI il testo dell’appello.

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Le Ong, i migranti e la sinistra che preferisce di no

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Chi lavora per una Ong conosce perfettamente il significato del termine “persecuzione”. Lo conosce perché ha visto con i propri occhi delle persecuzioni in atto. Gli può essere capitato di operare addirittura nel mezzo, di una persecuzione, non soltanto dopo. Per questo ne conosce i colori, i rumori, gli odori.

Chi lavora per una Ong impegnata a salvare vite nel Mediterraneo sa benissimo che la questione sul tappeto in queste settimane – il codice Minniti, le indagini della procura di Taranto, le procedure di intervento in mare vecchie e nuove – non ha niente a che vedere con una persecuzione. Potrà chiamarla rogna, intoppo, ostacolo, pastoia burocratica, strumentalizzazione a fini politici, la chiamerà come ritiene, ma non utilizzerà mai il termine persecuzione.

Da ieri in Italia, un nutrito gruppo di intellettuali ha lanciato un appello che quella parola la usa eccome. Dice proprio così: “il Governo italiano perseguita le Ong”.

Altre espressioni di quel breve testo mi hanno colpito.

“È in corso un nuovo sterminio di massa“. Sterminio di massa, do you know?

“…il governo italiano si accanisce contro chi approda…”. Accanisce, come fa un cane rabbioso.

“Il nostro governo non è indifferente a questa carneficina, ma complice“. Carneficina, chiaro?

Alla fine, l’appello stigmatizza l’uso di parole enfatiche come “assedio” riferite all’approdo di migranti sul suolo italiano. Giustissimo, fa soltanto un po’ ridere se a scriverlo sono quelli di perseguita sterminio di massa carneficina, ecc.

Hanno letto e firmato invitando gli italiani a fare altrettanto. Sono una sessantina. Scrittori di cui ho letto i romanzi, uomini politici che ho seguito con interesse, uomini di chiesa, giornalisti. Li conosco praticamente tutti. Non essere quasi mai d’accordo con quello che affermano mi mette spesso in crisi, ultimamente, perché loro sono quelli che custodiscono il brand Sinistra® in Italia.

Ma io non voglio usare le parole a caso.

Io non chiamo olocausto tutto ciò che di brutto accade sul pianeta.

Io non voglio diventare uno che punta il dito, individua in quattroequattrotto i colpevoli (i carnefici…) dentro questioni complessissime di portata epocale.

Io non voglio affidarmi a una classe di intellettuali che firma svogliatamente, sulla fiducia, l’ennesimo appello senza prima manco correggerne i refusi.

Come al solito, l’appello indignato è anche rigorosamente un appello antifascista (il gruppo ha i diritti anche sul marchio Antifascismo®, si sa). Lo fa indirettamente, citando i 12 professori che non presero la tessera del Duce. Modestamente, ci fanno sapere, noi che abbiam firmato siamo come quelli lì.

Con la piccola differenza che i 12 all’epoca misero in gioco le loro cattedre e si abbonarono ad un futuro di persecuzioni vere, verissime. E questi? (Facile dire che Di Maio non è Pertini e dio solo sa quanto non sia Pertini, ma questi?).

Questi hanno “preferito di no” su whattsapp un venerdì d’agosto, e di coraggio non troveranno nemmeno quello di unirsi per evitare le soglie di sbarramento che verranno. E di migrazioni non si occuperanno mai se non così.

(Come è ovvio, questo post non sottovaluta e non dimentica i drammi dei migranti, le condizioni di chi si imbarcherà nonostante tutto e di chi invece sarà costretto a rimanere nella Libia di oggi. Questo post parla della mia parte politica che per non cambiare il proprio abito mentale, nel contempo vecchio e adolescenziale, ha rinunciato non solo a cambiare il mondo, ma anche a lenirne blandamente le ferite.)

 

 

 

 

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Soltanto una scena

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La scena di un film, soltanto la scena di un film che probabilmente vi siete persi.

Prima i personaggi.

La mamma. Una donna sui 35/40 anni, malata terminale, ricoverata in un hospice, costretta a letto. Non dirà una parola, non sarà necessario. Apparirà per pochi secondi.

La bambina. Si tratta di sua figlia, massimo 10 anni, due occhi vivaci, magra come un chiodo, capelli lisci e scuri.

Il padre. Sulla cinquantina, non è il genitore della bambina e quindi nemmeno il compagno della donna malata. È il padre di un ragazzo di 25 anni da poco deceduto nella stessa struttura ospedaliera. Conosce la mamma e la bambina per aver frequentato gli stessi asettici corridoi e le stesse stanze.

Il giovane uomo. Vedendolo – la barba incolta, i capelli lunghi e spettinati, i pantaloni corti, gli auricolari perennemente penzolanti – l’avreste chiamato “il ragazzo”, ma viaggia verso i 30. Vicino di casa e amico d’infanzia della giovane vittima del cancro, di cui si è detto sopra, quella da poco deceduta. Amico d’infanzia non significa inseparabile, i due si erano persi di vista. Il giovane uomo non è quindi disperato, soffre il giusto e prova piuttosto pena per il dolore dell’altro personaggio, il padre.

La scena facciamola cominciare da qui. Il padre è distrutto: non va, vaga. Deambula per la casa e per la strada. Decide di recarsi in ospedale per reclamare una coperta colorata, coloratissima, dimenticata dopo la morte del figlio. Si fa accompagnare dal giovane uomo. Mentre parla – e un pochino litiga – con un infermiere che non si applica nella ricerca di quell’oggetto, il giovane uomo incontra la bambina. Meglio: la bambina raggiunge il giovane uomo incuriosita dalla stranezza dei suoi gesti, mentre seduto aspetta il ritorno del padre.

Si sta allenando, il giovane uomo. Ascolta musica con le cuffiette e pratica l’air guitar. Il passatempo più stupido dell’universo. Suona una chitarra che non c’è. Si contorce, il corpo e il viso. Il trionfo della cazzonaggine, l’apoteosi del suo essere un bamboccione spiantato.

Ma la bambina è curiosa e si avvicina. “Cosa stai facendo? E cos’è quella?” – indicando la chitarra che non c’è.

Stacco.

Torniamo sul padre. Chinato sul bancone della reception continua a reclamare la coperta.

Mentre discute con un infermiere ciccione succede qualcosa a cui all’inizio non fai nemmeno caso.

Arrivano correndo la bambina e il giovane uomo. Evidentemente vanno d’accordo, si stanno simpatici. Corrono e sono sorridenti. In mano hanno delle lenzuola bianche. No, non sono lenzuola, sono camici. In un attimo li indossano. Un terzo lo passano al padre, che stranito si dimentica della coperta.

Stacco. La scena si fa interessante.

Siamo ora in una corsia d’ospedale. Uguale a tutte le corsie d’ospedale: corridoio e stanze.

Fuori attendono i due maschi. La bambina esce da una stanza e li rassicura: si può fare. Ha ottenuto il consenso. Ok anche per il mare, dopo.

Entrano.

Tocca alla colonna sonora.

Una canzone bellissima.

Dolce il giusto, ma anche moderna.

Indossano tutti e tre il camice.

Si dispongono attorno al letto.

Inizia la magia.

Air surgery. A questo punto credo si possa chiamare così.

Le mani della bambina, del padre e del giovane uomo indossano guanti invisibili. Panni che non si vedono tamponano sulle fronti un sudore che non c’è.

Le dita danzano, leggere. Affondano il bisturi, immergono le mani, cuciono intrecciando fili. Sorridono, ma sono concentratissimi.

La madre – su quel letto c’è la madre – è perfettamente immobile. Gli occhi sono aperti e guardano la bambina. Sul suo corpo, una coperta colorata (!).

Le mani riemergono, hanno trovato ciò che stavano cercando. Qualcosa di viscido e sgusciante: il padre lo passa alla bambina e la scena finisce. L’intervento chirurgico è perfettamente riuscito. Anche la scena è riuscita: sì, a commuovermi a morte.

Stacco.

Le mani della bambina si schiudono. Sono immerse nel mare. L’intruso è liberato come un pesce guizzante e fortunato.

Fine.

La scena di un film. Israeliano, del 2016. Una settimana e un giorno. Dentro c’è anche molto altro, e merita davvero.

Ma questa poesia non potevo non raccontarvela.

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La consegna espressa del bambino virgola

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Proprio accanto al cancello della scuola su cui un’infermiera dipinta somministrava a un bambino dipinto una vaccinazione antipolio dipinta, un circolo di donne assonnate, lavoratrici itineranti del cantiere stradale poco lontano, attorniava un bimbetto accovacciato come una virgola sull’orlo di un tombino aperto. le donne stavano in piedi appoggiate a badili e picconi in attesa che il divo si esibisse. La virgola teneva gli occhi fissi su una delle donne. La madre. Gli venne l’ispirazione. Produsse una piccola pozza. Una foglia gialla. La madre posò il piccone e gli lavò il sederino con l’acqua fangosa di una vecchia bottiglia di Bisleri. Con il liquido rimasto si sciacquò le mani e inondò la foglia per mandarla a finire nel tombino. Nulla in città apparteneva a quelle donne. Non un minuscolo lotto di terreno, non una baracca in uno slum, non un tetto di lamiera sopra la testa. Nemmeno il sistema fognario. Ma adesso avevano lasciato un poco ortodosso deposito diretto, una consegna espressa spedita nel sistema. Forse quello era il primo passo per appropriarsi della metropoli. La madre prese in braccio la virgola, si mise in spalla il piccone, e il piccolo contingente si  allontanò.

Arundhati Roy, Il Ministero della Suprema Felicità

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Ariana Grande, Manchester e una giornata a scuola

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Ti ho pensata, dico stamani all’alunna che mi ha introdotto un anno fa, per tramite del suo quaderno, alla figura di Ariana Grande, star planetaria.

Ti ho pensata stanotte, appena ho saputo della strage al concerto. Non ho nominato la cantante, però. Ho detto “il tuo idolo”, e tanto è bastato per generare un equivoco. Si sa che i miti cambiano in fretta, a quell’età, durano un soffio di vento, o la vita di uno smartphone gonfio di mp3. Di quelli passati resta un nebuloso ricordo, come accade a noi adulti con la penultima delle città sfregiate dal terrore. Parigi? Bruxelles? O era Berlino?

Non ho avuto voglia di fare il solito viaggio nell’attualità, scompaginando il diario di bordo di questa mattinata di scuola. Quegli stessi occhietti mezzi addormentati sono già stati Charlie, hanno già visto il Bataclan, hanno riflettuto a settembre sui camion assassini dell’estate. Non ce l’ho fatta, oggi. Troppo poche le ore trascorse dall’attentato, troppo simili a loro le vittime. Troppa morte, davvero, troppa. Come fosse facile smaltire il peso anche soltanto di un angelo motociclista falciato in bicicletta. Come fosse facile.

Oggi poi c’erano le prove per lo spettacolo teatrale di fine anno, la cosa più lontana da un lutto che mi venga in mente. Anche quando in palestra si gioca a chi muore meglio, freddati da due dita di pistola. Quindi è finita che abbiamo riso più del solito, il giorno dopo Manchester, abbiamo scritto battute, abbiamo fatto andare avanti lo show che deve andare avanti.

Perché noi siamo quelli che devono farlo andare avanti.

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Forza Gabriele Del Grande, viva i suoi libri!

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C’è una cosa che possiamo fare davvero, e tutti, e subito, per Gabriele Del Grande.

Leggerlo.

Non è il momento per le polemiche, anche se fa impressione vederlo definito “documentarista” e blogger dalle testate che avrebbero dovuto contendersi il suo sguardo e la sua firma, negli anni in cui era palesemente il più attento e il più informato sul grande tema che avrebbe finito per sommergerci.

Non dev’essere un tipo che si perde d’animo, Gabriele, e nonostante le porte sbattute in faccia ha saputo tentare nuove strade e nuovi viaggi, per capire e raccontare ancora, in altre forme.

Non dev’essere nemmeno il tipo che si accanisce con i “ve l’avevo detto”, nonostante sia accaduto puntualmente tutto quello che già dieci anni fa lui andava scrivendo mentre navigava attorno ai muri della Fortress Europe, già assediata di assediati.

Ora si tratta di stargli accanto, si tratta di pronunciare e scrivere il suo nome. Vanno bene gli hashtag, gli #iostocongabriele (proprio come lui ci aveva insegnato a “stare con la Sposa”). Va bene tutto, ma va bene anche leggerlo.

I suoi libri si trovano ancora, gli scaffali online dicon “disponibilità immediata”.

Cosa aspettiamo a svuotarli?

Mamadou va a morire e Il mare di mezzo sono due fonti di inestimabile valore. Non saranno aggiornati sugli ultimissimi eventi, ma fanno luce su un fenomeno che – ahinoi – è rimasto lo stesso e scavano nei suoi tragici dettagli. Fanno di più: indagano il lessico delle migrazioni, componendone un utile glossario. Sono costruiti su testimonianze raccolte sul campo, sanno di deserto e mare, di prigione e di stiva.

Forza Gabriele Del Grande.

Ma anche: viva il suo lavoro!

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I danni che fa Report

2016-10-10aOrmai da 10 anni, in una stanza della mia scuoletta che si improvvisa ambulatorio, due volte all’anno un simpatico medico vaccina le mie alunne contro il papilloma virus. Da un po’ di tempo a questa parte si mettono in fila anche i maschietti, portatori del virus e a loro volta possibili vittime. Non sono mattine come tutte le altre. I ragazzi hanno il tesserino delle vaccinazioni ben in vista sul banco, si distraggono per ogni auto che sembra aver parcheggiato nel cortile della scuola, si allarmano per ogni sbattere di portone.

Poi, finalmente, il rito comincia. Si mettono in coda. Entrano nella stanza di cui sopra, uno alla volta. All’uscita a qualcuno scappa una lacrima, qualcuno chiede di essere esentato da ogni attività didattica per i postumi dell’iniezione.

L’ho chiamato rito.

Succede nella mia scuola, ma succede in migliaia di altre. Cambiano solo numeri e facce. Il dottore non sarà sempre simpatico, spessissimo sarà una dottoressa. Succede in Italia, ma succede anche nel Sichuan e in Alabama.
Succederà finché la scienza, e quindi la massima espressione della ragione umana, non avrà trovato una soluzione migliore. Succederà finché lo Stato laico sarà alleato della scienza e se ne servirà per il bene di tutti.

L’inchiesta di Report sui vaccini anti papilloma visus ha dato ieri sera una goffa spallata a quel rito civile.

Con le mani avanti di chi è consapevole esistano ben altre diaboliche ciarlatanerie sul tema vaccini, la trasmissione ha soltanto (!) insinuato, ha soltanto (!) alluso. Il terreno era già stato arato: si sa che le le industrie farmaceutiche sono il Male fattosi consiglio di amministrazione. Aggiungici un medico corrotto che non manca mai, una spruzzatina di tangenti e la postverità è  bella impiattata.

Grande assente: la scienza. C’è un medico specializzato su quel tema che da mesi fa parlare di sé per la sua strenua battaglia a favore delle pratiche vaccinatorie, che dite, lo sentiamo? No. Chissà perchè… Ne va bene anche un altro, uno qualsiasi, bastano tre clic per individuare una serie di nomi autorevoli. No. Vien da pensar male, ma si dia il caso che sia vietato pensar male dei professionisti del pensare male. Si passa subito per censori, per gente che dà la caccia all’Uomo Ragno mentre bande di criminali imperversano in città.

[Mi viene in mente la puntata di Report dedicata al mondo dei colossi del web, in particolare a YouTube. Una coppia di genitori lamentava l’utilizzo delle immagini del figlioletto di pochi mesi, girate e caricate sulla piattaforma al solo scopo di commuovere una nonna australiana, finite invece in un losco servizio Tv sui pedofili e ora a disposizione dei peggiori naviganti dell’intero pianeta. L’inchiesta metteva in guardia dal mostro YouTube, guidato da indicibili interessi economici manco si trattasse un’industria farmaceutica, e trascurava l’unica vera missione da servizio pubblico: indicare ai telespettatori la spunta da fare sul sito (tutt’altro che occultata) se non si vuol rendere visibile a tutti un video caricato.]

Stamani, intanto,  online c’erano già genitori che ringraziavano lo storico programma scoperchiatore di pentole. Grazie, abbiamo visto, non vaccineremo la bimba!

Bingo.

Dove andremo a finire di questo passo è difficile immaginarlo.

Tra un c’è sotto qualcosa, una puzza di bruciato e un conto che non torna, toccherà magari a Sigfrido Ranucci riportarci tutti alla ragione, nel suo discorso di capodanno a reti unificate.

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POZZANGHERA VS 600 PROFUNIVERSITARI

cacciari

Ho fatto le pulci all’appello dei 600 prof. sull’italiano a scuola.

Io sono quello colorato di blu, se non fosse chiaro.

Lo dico per i lettori più giovani, quelli deboli nella comprensione dei testi. Pronti, via.

 

Al Presidente del Consiglio

Alla Ministra dell’Istruzione

Al Parlamento

È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano (1), leggono poco (2) e faticano a esprimersi oralmente. (3) (Ma che ordine – logico? – è mai questo? Scrivere, leggere, parlare. Sembra una sciocchezza ma pensateci: in quanti avreste scritto le tre carenze in quell’ordine?). Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare (Le “Elementari” si chiamano ormai da molti anni “Scuola Primaria”. So perfettamente che diciamo ancora tutti così, ma questo è un appello indirizzato al Presidente del Consiglio, al Parlamento e alla Ministra che di scuola si occupa al livello più alto. Parliamo come mangiamo in un testo che denuncia la lingua approssimativa di molti italiani?). Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana.

A fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato,  anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi (Par di capire che esistano altri piani su cui declinare il tema dell’ortografia, e che generalmente se ne occupino i governi). Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema.

Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente (Ops, che succede? A nessuno dei 600 è venuto in mente un aggettivo che evitasse la proliferazione dei “sufficienti”? Consoliamoci: la “i” c’è entrambe le volte. Il lessico è poverello, ma l’ortografia è salva) possesso degli strumenti linguistici  di base da parte della grande maggioranza degli studenti. 

A questo scopo, noi sottoscritti docenti universitari ci permettiamo di proporre le seguenti linee di intervento:

– una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari. Tali indicazioni dovrebbero contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni;

–  l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale (E l’analisi logica? Soprassediamo? Ma sì, è troppo astratta, cosa si credono quelli, dei filosofi? Mica si va a scuola per discettare di cause e di fini, a scuola si va per spaccare il pronome in quattro e sondare il magico mondo dei verbi difettivi) e scrittura corsiva a mano (Meglio specificare, affinché nessuno si confonda e pensi a delle verifiche nazionali di “scrittura corsiva digitale”. Al massimo regionali, quelle.).

–  Sarebbe utile (In un elenco di sostantivi – revisione, introduzione, … – cosa ci fa un “sarebbe utile”?) la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria (ma allora lo sapete…) e all’esame di terza media (che non si chiama più così, ma tanto basta capirsi…), anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola.

(So di essere antipatico e saccente, ma se un elenco puntato si compone di n. elementi, al termine di ognuno di essi e fino al penultimo bisogna decidere se metterci il punto e virgola – sarebbe preferibile – oppure il punto o magari anche nulla. Se faccio un po’ come capita, poi corro il rischio di passare per un cialtrone sedicenne…)

Siamo convinti che l’introduzione di momenti di seria verifica durante l’iter scolastico sia una condizione indispensabile per l’acquisizione e il consolidamento delle competenze di base (Lo so che ci sono sempre quel saggetto da finire e quel pensoso editoriale da limare, ma anche rileggersi, a volte, non farebbe male. Sempre per quella faccenda del lessico e soprattutto per quella del suono. Eppure gli amati dettati dovrebbero avervi allenati all’ascolto, cari Profs. Le stonature sono dietro l’angolo e i vostri studenti fanno presto a recapitarvi un bel ciaone.) Questi momenti costituirebbero per gli allievi un incentivo a fare del proprio meglio e un’occasione per abituarsi ad affrontare delle prove, pur senza drammatizzarle, mentre gli insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro (3 righe, 7 verbi, 5 infiniti, de gustibus…).

(Sono almeno trent’anni che Cacciari vi dice che lui gli appelli li firma anche, ma voi li dovete almeno rileggere. E voi niente, sempre la stessa storia! Sgrunt!)

P.S.:

Ovviamente, si è fatto un po’ per scherzare. Tuttavia, sotto la polvere dell’appello ammuffito – ignorante di cosa sia già accaduto e stia accadendo nelle società contemporanee, apparentemente  inconsapevole di sconvolgimenti antropologici epocali – si staglia il profilo di un’Italietta smunta, sbiadita, allergica a qualunque progresso. Che torna sempre indietro – si tratti del proporzionale o del dettato ortografico – senza nemmeno la scusa di dover prender la rincorsa. 

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L’Amaca di Michele Serra, sospesa tra il passato e il futuro

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Le mani dei soccorritori, la marcia notturna sugli sci.

Come tutti, anche Michele Serra porta addosso i segni di una storia che ci ha condotti dinanzi all’essenza di tutto: “c’è un ritorno all’osso”, scrive, “alla materia bruta di cui sono fatte vita e morte, e la tecnologia torna ad essere un accessorio”.

Eccoci, di nuovo lì, al solito posto. Dopo poche righe, nell’Amaca in prima pagina, spunta una ragazza di quell’Abruzzo innevato: si lamenta per l’assenza di campo. Il telefonino non prende. Si capisce che per Serra, il contrario di quell’eroismo d’altri tempi sono i tempi odierni fatti di connessioni e di clic, di condivisioni e cinguettii digitali.

Eppure, è sullo schermo di un cellulare che ieri pomeriggio ho visto la faccia di quel vigile incredulo davanti al bambino che stava aiutando a riemergere da quel gelido abisso; l’immagine, quel viso barbuto, più vicina alla felicità che mi sia capitato di vedere da molto tempo a questa parte.

Gli sci, le mani, le pale e le ruspe (quelle buone, mica quelle metaforiche degli sciacalli coi doposci). Ma anche gli smartphone e Facebook. Tutto sta insieme a tutto, quello che c’è sempre stato con quello che è appena arrivato e dobbiamo ancora imparare a digerire. Siamo anche lì dentro, Michele Serra, ci possiamo riconoscere anche nei gesti nuovi. Siamo nei gesti stupidi così come nei gesti eroici. Il vigile del fuoco che si cala nella pancia delle valanghe domani mattina getterà alle ortiche venti minuti solo per scegliere il filtro giusto per una foto su Instagram, e la ragazza che non trovava campo potrà andare a trovare il bambino superstite all’ospedale di Pescara.

L’Amaca online verrà letta e meditata, se ci sarà campo verrà condivisa e arriverà più lontano.

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Ciao Darko

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E così – dopo Umberto Eco e Leonard Cohen, David Bowie, Ettore Scola e Dario Fo – questo 2016 si è portato via anche Darko.

Darko era un cane, un cane gigante. Di razze non capisco un fico secco e non ho voglia di cercare su Google una precisione che ora non mi serve a nulla. Anche perché per me Darko era un orso. Casa sua distava pochi passi dalla mia piccola scuola e il luogo dove ogni giorno parcheggio la macchina era per lui un corridoio di passaggio frequente, tant’è che lo incontravo spesso, mentre rimettevo uno sopra l’altro i quaderni corretti che si erano sparpagliati nel bagagliaio a causa delle curve. Lui passava e andava di fretta, con quell’andatura ciondolante per via di certe vecchie ferite alla zampa. Aveva l’aria tipica dei cani quando sembra abbiano chiarissima in mente la meta del percorso.  Un’aria invidiabile, a pensarci bene, ché a noi tocca in sorte molte meno volte di quelle che vorremmo.

Darko era il cane (l’orso) di una mia alunna, nel frattempo licenziata, diplomata e laureata. L’ho conosciuto mentre l’accompagnava standole al fianco, mai al guinzaglio, e chissà se ne aveva mai visto uno, di guinzaglio. L’ho accarezzato mentre lei lo stropicciava di abbracci e si faceva leccare la faccia, da selvaggio a selvaggia. Qualche volta l’ho avuto ospite nella mia biblioteca di montagna, dove si accucciava fedele attendendo che della padrona finissero le scelte librarie, o più spesso le chiacchiere. Mai un lamento, mai un guaito. Mai un bau (mica fanno bau, gli orsi). Era l’animale più grande del paese e faceva meno paura del più piccolo dei gatti.

Certe mattine l’orso Darko era il primo essere vivente con cui mi relazionavo. Perché un “ciao Darko”, mentre lui passava spedito a fianco della mia Peugeot, poco dopo le sette, io lo dicevo sul serio, ad alta voce, e aveva senso come oggi scriverlo qui.

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Res cogitans, Stream of consciousness

#BastaunNo, fermiamo sul nascere un nuovo dibattito sulla Sinistra

#BastaunNo, davvero.

Siete ancora in tempo.

Stoppate il dibattito sulla sinistra, vi prego.

Poi lo sapete che non riuscite a fermarvi, che vi fate prendere la mano. Vi parte quel gran rimescolo di ricordi, rimorsi e rimpianti e va a finire che davanti agli occhi non vi resta che quella grande nebbia avvolgente.

Michele Serra con il suo articolo di oggi ha evocato il grande sabba delle spocchie e delle superiorità morali. Uno tsunami di opinioni – le stesse già espresse in altre 56 occasioni, ristampe delle ristampe delle ristampe – sta ora per abbattersi sulla nazione. Un profluvio di brillanti allusioni, di maliziose insinuazioni e di orgogliose rivendicazioni di appartenenza. Il tutto ancora una volta meravigliosamente inutile, mentre il Paese rivolge il suo sguardo sempre più spesso verso visioni del mondo inedite e – ahinoi – basiche.

Per una marea di italiani a cui prude la matita copiativa

  • siamo invasi dai migranti (va da sé: bisogna cacciare i migranti)
  • la politica è il regno dei ladri
  • l’Europa è una merda
  • e comunque decide tutto qualche banca d’affari americana

E questi che fanno?

Dibattono della Sinistra, se debba o non debba accogliere Renzi tra le sue fila. Sminuzzano il 60% del 4 dicembre chiedendosi se fosse un No alle riforme, un No al Pd, un No a Renzi, un No alla seconda repubblica nel suo complesso, un No al Sì di Pisapia. Disquisiscono fondamentalmente di ombelichi, i loro.

Serra & Co: anziani che bisticciano – cardigan di lana beige,  mani intrecciate dietro la schiena – davanti al cantiere del nostro sciagurato domani.

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Riddando come pazzi in vetta ai roccioni

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Antonia Pozzi è morta il 3 dicembre 1938, suicida, a 26 anni. Sarebbe diventata il nostro poeta più grande. Per me lo è stata comunque.

Da ragazza  ha scritto versi come questi.

 

Questa notte è passato l’autunno:

l’accompagnava un’orchestrina arguta

di pioggia e folatelle e gli gemeva

una ballata, carezzosamente.

Tutto il corteo ha danzato sopra i tegoli

e zampettato dentro la grondaia

fin dopo il tocco; poi la brigatella

si è incamminata verso la montagna,

col suo fulvo signore. E tutta notte

hanno gozzovigliato in mezzo ai boschi,

i gaietti compari. In lunghe file,

hanno scalato i dossi più audaci,

hanno riddato come pazzi in vetta

ai roccioni più aspri. Verso l’alba,

si son scagliati in basso a precipizio,

scivolando sul capo dei castani,

investendo a rovina le betulle,

lacerando tra i ciuffi di robinie

le tuniche dorate, abbandonando

i drappeggi di nebbia in mezzo ai rovi.

Stamane, di buon’ora, quando il sole

ha profilato d’oro le montagne,

si sono dileguati. Ma sul dorso

d’ogni boscaglia, son rimaste tracce

del festino notturno: guizzi gialli,

guizzi rossastri, appesi ad ogni ramo

come stelle filanti; manciatelle

di ruggine nel folto del fogliame,

come pugni sfacciati di coriandoli;

tazzettine di colchici, smarrite

dalle fate nei prati, per la fretta;

e in noi, l’eco affiochita delle nenie

frusciate dalla pioggia, nella notte;

in noi una bontà dimenticata

– tenerezza calduccia di bambino –

in noi un abbandono senza nome

– desiderio di brace e di carezze –

 

Antonia Pozzi, 30 settembre 1929

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Il mondo salvato da Bebe Vio

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Piccola noterella divergente.

Bebe Vio alla Casa Bianca, una notizia di cui si è parlato molto. Come? Così:

  • un 96% di italiani fieri e toccati, quasi commossi;
  • un 2% (fisiologico) di idioti;
  • un 2% di speculatori (“è un gesto strumentale, la campionessa vale, ma nella fattispecie serve solo a raccattare in vista del referendum”).

Poteva andare peggio.

La notizia a mio parere era un’altra. Se Renzi avesse cercato la storia di uno sportivo paralimpico emancipatosi da un passato di dolore, voltato clamorosamente in gioia di vivere come fosse un calzino, avrebbe potuto pescare nel mazzo dei tanti atleti esemplari del Team Italia reduce da Rio. Nessuno avrebbe avuto nulla in contrario se al tavolo di Obama si fosse seduto a banchettare Alex Zanardi. Quella casella – chiedo scusa per la semplificazione – sarebbe stata comunque degnamente riempita.

Bebe Vio, invece, è soprattutto una ragazza. Una ragazza che, se uno non sapesse già diplomata e sul punto di intraprendere una carriera lavorativa, male non starebbe dentro la definizione di ragazzina. Sarà l’aria sbarazzina, sarà per quel sorriso che – en garde – è come una stoccata vincente. Una giovane italiana sul punto di chiudere il cartone dell’adolescenza, prima di dimettersi da quello sporco lavoro fatto di scelte ed errori, sbalzi d’umore e sbalzi d’amore, pianti e brufoli, eroi di cartone, interrogazioni di diritto, selfie e ricerche disperate di identità smarrite. Una tipologia di persona di cui tutti conosciamo l’esistenza, ma che tutti lasciamo spesso lì parcheggiata, in attesa di compiersi, né carne né pesce.

Metti una sera a cena da Obama e invece, per una volta, no.

Premi Oscar, donne che portano sulle spalle responsabilità enormi e hanno meriti universalmente riconosciuti, leader di potenze mondiali e una ragazzina che ricorda a tutti come la vita sia sostanzialmente una figata.

Un punto di vista indispensabile, direttamente da un pianeta misconosciuto.

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I compiti per le vacanze e il papà Ikea

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Ritorna – c’era d’aspettarselo – il dibattito sui compiti delle vacanze/compiti per casa. Sterile come pochi, questa volta finisce in prima pagina grazie alla lettera di un padre che spiega ai docenti del figlio come quest’ultimo risulterà privo di consegne domestiche svolte, alla ripresa settembrina delle lezioni. Mi sforzo di pensare che i colleghi capitati in sorte al giovane Mattia siano insegnanti della peggior specie e che i compiti in questione fossero esercitazioni sterili, noiose ripetizioni di meccanismi già rodati, applicazione di schemi acquisiti da tempo. Tuttavia, i compiti non sono sempre e soltanto quello che “la gente” pensa che siano. La parola compiti può significare tante diversissime cose: tutte faticose, siamo d’accordo, tutte implicanti un sacrificio che mai assoceremmo al concetto di vacanza. Mai mi sono illuso che possano essere divertenti, i compiti. Utili, molto spesso sì.

I compiti devono essere sfidanti. Devono stanarti, venirti a cercare nella tua quiete intellettuale per colpirti con un sasso. Un buon esempio? La scrivania che il padre finito sui giornali dice di aver costruito insieme al figlio, in sostituzione dei compiti. Esattamente così, sono i compiti.

C’era una scatola di cartone spigolosa che a fatica era entrata in macchina. Era piena di tavolette di legno e di un numero imprecisato di viti e altri pezzetti di plastica. Era accompagnata da un unico foglietto di istruzioni per niente chiaro, reticente su tanti indispensabili passaggi. Una sfida. Accettata e alla fine magari vinta, anche se a voler esser puntigliosi quel cassetto proprio dritto dritto non è. (Daddy, letterina all’Ikea?).

O popolo che numeroso ti sei schierato con il coraggioso genitore, sappi che i compiti non sono sempre una maledizione. Alcuni sono molto meglio di montare una scrivania. I migliori, per esempio, escludono addirittura la partecipazione attiva dei familiari. Proprio non la rendono possibile, sono strutturati affinché la farina provenga tutta dal sacco giusto. Li auguro a tutti i papà, regalano un sacco di tempo libero e permettono, che so…, di montare (senza i figli) una libreria in mogano.

A proposito, il buon Mattia non ha nemmeno letto un libro quest’estate? C’era sicuramente qualche indicazione in proposito, tra i suoi compiti delle vacanze. La lettera non fa cenno a buone letture, si parla di biciclette, campeggi, gestione della casa (non hanno pedalato, forse, i bimbi in regola con la compitazione? Non hanno attraversato boschi e piantato tende? Non lavano i piatti? Non stendono calzini?). Durante l’estate, sul loro blog delle vacanze, i miei alunni mi hanno giorno per giorno raccontato avventure, bagni, viaggi, escursioni, partite di questo e di quello, sogni, ambizioni… Mi hanno raccontato quella vita che stanno giorno per giorno scoprendo anche, come è giusto, da soli. Sostenuti ovviamente da mamme e papà, ma senza che di quelle giovani vite si sentano artefici soltanto perché tengono in mano le istruzioni, in svedese, della libreria da montare.

P.S.

Pochi hanno notato questo passaggio nella lettera del babbo di Mattia. “Diversi docenti, psicologi e avvocati condividono i mio pensiero…”. Avvocati??? E cosa diavolo c’entrano gli avvocati? Che ne sa un avvocato di compiti per le vacanze? Che ne sa più di un panettiere, di un architetto, di un disoccupato?

Evidentemente, si tratta di una nemmeno troppo velata minaccia.

Ebbene sì, il papà conosce un principe del foro che lo aiuta con il trapano a montare le scrivanie.

P.S. 2

La lettera che il papà ha recapitato ai docenti del figlio è scritta a mano, in bella grafia.

Lungi da me ogni tecnoestremismo, ma non sarà il caso di regalare a Mattia un pc economico con una stampante? Magari i suoi insegnanti, passate le vacanze e caduto il divieto, voglion darci dentro con classi virtuali, lezioni capovolte, episodi di apprendimento situato, raffiche di link… La vita di Mattia è proprio finita, tocca rassegnarsi.

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