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Il bambino che non c’è

La cosa assurda è che il primo a venirmi in mente è stato un comico. Davanti ad una scena che sapeva di morte, ho pensato subito a un volto che da sempre mi fa morir dal ridere. Mi sono ricordato dei bacini lanciati nell’aria da Epifanio, avvolto nel suo cappotto a quadretti, prima di aggiustarsi l’improbabile montatura degli occhiali sopra il naso.
In una vecchia intervista Antonio Albanese ha raccontato la genesi di quel suo inarrivabile  personaggio e di quella corporeità dolce e tragica. In un quartiere di non so quale città, l’attore si era fermato ad osservare un clochard che destinava al vento improbabili bacetti, oppure, partiti dalle labbra, li faceva riatterrare sulle pieghe della sua giacca, sui gomiti lisi, sulle spalle.

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Un sabato mattina prima dell’alba. L’atrio della stazione di Udine è deserto. Le scatole con i giornali sono già arrivate ma l’edicolante ancora non si vede. I passeggeri del primo treno rimarranno senza notizie. Il pavimento è come sempre il rifugio per molti corpi, avvolti dentro coperte di fortuna, appoggiati sopra pezzi di cartone. Non è una scena inedita, nell’Italia dei ristoranti affollati. Nell’angolo della macchinetta per le fototessere c’è una coppia di africani. Lui dorme a pancia in su, gli occhi sono due fessure sbarrate sotto un berretto di lana colorato. Non c’è cuscino, nemmeno qualcosa che funga da cuscino. Il cuscino è il berretto stesso, unica frontiera tra i capelli e le piastrelle. Lui, ma lui è come gli altri. Gli altri che dormono qualche metro più in là, poco prima del bar, o come i quattro nella vicina sala d’aspetto. Il fatto è che c’è anche lei, vicino a lui. Lei magra, lei col viso nascosto da una sciarpa viola. Lei non sdraiata. Lei seduta e vagamente appoggiata con la schiena al corpo di quel compagno assopito. Lei che non mi vedrà mai mentre la sto guardando, anche se riesco a farlo per meno di un minuto. Lei che sta accarezzando il bambino che tiene in braccio, ma tra le sue braccia non c’è niente. Lei che parla a quella creatura che non esiste o forse non esiste più. Parole che sembrano una ninna nanna e un pianto, mentre la mano affonda nell’aria come fossero capelli. Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo proprio a nessuno lo do. Lo tengo stretto, non lo mollo, è solo mio. Sembra dire, sembra.
Il treno sta per partire. È arrivato l’edicolante. Sul giornale, qualche giorno fa, ricordo di aver letto del progetto di chiudere la stazione di notte. Non ricordo chi lo proponesse. Era ovviamente una questione di sicurezza, c’era in gioco la “nostra” sicurezza. Salgo in carrozza e rivedo la stessa scena. Con quel bambino che non c’è a piangere sotto le stelle o la pioggia di novembre.   

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