Le storie di Scuolamagia, Stream of consciousness

Ah che bell’ò cafè pure a Scuolamagia ‘o sanno fa

Nel primo pomeriggio la porta di Scuolamagia si è riaperta. Il tempo di far entrare un piccolo drappello di studenti in incognito, ben oltre l’orario canonico, contro le regole che gli istituti scolastici si danno per schermarsi da intrusioni e risultare impermeabili una volta che è suonata l’ultima campanella. Sono entrati, quei cuccioli, come cani in chiesa, e a convocarli sono stato io. C’erano da discutere e chiarire alcune faccende rimaste in sospeso, questioni dolorose di rapporti umani ingarbugliati. Questioni che si intonavano ad un pomeriggio di pioggia come quello, e a quelle sedie a cerchio disposte con improvvisazione nell’atrio, solo per non rimanere a parlare in piedi, nella poca luce. Non sono essenziali a questo racconto le frasi pronunciate e i toni accorati, le spiegazioni,  le recriminazioni ed i fatti discussi. Qui conta quello che a un certo punto una voce di dodici anni ha gettato nel cesto delle parole pronunciate, con disarmante naturalezza, quella delle ovvietà e delle cose giuste da dire e fare nel momento giusto.

 

«Prof., faccio il caffè?»

 

«?»

 

Tu. Fai il caffè. Tu. Sai dov’è la moka. E come si accende il fornelletto elettrico. E le dosi giuste, sai. E stringere forte quell’oggetto metallico. Mi chiedi quanti cucchiaini di zucchero, tu, prima di versarmi e di versarti nella tazzina quel liquido scuro che sorseggiamo piano, insieme, per poi riprendere la discussione, per poi rituffarci nel problema che dobbiamo risolvere.

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