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La chiave di Sara ma anche la vasca di R.

R. è risoluta di natura. Giovedì mattina, venuta a conoscenza dei miei programmi per la Giornata della Memoria, mi ha raccontato a brutto muso un passato, negli anni della scuola primaria, fatto di filmoni pieni di immagini agghiaccianti che le sono stati sbattuti in faccia così, a tradimento, in una mattina di gennaio che per lei era soltanto una delle tante. Non si fa così, pensa R., perché c’è chi ce la fa, a sopportare la vista di quei corpi ammucchiati come stracci, e chi non ce la fa, come lei, che poi deve vedersela con certi incubi che neanche me li immagino. Perché io, continua R., non verso la lacrimuccia perché mi commuovo… Io riempio la vasca da bagno. E quasi comincia, R, a piangere. Ed è solo giovedì 26, e io non ho mostrato proprio nulla. Non ho nemmeno ancora detto nulla.

Io NON SONO D’ACCORDO con quanto scrive Carla Melazzini nel suo interessantissimo Insegnare al principe di Danimarca. No, non del tutto. Però alcune sue considerazioni mettono il dito nella piaga di una leggerezza con cui, anno dopo anno, si sono cominciati a celebrare certi riti, e a ripetere certe parole. Come se fossero scontati contenuti e modi, stili e approcci, tanto urgente pare essere l’imperativo morale di (FAR) RICORDARE.

Io NON SONO D’ACCORDO con Carla Melazzini, non del tutto almeno, e oggi ho parlato a R. e le ho mostrato immagini scelte con cura maniacale, ma ancora una volta mi sono trovato davanti ad una giornata che è in tutti i sensi un salto mortale, carpiato e all’indietro. Per atterrare su un filo.

 

La parola magica epidemica di questi tempi è senza dubbio “memoria storica”. La sua frequenza settimanale è impressionante, sulla bocca degli illustri pensatori come dei più umili professori. Suo obiettivo prevalente è di incolpare la gioventù – oltre che di tutto il resto – anche della svolta conservatrice in atto nel paese, in quanto priva della medesima (memoria storica).

Non mi capacito come gente così istruita possa dimenticare a un tratto (a proposito di memoria) ciò che la scienza e l’arte ci hanno insegnato sull’essere umano; e far finta di credere che esso sia non un labirinto ma una tavola di cera su cui basti incidere qualche buona parola, o un paio di capitoli del programma di storia, per esorcizzare il male.

Una risposta adulta tendente a schiacciare il giovane sotto la incontrovertibile verità dei fatti (la memoria storica) non può che ottenere l’effetto contrario: aumentare l’angoscia e la conseguente negazione.

Si aprirebbe qui un discorso sull’uomo, le sue angosce, le sue difese che, per quanto difficile e doloroso, avrebbe un duplice vantaggio: di attribuire ai sentimenti dell’adolescente – invece che una condanna sommaria – la drammatica dignità di un problema umano universale; e di offrire qualche spiraglio per una effettiva “assimilazione della tragedia” che è ben altra cosa da quella operazione intellettualistica, per non dire scolastica, che viene predicata sotto il titolo di “memoria storica”.

Trovo ingiusto caricare gli orrori del mondo sulle spalle fragili di una gioventù che non ha la responsabilità e non è tenuta a pagare i sensi di colpa degli adulti.

Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca

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