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Wallenberg medaglia d’oro

Ci sono medaglie che arrivano subito, il tempo di indossare una tuta, detergere il sudore, darsi una sistemata ai capelli e approssimarsi al podio. Così presto che spesso gli atleti dichiarano: “sono andato a dormire con la medaglia, e solo il giorno dopo mi sono reso conto di avere vinto”.

Ci sono medaglie che arrivano con quasi 70 anni di ritardo. Così tardi che i premiati non possono più chinare il collo, stringere i fiori nel pugno, storcere il naso per le lacrime che spingono come piene di fiume.

Ci sono le medaglie olimpiche e in uno strano cortocircuito lessical-metaforico, nel luglio di London 2012, ci sono le medaglie al valore e alla memotia come quella che gli Usa, dopo la firma apposta da Obama, hanno deciso di dedicare a Raoul Wallenberg nel centenario della nascita.

Wallenberg, svedese, campione mondiale di filantropia, salvò dallo sterminio 100.000 ebrei ungheresi. Le enciclopedie arrotondano, va da sé, e “centomila” è il risultato di un arrotondamento che quasi banalizza il significato di un record difficilmente eguagliabile.

Si perderà in questi giorni la notizia, tra i tanti titoli dei giornali piovuti direttamente dalle piste, dai campi, dalle pedane, dai tatami. “Oro per Wallenberg” e chi lo conosce? Sarà un arciere svedese, al massimo un pesista danese, peccato per gli italiani…

Strano, ripeto, il cortocircuito. Tuttavia, portandolo alle estreme conseguenze, si può forse immaginare “quell’uomo dall’aspetto serio e ordinato, la riga di lato e un po’ di riporto: una fisionomia difficile da trasferire nel bronzo delle statue”* salire il gradino più alto di un podio speciale.

La tuta gialla e blu della Svezia e gli occhi ad ammirare i bei colori delle bandiere degli avversari, ché i filantropi son fatti inguaribilmente così.

 

*: qui da noi un ricco racconto dell’avventurosa vita di Wallenberg l’ha fatto pochi mesi fa Adriano Sofri, nell’inserto domenicale di “Repubblica”. 

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