Le storie di Scuolamagia, Soletta, Stream of consciousness

Un racconto di Arianna King

Quando gli alunni hanno tra le mani una bella storia te ne accorgi subito. Si immergono dentro i loro fogli come dentro un tratto di mare pescossissimo. Cambiano la posizione sulla sedia, ma si tratta sempre di posture performanti, mai rilassate. Se sono ragazze si spostano con grande frequenza i capelli dagli occhi. Rileggono con cura e compongono il plico – brutta + bella – con qualche cerimoniosità in più rispetto al solito. Giovedì Arianna aveva una gran bella storia da infilare nel foglio di protocollo, sotto lo smalto colorato delle sue unghie.

È da tanto che non ospito un tema nella Pozzanghera. Eccolo.

 

Come tutte le mattine d’estate, dopo essermi preparata, vado a chiamare mio cugino Diego.

La scorsa estate lui, mio fratello, mia sorella ed io abbiamo iniziato a costruire una capanna nel bosco di Frassenetto, il paese vicino al mio. Di solito andiamo tutti insieme a costruirla, ma i miei fratelli stanno male e quindi da un paio di giorni ci lavoriamo solo Diego ed io. Corro in camera sua e lo trovo a letto, ammalato anche lui. Allora prendo la bici, lo zaino con il pranzo, i chiodi e il martello e vado da sola a Frassenetto.

Dopo pochi minuti sono arrivata e comincio a lavorare. Circa mezz’ora dopo vedo un daino magrissimo, mi vede anche lui e comincia a scappare. Lo seguo e mi conduce ad una capanna abbandonata che non avevo mai visto. È un po’ rovinata, ha travi vecchie e marce. Le finestre hanno i vetri rotti e la porta ha delle strane incisioni sopra, sembrano dei simboli…

«Che ci fai tu qui?!», mi dice una voce. Mi volto e trovo una bambina di circa 11 anni, magra, con gli occhi spenti, pallida. Indossa una camicia da notte grigia e tutta rovinata, ha i piedi scalzi.

Nella mano destra stringe una bambola di pezza e con la sinistra accarezza il daino. Io le rispondo: «Stavo seguendo quel daino e poi mi sono trovata davanti a questa capanna… Comunque scusa. Se questa è proprietà privata non lo sapevo. Mi chiamo Arianna, tu?». Lei mi guarda un po’ stupita, come se non si aspettasse quella domanda. Ci pensa su e mi risponde: «Allegra. E lui è Lief», e indica il daino. Io la saluto e torno a casa. Arrivata racconto a tutti dello strano incontro.

Quella sera mio nonno mi chiede il martello e solo allora mi accorgo di averlo lasciato alla capanna misteriosa. Prendo la bici e mi precipito a Frassenetto a prenderlo. Arrivo a destinazione e lo trovo poco lontano dalla capanna. E all’improvviso sento la voce di Allegra che recita una cantilena, mi giro e la vedo tortutare un uomo! Mi nascondo dietro un albero e continuo a spiarla, anche se la cosa giusta da fare sarebbe chiamare la polizia e scappare da quel posto maledetto! Allegra non si è accorta della mia presenza e continua a canticchiare quelle strofe ipnotizzanti mentre tortura quell’uomo. La vittima non fa rumore, ma riesco a vedere l’espressione di dolore sul suo volto… In quel momento mi squilla il cellulare! Allegra si gira e mi fissa con rabbia dai suoi occhi spenti! Cerco di scappare ma sono paralizzata, e intanto il telefono continua a suonare! Finalmente ritrovo il controllo del mio corpo e comincio a correre, ma dopo pochi metri Lief e Allegra mi hanno già raggiunta e io sono bloccata dai rami di un albero. Allegra mi si avvicina e con la sua vocetta mi dice: «Seguimi…». Le mie gambe cominciano a muoversi in direzione di Allegra anche se la mia mente urla: «Scappa, Ari!».

Arriviamo nella sua capanna, lei apre la porta e un raggio di luna illumina l’interno. Con mio grande orrore vedo un sacco di corpi mutilati, teste sgozzate appese a dei bastoni, sangue ovunque. «Loro sono i miei genitori», mi spiega Allegra indicando due corpi con la testa ancora appesa al collo, ma senza occhi e con il busto aperto da cui escono tutte le interiora! Lief ne sta mangiando le budella… mi viene da vomitare. Allegra comincia a raccontarmi la sua storia.

«Era il 1600 e io ero piccola. Ero una bambina strana, che giocava con la magia nera e che veniva temuta da tutti. Una notte i miei genitori mi portarono nella piazza di Frassenetto. Poi vennero tutti gli abitanti del paese e cominciarono a gridare: “A morte la strega!”…»

Fa una breve pausa e vedo che le tremano le mani e le lacrimano gli occhi.

«Dopo mi gettarono giù per un burrone. Mentre cadevo lanciai loro una maledizione: sarei tornata e mi sarei vendicata. Dopo 411 anni la maledizione si è avverata e io ho avuto la mia vendetta. Quello che mi hai visto torturare prima era l’ultimo che dovevo punire. Ora posso riposare in pace». E così dicendo comincia a sparire. Io le urlo: «E questi cadaveri?!». «Hanno avuto quel che si meritavano», mi risponde. Poi non la vedo più.

Esco da quella maledetta capanna sperando di non aver lasciato impronte, in modo da non venir accusata di omicidio.

Torno a casa, do il martello a mio nonno, mi infilo sotto le coperte e spero di dimenticare tutto.

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