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L’armadio

Sono figlio di una camicia a quadretti sopra un paio di jeans consumati, con le tasche piene di chiodi.

Sono figlio di un grembiule da casalinga, fratello di un k-way in gore-tex riavvolto per entrare nel marsupio di una bicicletta da corsa.

Un giorno una maglia di lana con disegnato un paesaggio che ricordava Murnau mitt kirche di Kandinsky mi ha abbracciato forte dicendomi che sapevo ascoltare le persone. E soprattutto che non guardavo mai l’orologio mentre stavo accogliendo parole. Ancora oggi, la postina scorbutica che fa partire i miei pacchi e le mie buste ne indossa una molto simile, direi identica, fatta salva la disposizione dei colori, e ogni volta è un piccolo brivido.

Sono stato l’allievo di una camicetta di cui una mano sottile tormentava sempre l’ultimo bottone. Quella camicetta mi prestava tragedie greche dicendomi che sapevo capire l’animo umano, quella camicetta – anche lei – ha fatto sì che scegliessi il suo stesso mestiere e mi ha insegnato l’infatuazione per le cose belle.

Sono stato discepolo di un paio di leggerissimi pantaloni ciclamino decorati a pesci, sui quali poggiava il legno di una chitarra acustica.

Sono il Prof. di una quarantina di giacche a vento rosse, bandiere di una gloriosa società sportiva. Ognuna porta cucito all’interno un nome singolare, ma io le so riconoscere anche da fuori.

Dalla tasca di una tuta rossa una volta è caduto un foglietto dove avevo scritto 8 parole. Quella tuta ha percorso e ripercorso la sua strada per ore fino a ritrovarle intatte, sane e salve. Tutte 8.

Una camicia da boy scout mi ha insegnato che se possiedo una cosa e siamo in tre, in tre quella cosa dovrà essere divisa.

 

Molti di questi abiti ho perduto.

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