Res cogitans, Stream of consciousness, Tutte queste cose passare

Il terremoto dietro le sbarre

Il tuo lavoro è nei gesti che fai. Il tuo lavoro è i gesti che fai. Stringi il volante, digiti su una tastiera, spadelli spignatti e brandisci una motosega. Ammonisci con un dito, infili un ago in una vena, spalmi della malta tra un mattone e un mattone. Se sei fortunato fai un fa#- o uno smash, scrivi una poesia o tagli un traguardo a braccia alzate. Sempre gesti sono. Se sei fortunato, soprattutto, li hai potuti scegliere.

Da giorni mi perseguita l’idea di un gesto. Fa parte dei doveri quotidiani di certi lavoratori, in genere appartenenti alla categoria “sfortunati”: gente che non ha scelto.

Non so nemmeno a che ora si compia, quell’azione. Immagino di pomeriggio, ma potrebbe anche non essere così. Forse prima suona una campanella, oppure una sirena come quella di certe fabbriche. Un segnale che tutti conoscono, a dire che è ora. Probabilmente non servono parole, basta osservare le sigarette aspirate in fretta, gli ultimi passi inquieti, gli ultimi tocchi al pallone (anche qui siamo di fronte a questioni di fortuna), gli ultimi sguardi verso l’alto ad abbracciare un ramo, una nuvola, un temporale che arriva.

I prigionieri credo la odino per questo, l’ora d’aria: finisce subito. Poi si tratta di preparare il gesto – semplice e automatico – cercando il ferro che pende dalla cinta, il ferro delle chiavi, lunghe e pesanti. In pochi attimi, il tempo di qualche replica lungo un corridoio, il dovere è compiuto. Le celle sono chiuse. Il rumore è un’abitudine, tripla mandata: 1, 2, 3. Fine. Si torna in ufficio, con la “Gazzetta”, il caffè, le chiacchiere dei colleghi.

Mi perseguita l’idea di un gesto. Mi immedesimo in chi è costretto a compierlo in questi giorni in Emilia, nelle carceri di non so dove. Salvo casi rarissimi, non conosciamo il nome delle nostre prigioni.

Ci sono uomini che chiudono la porta a chiave. La chiave che gran parte degli italiani – come in quella famosa espressione – addirittura “butterebbe via”. C’è tanto, tantissimo da fare per l’Emilia terremotata. Forse dovremmo anche dividere con quelle persone il peso – morale – di quelle mandate.

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Il post è già scritto quando scopro con piacere che probabilmente, nella fattispecie, sono stato troppo pessimista.

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