Res cogitans, Tutte queste cose passare

Noterelle a margine del caso Pistorius

La vita è crudele, si sa. Un giorno ti mette sulla cima del mondo, il giorno dopo ti taglia le gambe. Ti stringe nelle maglie delle sue burocrazie spietate. Aride. Secche. Ti avvolge in una rete di regole che non prevede e non concede strappi.

Lo sport è diverso. Può essere di più, può essere meglio. Può andare oltre la vita. Può sublimarla. Sì, d’accordo, lo sport è folle. Il Brasile che vince sono centinaia di mani amputate dai festeggiamenti esplosivi. Il Brasile che perde significa suicidi a grappoli. Ma non è solo questo, lo sport. Lo sport libera, può farlo. Lo sport emancipa. Lo sport costruisce e fa volare sogni, ed è una delle poche occasioni in cui gli uomini guardano in faccia i sogni degli altri, dimenticandosi dei propri.

Fossi un quattrocentista eliminato in batteria dalle gambe artificiali di Pistorius, metterei sui piatti della bilancia i miei sogni con i suoi. Vorrei avere il coraggio di riconoscere che i suoi sono più grandi, e che guardano più lontano. Penserei anche alla fatica che si fa a correre in un catino olimpico con tutti quegl’occhi addosso. Occhi che non pensano, come potrebbero fare di me: “guarda quel brocco”. Occhi che pensano “guarda quell’uomo di metallo, guarda quello scherzo di natura, guarda quel droide”. Occhi pesanti, quelli. E inevitabili, forse. Altro che 30% di spinta in più. Ci abbiamo pensato a quella fatica?

“Dura lex sed lex”. I periti, gli ingegneri, le comparazioni, i giudici. “Citius altius fortius”, ma anche “l’importante è partecipare”. Dio com’è spinosa questa vicenda. Qualche anno fa a qualcuno venne in mente di recuperare un gruppo di detenuti – è ciò che invita a fare la Costituzione – attraverso il calcio. Nacque il Free Opera, la squadra del carcere di Milano. Non si trattava della solita partitella tra detenuti nell’ora d’aria, i carcerati avrebbero partecipato ad un torneo con formazioni “normali”, centrocampisti e attaccanti in libertà non vigilata. Sorse immediatamente un problema, e un rovello non da poco. I giocatori del Free Opera, rapinatori e omicidi pluricondannati, non avrebbero potuto per ovvi motivi giocare fuori casa e avrebbero dovuto ricevere tutti gli avversari tra le proprie (altissime) mura. Un vantaggio, no? Un precedente, certo. E pensiamo anche alle caratteristiche tutt’altro che ospitali dello stadio in questione… Ci fu chi disse sì, ci fu chi disse no. Alla fine il torneo si disputò. Si operò lo strappo, e l’eccezione non stravolse la regola.

Lo sport vive grazie alle sue storie “eccezionali”. Storie, colla maiuscola. L’aborigena che corre e riscatta il suo popolo. La ragazza afghana con la tuta, bellissima in mezzo ai glutei di bronzo delle atlete a stelle e strisce. Il ciclista salito e disceso dalla cima di un cancro, il maratoneta scalzo, l’ala destra funambolica e zoppa.

 

[Si dice: bisogna lottare ad armi pari, le condizioni di partenza devono essere le stesse. Spiegatelo al ragazzo di colore che con la sua corsa strepitosa sapeva mordere la terra degli altipiani d’Africa e che, invece di calcare le corsie del Nido pechinese, nell’estate 2008 riempirà le ceste dei pomodori Pachino. Non c’entra? Oppure c’entra tantissimo?]

 

Potevamo fare un passo avanti, noi che abbiamo testa e gambe. Siamo rimasti fermi. Con un giudizio democratico e circostanziato. Spietato e insindacabile. 25 giudici decidono dell’uomo con le protesi: 25 no per l’uomo con le protesi. Altri mondi corrono veloci e spregiudicati, e fioriscono i paradossi. Oscar Pistorius, l’uomo senza piedi, è il testimonial giusto per il maggior produttore di scarpe. Just do it.

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